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Rasegna Stampa: Gli economisti lanciano 'Oriente Padano'

Econumia&Finansa Per gli economisti del Cds le fragilità delle quattro province diventano 'la chiave per un’azione incisiva nella qualità della vita e per l’occupazione'. Cultura, turismo, energia i primi campi di integrazione. Resta il tallone d’Achille delle infrastrutture: 'L’E55? Utile, ma sarà pronta solo nel 2025'
Ferrara, 28 aprile 2006 - Quattro province abituate a... voltarsi le spalle, perchè troppo concentrate a guardare verso i propri capoluoghi, in attesa di finanziamenti e occasioni di sviluppo. Quattro province solo apparentemente ‘deboli’, ma calate in territori forti. Quattro province segnate da identità, tradizioni e dialetti ben distinti. Basta tuttavia un nuovo «Atlante» per scoprire che distanze e diversità possono svanire.

Un nuovo Oriente. Si chiama «Oriente Padano», per il Cds, il ‘triangolo’ formato da Rovigo, Mantova, Ferrara e Ravenna. Un’area vasta com’è definita nel corposo dossier socio-economico che per la prima volta non solo paragona ma mette in sintonia «un territorio con più punti di contatto di quante non siano le differenze — esordisce il coordinatore scientifico Andrea Gandini —; città accomunate oltre che dalle dimensioni, da settori di attività e prospettive di sviluppo che potrebbero integrarsi in modo mirabile».
Evidenti i collegamenti in tema culturale e turistico (dove già tra Mantova, Ferrara e Ravenna è iniziata una progettazione comune), o gli intrecci per quanto riguarda «il settore petrolchimico e dell’energia — sottolinea il ricercatore Riccardo Galletti —; così come le dimensioni industriali, pur a fronte di un andamento che negli ultimi anni non è stato omogeneo».

Qualità della vita. Anche a volersi guardare negli occhi, c’è chi deve alzarsi sulle punte dei piedi e chi abbassare lo sguardo: negli indicatori della ‘qualità della vita’, la prima è Mantova, seguita da Ravenna, Ferrara ed infine Rovigo. «Eppure proprio ragionando di area vasta — riprende Gandini, evidenziando una nuova cartina riportata nell’Atlante —, si scopre che questo Oriente Padano risulterebbe, se si escludono le metropoli, uno dei primi cinque ‘network’ italiani per qualità della vita e opportunità di sviluppo».
Gli altri sono l’area Bolzano-Trento, l’asse Bologna-Modena-Parma, quello ligure tra Savona, La Spezia e Genova, il quadrilatero toscano Siena-Firenze-Pisa-Livorno. In termini di popolazione, significherebbe «assemblare un’area da 1 milione e 350 mila persone, con tutti i vantaggi della provincia e senza gli sprechi e le ossessioni delle ‘megalopoli’», sorride Gandini.

Reddito e lavoro. Ragionando ancora da single, per il reddito pro capite Ferrara si colloca al 3° posto (17584,9 euro nei dati Istat 2002), al 2° invece per il tasso di occupazione (69,4% della popolazione 15-64 anni). «I vantaggi sarebbero evidenti con l’integrazione dei servizi, della spesa pubblica, della programmazione in campo culturale, turistico, manifatturiero», sottolinea Gandini.
Nell’Atlante di oltre 500 pagione, accanto a ricerche, studi sugli assetti istituzionali e persino sulla gastronomia, vengono radiografate 12 imprese leader, tre per ciascun territorio.

Le imprese leader. Per Ferrara si tratta di Berco, Vm e Basell. Tutte, si nota, multinazionali: «E’ la caratteristica del nostro territorio in cui, come per Rovigo, è più elevata la percentuale di imprenditori ‘esterni’ — commenta Galletti —. A Ravenna invece le imprese maggiori hanno legami produttivi molto stretti col sistema delle aziende locali».
Restando all’industria, dal 2003 al 2005 nell’area vasta «è cresciuta l’occupazione, con la miglior performance per Ferrara — riprende Gandini —: significa che il sistema manifatturiero è più forte di quanto si pensi».

Il cronico handicap. Eppure per gli abitanti delle quattro città è più facile andare nei rispettivi capoluoghi, che non scambiarsi visite o incontri d’affari. Ferrara e Rovigo sono le uniche collegate dall’autostrada, per il resto la viabilità e i collegamenti sono da incubo. «Un’ora e mezzo di auto tra Mantova e Ferrara? E’ la prova che nessuno ha mai pensato di attivare una vera sinergia», sorride Gandini.
Cruciali perciò le infrastrutture. Su una, però, gli economisti del Cds hanno forti dubbi: l’E55. «L’utilità è fuori discussione — chiude il coordinatore scientifico del centro statistico —, ma il nuovo Piano Regionale ne indica la realizzazione per il 2025..."

Funt: http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net/chan/ferrara:5413373:/2006/04/28: - Autur: Stefano Lolli

 

Spedij de Amministratur ul Sabato, 29 aprile @ 11:49:06 CEST (865 letür)
(cumenti? | Rasegna Stampa | Voto: 0)
Mezzogiorno e Sviluppo - Autonomia per i distretti In arrivo la banca del Sud

Econumia&FinansaÈ un cavallo di battaglia tremontiano. L'attuale ministro dell'Economia aveva sponsorizzato l'idea di un istituto di credito con le radici nel Meridione già nell'era pre Siniscalco. Anche dopo, da vicepresidente di Forza Italia, ha presentato una proposta di legge. Ora la richiesta per una banca del Sud campeggia in testa al capitolo della Finanziaria dedicato allo sviluppo. Il suo statuto dovrà essere «ispirato ai principi già contenuti negli statuti dei banchi meridionali e insulari».

Il capitale sarà prevalentemente privato e aperto all'azionariato diffuso. Lo Stato potrà partecipare al capitale con cinque milioni di euro. Con la Finanziaria 2006 i distretti industriali fanno un salto di qualità e diventano soggetti destinatari «di disposizioni speciali in materia fiscale e finanziaria». Le aziende nei distretti potranno scegliere di pagare una tassa di distretto al posto dell'Ires. I distretti potranno anche emettere titoli di debito.

Oltre al fondo sociale, la presidenza del Consiglio dovrà gestire un «fondo per l'innovazione e la ricerca». Sarà finanziato con i proventi della vendita degli immobili pubblici. Tremonti conta di ricavare dalle cartolarizzazioni circa sei miliardi di euro.

Funt: il Giornale

 

Spedij de Amministratur ul Domenica, 02 ottobre @ 02:32:34 CEST (1139 letür)
(cumenti? | Voto: 0)
Rasegna Stampa: Disparità e Discriminazione: La Lombardia paga la malasanità del Sud

Econumia&FinansaLe due italie della salute: Aumentano i ricoveri a pazienti di altre regioni ma poi non arrivano i rimborsi.



Leggendo le drammatiche cronache riportate sui quotidiani in questi giorni, in molti avranno senz’altro intuito il motivo per cui per effettuare una visita specialistica in Lombardia passando per la sanità pubblica si debbano sovente sopportare settimane, o addirittura mesi, di attesa. La richiesta di prestazioni supera la capacità di risposta del sistema sanitario regionale e la supera perché, tarata su un bacino d’utenza calcolato sulla popolazione residente entro i confini lombardi, fatica a smaltire il surplus di richieste provenienti dai pazienti che risiedono in altre regioni. Si tratta, stando ai dati elaborati dal Pirellone per il 2004, di un esercito di 138 mila e 500 persone, cui poi va aggiunto un contingente di circa 17 mila pazienti stranieri.

Da una parte l’importazione di pazienti sottolinea indirettamente l’alto livello qualitativo raggiunto dal sistema sanitario regionale, evidenziandone la capacità attrattiva, ma da un altro punto di vista occorre considerare che un esodo di tale portata rischia di aprire concreti problemi di gestione. In termini percentuali le strutture ospedaliere lombarde stanno effettuando il 10 per cento delle prestazioni a beneficio di pazienti che scelgono di non affidarsi alle omologhe strutture delle rispettive regioni di residenza. Il trend è in crescita ed è lecito attendersi che non inverta la rotta nel prossimo futuro. Anche perché il flusso, come noto, arriva in gran parte da Sud, dove la sanità nazionale sta mostrando falle a dir poco preoccupanti. Il malfunzionamento e la cattiva gestione delle strutture ospedaliere meridionali si sta dunque ripercuotendo sulla sanità del Nord, con effetti secondari che protebbero comprometterne la capacità di spesa e autofinanziamento. A entrare nel vivo della questione è la leghista Monica Rizzi, membro della Commissione Regionale Sanità, che parte da una constatazione. «La nostra, spiega l’esponente del Carroccio, è una sanità d’eccellenza, ma che dobbiamo migliorare agendo dove è necessario.
Il fatto che disponiamo di numerosi centri d’eccellenza, riconosciuti non solo a livello nazionale ma anche europeo, esercita un’attrazione all’esterno i cui effetti stanno mettendo in difficoltà le strutture di medio livello. Sugli ospedali “normali” infatti si sta scaricando una congestione di richieste che bisogna trovare il modo di snellire».

Sulle modalità d’intervento un’opinione abbastanza precisa ce l’aveva l’ex Assessore Alessandro Cè, il quale stava mettendo a punto un piano operativo orientato a dare un nuovo ruolo ai medici di base. «L’idea, continua Monica Rizzi, consisteva nella valorizzazione di un consistente numero di figure professionali, capaci e preparate, attualmente ridotte a un ruolo prevalentemente burocratico». Chi rischia di pagare il conto della malasanità meridionale dunque è la ben più virtuosa sanità lombarda. A saperle interpretare le statistiche lo dicono chiaramente, anche perché nelle pieghe dei numeri è facile individuare l’inizio della crepa che potrebbe minare la stabilità dell’ediificio. Si chiama diritto di rivalsa ed è il meccanismo legislativo attraverso cui la Regione ospitante può chiedere alla Regione di provenienza del paziente un contributo economico a titolo di rimborso per la prestazione erogata. Ebbene, la Lombardia oggi non riesce a valersi di questo diritto perché le Regioni che dovrebbero versarle denaro, in cassa di denaro non ne hanno. In altre parole, i soldi spesi non vengono recuperati.

«Purtroppo, conclude la consigliera del Carroccio, si tratta di entrate per noi indispensabili visto che quasi il 70% del bilancio annuale della Regione viene assorbito dalla spese necessarie alla gestione sanitaria».
Il sistema va rivisto e in tempi brevi vanno trovate alternative. «Il nostro gruppo sostiene ad esempio l’esigenza di una revisione dei poteri, oggi eccessivi, dei direttori generali delle aziende sanitarie e ospedaliere mentre sul fronte operativo una soluzione potrebbe arrivare dalla tele-medicina. Aumentare la possibilità di consultare i nostri specialisti a distanza, ad esempio attraverso le video-conferenze, potrebbe ridurre drasticamente il numero dei ricoveri».

Funt: LaPadania.com

 

Spedij de Amministratur ul Venerdì, 30 settembre @ 22:33:45 CEST (1104 letür)
(cumenti? | Rasegna Stampa | Voto: 5)
Rasegna Stampa: Newsweek - Europe's Economy: Italy's old Mezzogiorno was Europe's most impoverished region

Econumia&FinansaPoor, Poorer, Poorest: Once upon a time, Italy's old Mezzogiorno was Europe's most impoverished region. It still is—only much more so.
The ruins of Matera in Italy's southern region of Basilicata are a grim reminder of how desperate life has been for the region's poor. Generations of families once lived here in squalid, windowless caves cut out of the steep ravines, often sleeping alongside their pigs, chickens and goats. Malaria was rampant and few babies survived to see their first birthday. Finally, in 1960, a public outcry across Europe prompted the Italian government to evacuate the entire impoverished population of 15,000 up the hill to government housing. Now the area is a UNESCO World Heritage site and many of the abandoned caves are being transformed into tony wine bars and four-star hotels for curious tourists. Mel Gibson even filmed a segment of "The Passion" here—fittingly, the gruesome Crucifixion scene.

Matera and other picturesque southern Italian villages may be enjoying a relative renaissance, thanks to tourism. And Italy itself has become Europe's fourth largest economy, with dynamic growth over the past decades despite recent years of sporadic recession. Yet life in the old Mezzogiorno remains as tough as it's always been—if not worse. Instead of catching up with the rest of Italy, the region seems to be falling farther and farther behind.

According to two studies released last month, southern Italy, if it were independent, would be the poorest of the EU's 25 members in terms of per capita national income. Many residents cannot afford adequate housing and such basic utilities as hot water and central heating. Infant mortality in the first 28 days of life is 5.7 per —1,000 live births—four times higher than in the northern provinces and double the European median. The dropout rate for primary-school students—through grade eight—is 24 percent, 2.5 times higher than the rest of Europe. Says Maurizio Bonati of the Mother and Child Health Laboratory at Mario Negri Institute in Milan, coauthor of one of the studies: "We're talking about people who cannot buy simple groceries, who cannot buy milk for their children, who cannot find nourishment when they are pregnant." The second study, by Giorgio Tamburlini of the Institute for Child Health Burlo Garofaloin Trieste, found that 17 percent of children and adolescents in southern Italy suffer from mental-health problems including depression, suicide and eating disorders like anorexia—all disproportionate side effects of Italy's enduring north-south income divide.

What's remarkable is how little impact 40 years of government aid and investment have had. For decades, the richer Italian provinces in the north have complained—often to the point of demanding separation—that taxes paid to the government in Rome are siphoned by the poor south. To be sure, there are some successes: government investment in agriculture has made Puglia the largest provider of pasta for Europe. Calabria has become one of Europe's major suppliers of citrus fruit. In Campania, investment in tourism has transformed the Amalfi coast into a top tourism destination, while Naples is slowly being remade into a clean and safe city. Yet the overall picture remains grim: 7.3 million residents in southern Italy still make less than 521 euro a month, and half of those live on less than 435 euro a month, according to ISTAT, Italy's national statistics institute. "There are hotels in the south that can demand 500 euro a night, and families live on less than that just a few kilometers away," laments Francesco Loporfido, who owns the Andrisani Enoteca, tucked inside a Matera cave.

Part of the problem is how resources have been allocated. In 2000 the government earmarked $50 billion in EU funds and matching national funds for Mezzogiorno development through the year 2006, much of which was meant for health-care reform and infrastructure enhancements. But under Prime Minister Silvio Berlusconi, more than half those funds have gone to Campania for urban revitalization in Naples and development along the already rich Amalfi coast. Recently the government allocated 300 euro million for broadband infrastructure, despite the fact that only a slender fraction of southern Italians can afford computers. It has spent millions in studying whether to build a 4.6 billion euro bridge from Sicily to the mainland. As for social services, reports the Mother and Child Health Laboratory study: "Not a single program for maternal and pediatric intervention exists in Italy right now." Many southern hospitals suffer from shortages of doctors, nurses and medical supplies. Scores of public buildings have been declared unsafe.

Why hasn't northern Italy's wealth trickled south? The reasons are many, ranging from the mafia's control of many southern businesses to the unusually large share (an estimated 30 to 40 percent) of the local economy that operates in the black—the black market, that is. Money made on the side, whether by day labor or crime, does not flow into taxes, which in turn impoverishes municipal governments. More fundamentally, Italy's economic good times never touched the south. Prosperous northern businesses invested in plants in their own region; service industries operate where the money and markets are—in the north. It has been the same story with foreign investment, except for the relatively modest amounts of EU aid. All this is compounded by low health and literary rates. With 24 percent of primary students abandoning school, unemployment hovers between 30 and 50 percent and shows little prospect of improving. Perhaps worst, long years of inequity have all but stifled the will to change. The perception is that southern Italy will always be as it is, says Bonati. "Especially in the south, people feel that it's their destiny to be poor."

The prognosis is not good. The latest studies are full of well-intentioned recommendations for change, from improving local health services with mobile clinics and tougher regulation to greater emphasis on prenatal and childhood medical assistance. There's also brave talk about ways of narrowing the north-south income divide: measures to force black-market jobs into the mainstream, bolstering tax revenues and adopting initiatives to ensure that parents keep their kids in school. None of this is likely to amount to much, however, without a commitment from Italy's federal government to invest economically in the south—and offer incentives for northern businesses to do the same. Without that, the region's chief potential resource—its low-cost, underemployed labor pool—will remain untapped. And its people might as well be living in caves.

Autur: Barbie Nadeau - Funt: Newsweek International

 

Spedij de Amministratur ul Lunedì, 19 settembre @ 15:39:01 CEST (679 letür)
(cumenti? | Rasegna Stampa | Voto: 5)
Rasegna Stampa: Newsweek - Padania/Mezzogiorno: «Il Sud d'Italia è la zona più povera d'Europa»

Econumia&FinansaAffascinante per storia e natura, ma bocciato per la povertà. Giudizio negativo quello di Newsweek, il settimanale britannico che ha riportato i risultati di due studi italiani sugli aspetti peggiori del Meridione d'Italia. Se il Sud fosse uno stato indipendente, sarebbe il più povero dell'Unione europea. E' il primo responso basato su una serie di elementi. Sotto la lente il reddito pro capite, insufficiente per assicurare ai cittadini case adeguate, dotate di servizi primari, come acqua calda e riscaldamento. Attenzione puntata anche sulla mortalità infantile: nei primi 28 giorni di vita la percentuale di decessi è del 5.7 ogni mille nascite. Un dato quattro volte superiore alle province del Nord e doppio rispetto alla media europea. Niente di positivo neanche sul fronte dell'istruzione: i casi di abbandono scolastico fino a 14 anni raggiungono il 24 per cento, valore 2 volte e mezzo più alto del resto d'Europa.

Ad affondare la lama, nell'articolo di Newsweek, è proprio un medico, coautore di uno degli studi, Maurizio Bonati dell'Istituto Mario Negri di Milano: «Stiamo parlando di persone che non possono comprare latte per i loro bambini e non riescono a nutrirsi quando sono in gravidanza». A lui si aggiunge il pediatra Giorgio Tamburlini dell'Istituto per l'Infanzia Burlo Garofolo di Trieste, responsabile della seconda ricerca: «Il 17 per cento di bambini e adolescenti del Sud soffre di disturbi mentali, compresa depressione, tendenza al suicidio, disordini alimentari come l'anoressia». Quello che è più notevole, sottolinea Newsweek, è l'impatto insignificante che hanno avuto quarant'anni di contributi da parte del governo. Per decenni le più ricche province del Nord hanno lamentato che le loro tasse fossero assorbite dalla povertà del Sud, a tal punto da reclamare l'indipendenza fiscale.

Ma non è tutto da buttar via. Tanti investimenti, ammette il settimanale, hanno prodotto anche qualche risultato: i contributi all'agricoltura pugliese hanno reso la regione la più importante produttrice di pasta in Europa; la Calabria una delle maggiori fornitrici di agrumi; la Campania ha trasformato la costiera amalfitana in una prestigiosa meta turistica, mentre Napoli lentamente sta diventando una città pulita e sicura. Restano, però, i numeri poco confortanti: mentre ci sono hotel di lusso che chiedono 500 euro a notte, 7.3 milioni di cittadini meridionali ne guadagnano meno di 521 al mese e la metà vive con poco più di 430, secondo l'Istat. E non manca l'analisi delle cause dello sfacelo. Mafia, lavoro nero, modalità di distribuzione delle risorse. Quanto all'ultima voce, il settimanale fa notare come recentemente il governo ha stanziato 300 milioni di euro per infrastrutture a banda larga, nonostante il fatto che solo una piccola parte del Sud produce computer.

Le critiche non finiscono qui. «Sono stati spesi milioni per studiare un progetto per il ponte sullo stretto di Messina che costerà 4.6 miliardi di euro», mentre «tuttora non esiste in Italia un programma di interventi nel settore materno e pediatrico», come si precisa nello studio dell'Istituto Mario Negri. E rincarando la dose, si fa notare che nel Sud molti ospedali soffrono per carenza di medici e infermiere. Per non parlare del fatto che parecchi edifici pubblici sono dichiarati ufficialmente inagibili. Così, su questa base, anche le prospettive non sono rosee, secondo il settimanale. A fronte di una sorte di rassegnazione a restare poveri che caratterizzerebbe la gente del Sud, e nonostante i consigli contenuti negli studi su come combattere il divario, nessuna soluzione sembra avere valore senza un impegno da parte del governo a investire nel Meridione e incentivare le province del Nord a fare altrettanto. Parola di Newsweek.

Funt: Corriere.it

 

Spedij de Amministratur ul Lunedì, 19 settembre @ 15:27:25 CEST (449 letür)
(cumenti? | Rasegna Stampa | Voto: 0)
Rasegna Stampa: Addio banca Padana, Bpi cede algi olandesi: Sfuma il sogno della banca popolare del Nord Italia

Econumia&FinansaComplimenti ai poteri forti. Che tali sono rimasti. E complimenti a tutti coloro che nella vicenda Fazio-Popolare di Lodi-Antonveneta si sono affidati a un’offensiva mediatica senza precedenti. La Banca Popolare Italiana (nata lo scorso due giugno come grande polo bancario del Nord che, con l’Istituto di Lodi, doveva strappare la cessione di Antonveneta agli olandesi di Abn Amro) alla fine ha mollato. Ha ceduto le sue quote agli stranieri. Alla fine sì, perché dietro alla decisione di vendere c’è tutta la storia di un sogno affondato ad arte. Il sogno di una grande Banca padana in grado di superare le logiche bancarie vigenti e mettersi al fianco del mondo produttivo del Paese. Una storia vissuta nelle aule dei Tribunali, spiattellata a caratteri cubitali sulle colonne di imponenti giornali e sapientemente pilotata da chi siede nei salotti “buoni” dell’alta finanza. Una storia di intrecci, tra controllati e controllori e di uomini che si sono opposti a un sistema viziato. Una bella storia, insomma. Anzi, una brutta storia.

Cominciamo daccapo. C’era una volta Gianpiero Fiorani, presidente di un antico istituto padano: la Popolare di Lodi, classe 1864. La prima banca popolare costituita in Italia, il primo sportello al servizio della gente e delle imprese. Fiorani, che mai aveva frequentato l’alta finanza regnante nel Belpaese, un giorno decide di strappare l’Istituto di Padova agli olandesi. Si butta anima e soldi nell’impresa ma ben presto si trova la strada sbarrata. Le altre grandi banche, quelle che fino all’approvazione della riforma di Bankitalia da parte del Governo controllavano l’intero sistema bancario nazionale, hanno immediatamente opposto resistenza e messo in campo un vero esercito: ascoltatori raffinati e scribacchini d’alto rango. Quanto basta per distruggere un’immagine agli occhi del popolo.

Così succede che, nel pieno rispetto delle regole, Fiorani passi attraverso la Banca centrale italiana, dove il Governatore Antonio Fazio dà l’ok all’offerta pubblica d’acquisto che Popolare italiana lancia su Antonveneta, e il grande polo bancario del Nord comincia a prendere forma consistente. Apriti cielo. Il sogno si scontra con la realtà. Fazio diventa la “strega cattiva” che ha concesso al piccolo Fiorani di sfidare un gigante ben consolidato. «Tre banche da sole - scrive Beppe Grillo sul suo sito - “controllano” la Banca d’Italia: Intesa, San Paolo IMI e Capitalia. Ma se loro “controllano” la Banca d’Italia, come fa la Banca d’Italia a controllarle?». No comment. Vero è che parte la caccia alla strega. E siccome chi controlla i controllori ha anche buone “influenze” nei media (Rcs mediagroup - tanto per citarne uno - ha nel patto di sindacato, che detiene il 50,05% del potere, gli stessi nomi di Bankitalia) è facile intuire come si svolgerà la battaglia. E soprattutto perché il Corriere della Sera, tra intercettazioni e distorsioni si è sempre distinto, in prima fila, nella sistematica distruzione dell’immagine del Governatore affinché si possa dimettere. Tutti hanno gridato al “colpevole”, nessuno ha ancora sentenziato un reato preciso. Nemmeno le autorevoli istituzioni europee. Fazio resiste al suo posto, ma Fiorani? Il presidente di Bpi destituito e sfinito dai magistrati, sembra aver mollato.

Funt: Cristina Malaguti

 

Spedij de Amministratur ul Domenica, 18 settembre @ 04:18:58 CEST (478 letür)
(cumenti? | Rasegna Stampa | Voto: 0)
Aprufundiment/Liber: Lettera circolare n. 50 del 13 maggio 2005 prot. n. 4394 Piano di interventi e di finanziamenti per la realizzazione di progetti nazionali e locali nel campo dello studio delle lingue e delle tradizioni culturali appartenenti ad una minoranza linguistic

Econumia&Finansa

Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca
Dipartimento per l'Istruzione
Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici
Area dell'autonomia scolastica
Ufficio VI
Classificazione
2.2.6 - Iniziative complementari e integrative
Lettera circolare n. 50 del 13 maggio 2005 prot. n. 4394
Piano di interventi e di finanziamenti per la realizzazione di progetti nazionali e locali nel campo dello studio delle lingue e delle tradizioni culturali appartenenti ad una minoranza linguistica (legge 15 dicembre 1999, n. 482 art. 5). A.s. 2005/2006



Premessa
La scuola dell'autonomia e ancor più oggi la scuola della riforma è chiamata a recepire le istanze formative di cui sono portatori gli alunni, le famiglie e, più in generale il territorio, per trasformarle in bisogni formativi attraverso i piani di studio personalizzati.
In particolare i Piani di studio personalizzati, strettamente collegati con le realtà locali, concretizzano gli obiettivi nazionali in percorsi/strategie volti a contestualizzare, personalizzare e integrare riconoscendo e valorizzando le diversità, promuovendo le potenzialità di ciascuno e adottando tutte le iniziative utili al raggiungimento del successo formativo. Inoltre, le Indicazioni nazionali per i Piani di studio personalizzati nella scuola primaria evidenziano che tale scuola "favorisce l'acquisizione da parte dell'alunno sia della lingua italiana, indispensabile per tutti i fanciulli alla piena fruizione delle opportunità formative scolastiche ed extrascolastiche, sia di una lingua comunitaria, l'inglese, privilegiando, ove possibile, la coltivazione dell'eventuale lingua madre che fosse diversa dall'italiano".
In tal senso si ravvisa la necessità dell'utilizzo delle lingue minoritarie accanto a quella ufficiale in uno spirito di tolleranza e comprensione e nel rispetto delle differenze.
Le diversità linguistiche, infatti, costituiscono per l'Italia e per l'Europa una risorsa: "la tutela e la promozione delle lingue minoritarie rappresentano un contributo importante per l'edificazione di una Europa fondata sui princìpi della democrazia e della diversità culturale, nel quadro della sovranità nazionale e dell'integrità territoriale".
La diversità linguistica è quindi un elemento fondamentale di cultura e democrazia dell'Unione Europea, che si adopera anche per tutelare le lingue regionali e minoritarie presenti sul suo territorio.
In particolare, in Italia la legge 15 dicembre 1999 n. 482, integrata dal Regolamento attuativo emanato con decreto del Presidente della Repubblica 2 maggio 2001 n. 345, prevede all'art. 2 - in attuazione dell'art. 6 della Costituzione ed in armonia con i princìpi generali stabiliti dagli organismi europei ed internazionali: "La Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo". La legge introduce, in particolare, agli articoli 4 e 5, specifiche disposizioni in materia di promozione della lingua delle minoranze sia come strumento di svolgimento delle attività didattiche nella scuola materna e di insegnamento delle discipline nella scuola elementare e secondaria di 1° grado, sia come oggetto specifico di apprendimento nei predetti gradi di scuola.
A tale riguardo, a consuntivo del triennio di finanziamenti erogati e in considerazione di quanto previsto al comma 2 dell'art. 2 del Regolamento di attuazione della legge 15 dicembre 1999, n. 482 e cioè che "le istituzioni scolastiche, anche avvalendosi della collaborazione delle Università delle regioni interessate, possono avviare una fase di sperimentazione con l'attivazione di corsi di insegnamento di cui all'articolo 4 della legge, per una durata massima di tre anni a decorrere dalla comunicazione da parte dei consigli provinciali degli adempimenti di cui al comma 1, dell'articolo 3 della legge medesima", a partire dall'anno scolastico 2005/2006 si intende:

– invitare le scuole che hanno sviluppato in questi tre anni di sperimentazione percorsi educativo-didattici, che curino la salvaguardia delle lingue e delle culture di minoranza a utilizzare tutti gli spazi organizzativi-didattici messi a disposizione dalla normativa su citata al fine di proseguire l'azione intrapresa con una progettazione curricolare di unità di apprendimento definite poi nei Piani di studio personalizzati e che vadano a confluire nel Portfolio di ciascun allievo;
– destinare una prima quota di finanziamento a progetti più "strutturati" sullo specifico insegnamento delle lingue di minoranza, per le quali le scuole possono valutare le competenze acquisite, rilasciando opportune certificazioni, che fanno parte della registrazione e documentazione degli apprendimenti da far confluire nel Portfolio prefigurato dalla legge n. 53/2003;
– includere nella quota preindicata il supporto finanziario alla produzione di materiali didattici trasferibili, purché non siano connessi ad attività editoriali;
– accantonare una seconda quota di finanziamento per sviluppare una progettualità da parte delle scuole di "respiro" europeo, da realizzare con i programmi di finanziamento che l'Unione Europea, nell'ambito delle politiche comunitarie di promozione della diversità linguistica attraverso l'insegnamento e l'apprendimento anche delle lingue minoritarie, sviluppa su progetti basati, tra l'altro, sulla tematica della tutela delle minoranze linguistiche. Tale linea di sviluppo dovrà essere perfezionata dalle scuole e perseguita con l'individuazione da parte delle stesse di finanziamenti delle iniziative relativi alla legge n. 482/1999 presso comune, provincia, regione, cassa rurale, industria locale, a cui potrà essere poi aggiunta una somma che il Miur intende mettere a disposizione come cofinanziamento a copertura delle necessità economiche derivanti dai progetti europei prefigurati dai relativi bandi di concorso. Le scuole che intendano accedere ai finanziamenti di programmi messi a disposizione dall'Unione Europea nell'ambito delle politiche comunitarie, sono, pertanto, invitate a documentarsi fin d'ora sulle prospettive aperte dai programmi Socrates, indicazioni già a disposizione nella sezione del sito Miur e, per la tempistica, ad assumere informazioni sia dal sito Indire sia dai responsabili incaricati dei vari progetti dello stesso Indire, in modo da iniziare, per quanto possibile, una seria programmazione di massima, da proporre nei tempi dei bandi.

Le scuole alle quali sono stati assegnati i finanziamenti della legge n. 482/1999 negli anni scolastici 2001/2002 e/o 2002/2003 e/o 2003/2004 e/o 2004/2005, ai sensi della lettere circolari rispettivamente n. 89 del 21 maggio 2001, n. 90 del 31 luglio 2002, n. 64 del 29 luglio 2003 e n. 65 del 28 luglio 2004, che volessero proporre progetti in continuità ed in eventuale evoluzione rispetto al piano progettuale finanziario approvato a suo tempo, sono invitate ad evidenziare i risultati ottenuti e le carenze riscontrate, specificando gli obiettivi che si intendono proseguire con il progetto presentato per l'a.s. 2005/2006.
L'invio dei progetti da parte delle istituzioni scolastiche dovrà essere effettuato presso il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca - Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici, Uff. 6 - V.le Trastevere 76/A - 00153 Roma, entro e non oltre il 30 settembre 2005.
Le proposte saranno prese in considerazione se corredate dei seguenti elementi:

a) progetto redatto in lingua italiana e in lingua minoritaria;
b) nuova scheda-formulario, allegata alla presente lettera circolare, debitamente compilata in tutte le sue sezioni (una scheda per ogni progetto), da inviare all'indirizzo di posta elettronica segnalato nella scheda medesima;
c) delibera del Consiglio provinciale di cui all'art. 3 comma 1 della precitata legge n. 482/1999.

La Commissione tecnica ricostituita con decreto ministeriale n. 113 del 23 ottobre 2002 con il compito di offrire indicazioni per la definizione dei criteri generali per la redazione di progetti nazionali e locali nel campo dello studio delle minoranze linguistiche storiche e incaricata di valutare i progetti, procederà alla selezione delle proposte presentate, privilegiando quelle elaborate da reti di scuole e che prevedano altri eventuali contributi da parte degli enti locali, nel quadro di un'ampia e consapevole responsabilità del territorio e nel rispetto dei criteri stabiliti dalla legge n. 482/1999.

Iniziative di formazione
Le istituzioni scolastiche, nell'esercizio dell'autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo potranno prevedere nell'ambito del medesimo progetto iniziative di formazione da destinare al personale insegnante coinvolto nel progetto, da realizzare contestualmente all'attuazione del progetto didattico nel caso in cui nell'istituzione scolastica sia in servizio personale docente già in possesso di competenze specifiche nelle lingue minoritarie e che richieda ulteriori approfondimenti in materia ed un perfezionamento delle competenze già in possesso.
Analogamente ai progetti didattici saranno prescelte le proposte provenienti da reti di scuole anche appartenenti a minoranze linguistiche diverse.
Nella programmazione e realizzazione degli interventi formativi le istituzioni scolastiche potranno avvalersi della consulenza e della collaborazione delle Università e delle loro diverse articolazioni (Dipartimenti e Facoltà), destinatarie di specifici finanziamenti previsti dalla legge, anche per la produzione di materiali didattici trasferibili.

Raccomandazioni finali
Il Miur, in considerazione di quanto già emerso dal monitoraggio effettuato sulle scuole destinatarie dei finanziamenti nelle tre annate scolastiche decorse, intende assumere le seguenti linee di indirizzo e di azione per il futuro.
Nell'esame dei progetti proposti per l'anno scolastico 2005/2006 e da finanziare, saranno privilegiati in modo prioritario quelli relativi a significative attività didattiche per gli alunni, sempre accompagnate da coerenti e congruenti interventi di formazione per i docenti impegnati nelle esperienze in lingua minoritaria. Grande importanza sarà riservata alla costituzione di reti territoriali (reti di scuole e non reti di progetti) che comprendano non solo scuole che operano nell'ambito delle proprie minoranze, ma anche scuole nelle quali siano rappresentate eventualmente altre minoranze linguistiche. Si raccomanda di focalizzare con particolare attenzione nei progetti gli obiettivi, e curare che siano indicate le azioni di monitoraggio e di valutazione dell'attività, nonché di diffusione dei risultati. Le scuole, nell'elaborazione delle proposte, dovranno rapportarsi ad uno "standard" di costi entro cui siano previste esclusivamente spese necessarie per la realizzazione delle iniziative, tenendo sempre conto dei criteri precedentemente esposti.
Il finanziamento che sarà disposto dalla presente lettera circolare sarà, pertanto, opportunamente ripartito e assegnato rispetto alle esigenze progettuali espresse dalle scuole e in relazione alle effettive disponibilità di cassa, del relativo capitolo della spesa in base alle determinazioni del Ministero dell'Economia e delle Finanze.
IL DIRETTORE GENERALE
Silvio Criscuoli
Scheda formulario

 

Spedij de Amministratur ul Giovedì, 01 settembre @ 15:30:01 CEST (507 letür)
Comunicaa: Finanziamenti per progetti di studio delle lingue e tradizioni di minoranze linguistiche

Econumia&Finansa Pubblicata, con prot. 7975, dal Miur, in data 31 agosto 2005, la circolare relativa ai finanziamenti. Fissato al 30 settembre prossimo il termine per la presentazione delle richieste.
Dal Ministero dell’Istruzione e della Ricerca, Dipartimento per l’Istruzione, Direzione Generale per gli ordinamenti scolastici, Ufficio VI, a firma Elisabetta Davoli, è stata inoltrata, in data 31 agosto 2005, ai Direttori Regionali per le province di Avellino, Belluno, Cagliari, Campobasso, Catanzaro, Cosenza, Crotone, Cuneo, Foggia, Gorizia, Imperia, Lecce, Nuoro, Oristano, Palermo, Pescara, Pordenone, Potenza, Reggio Calabria, Sassari, Taranto,Torino, Trieste, Udine,Venezia, Verbano Cusio Ossola, all’Irre di Calabria, alle Sovrintendenze Scolastiche di Val d’Aosta, Trento e Bolzano, e per conoscenza a numerose altre istituzioni regionali e provinciali, la circolare prot. 7975 relativa al "Piano di interventi e di finanziamenti per la realizzazione di progetti nazionali e locali nel campo dello studio delle lingue e delle tradizioni culturali appartenenti ad una minoranza linguistica (Legge 15 dicembre 1999, n.482 art. 5). a.s. 2005/2006" . La data ultima entro cui le scuole dovranno presentare i progetti è confermata al 30 settembre 2005.
Le modalità di presentazione delle richieste sono state pubblicate nella lettera circolare n. 50 prot. 4394 del 13 maggio 2005. I progetti da finanziare, in maniera privilegiata, saranno quelli relativi "a significative attività didattiche per gli alunni, sempre accompagnate da coerenti e congruenti interventi di formazione per i docenti impegnati nelle esperienze in lingua minoritaria". Per visionare la lettera circolare n. 50 del 13 maggio del 2005 consulta:

Lettera circolare n. 50 del 13 maggio 2005 prot. n. 4394 Piano di interventi e di finanziamenti per la realizzazione di progetti nazionali e locali nel campo dello studio delle lingue e delle tradizioni culturali appartenenti ad una minoranza linguistica (legge 15 dicembre 1999, n. 482 art. 5). A.s. 2005/2006

Funt: www2.tecnicadellascuola.it

 

Spedij de Amministratur ul Giovedì, 01 settembre @ 15:19:36 CEST (477 letür)
(cumenti? | Comunicaa | Voto: 0)
Rasegna Stampa: Rapporto Brambilla 2005: I conti esatti per uno Stato che “bara”

Econumia&FinansaC’è chi pensa che si possa fermare la “Devolution”. Molti segnali arrivano da diverse componenti politiche: pubblichiamo integralmente Il quinto Rapporto “Brambilla” per la regionalizzazione del Bilancio statale.
Chi si siede al tavolo dei bari e pensa di vincere. Perderà sempre. Così, accade da tempo che la Lega Nord continua a sottolineare il forte disavanzo tra quanto ogni singola regione contribuisce al bilancio dello Stato e del Paese e quanto da questi prende. Ci sono così regioni, soprattutto quelle meridionali, che prendono tanto e danno molto poco in termini “sostanziali”, contribuendo enormemente ad un disavanzo crescente che squilibria ogni previsione. E’ inutile continuare a barare. C’è un’Italia che non lavora, che non produce, che male amministra, che ruba, che rimescola in modo malavitoso le carte. Una parte di Paese che non ha senso di responsabilità, nè senso della nostra storia economica. Che fare? Questo Quinto Rapporto “Brambilla”, sulla regionalizzazione del Bilancio statale è una prima risposta esaustiva. Perchè i numeri non sono opinioni. Perchè continuando su questa falsariga il Paese rischia il fallimento. Perchè quella parte produttiva non potrà più a lungo sostenere, vista anche la situazione internazionale, quell’altra parte che trucca le carte e i conti. Per questo occorre che la Devolution vada in porto. Per meglio redistribuire, responsabilità e competenze, voglia di fare e di reinvestire in modo sano. Ne abbiamo parlato con il Sottosegretario di Stato Alberto Brambilla, uno dei più stretti collaboratori del ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Roberto Maroni.
«Ancora oggi non sappiamo chi mette i soldi nel cassetto e chi li prende. Cè una pericolosa deriva che sta mettendo in forse la Devolution. Da un lato politici come Storace e Bacini insieme all’Udc, che vogliono affossare la Devolution. Dall’atra i soliti soloni economisti dell’opposizione che gridano allo scandalo, perchè il federalismo rischia di far spendere troppo al Paese».
E quali sono le risposte ai soloni e a chi lavora perchè tutto si fermi?
«Ai primi rispondo che i conti che presentiamo vanno letti e studiati per capire che l’unica via da battere è, innanzitutto, l’onestà dei numeri e della matematica finanziaria, poi che la strada maestra da seguire è quella di un sano federalismo responsabile e solidale. Ai ladri dico che devono stare attenti alla galera. Agli alleati, che i patti di Governo vanno mantenuti altrimenti si pratica il tradimento ed ogni alleanza decade».
Ma come mai è così spinoso il cammino verso la regionalizzazione del bilancio statale e l’acquisizione di una nuova cultura amministrativa. Non saremo mica il primo esempio di proposta amministrativa federale in Europa?
«Ricordiamoci che quello che oggi vediamo è dipeso molto da come la sinistra ha voluto affrontare la questione federale attraverso la modifica dell’Art 5 della Costituzione. Noi siamo ancora per lo schema emerso nel 1996 a Venezia e nel primo Governo Pagliarini. Evidentemente dietro tutta questa mistificazione di conti c’è un potere politico che trae giovamento da tutto questo, in primis utilizzando il grande flusso di denari che dallo Stato arriva alle Regioni, per creare consensi, poi per dar vita a sacche imperscrutabili di interessi e affari trasversali. Basti dire che i dati più completi che lo Stato ha su cui ragionare, sono quelli del 2001».
E la storia di questo V Rapporto?
«La principale novità di questo 5° rapporto consiste nell'aver ampliato la scomposizione a livello regionale non più alla sola spesa per il "welfare" (nei primi tre rapporti avevo regionalizzato il bilancio previdenziale dell'Inps e successivamente, nel 4° rapporto, l'intera spesa previdenziale italiana) ma all'intero bilancio dello Stato, variandone conseguentemente il titolo.

Autur: Fabrizio de Marinis - Funt: La Padania

 

Spedij de Amministratur ul Sabato, 27 agosto @ 16:15:32 CEST (521 letür)
(cumenti? | Rasegna Stampa | Voto: 4)
Tragicomic: Evasione Fiscale: il Mezzogiorno evade tre volte di piu' della Padania

Econumia&FinansaIl quadro dell'evasione e del sommerso che il Tesoro inserirà nel Dpef: il lavoro irregolare raggiunge quota 13,4%. La mappa dell'Italia che non paga il Sud evade il triplo del Nord: Ogni 100 euro dichiarati, 46 nascosti. Nel piano del governo chi perde la causa pagherà di più. Torna l'elenco clienti.

ROMA - Un popolo di evasori? Se anche il presidente del Consiglio Berlusconi lancia l'allarme c'è da essere preoccupati. Il fenomeno c'è, anche se si tende a parlarne poco e stavolta il ministro dell'Economia Siniscalco ha voluto metterlo nero su bianco tracciando una geografia del lavoro irregolare, che altro non è che uno degli indicatori dell'evasione fiscale e contributiva. La mappa finirà nel Documento di programmazione 2006-2009 mentre per la Finanziaria è pronto un pacchetto di misure anti-evasione che prevedono una stretta sulla politica degli accertamenti, il ritorno di incombenze per il popolo delle partite Iva come l'obbligo dell'elenco fornitori-clienti, più forza per lo Stato nelle cause fiscali con obbligo di pagare di più dopo il primo e secondo grado di giudizio, percentuali agli enti locali per il recupero di evasione e la riforma del sistema di esattori con la creazione della "Riscossione spa".

Tornado alla mappa del Dpef, la media del lavoro irregolare in Italia è del 13,4 per cento del totale degli occupati, come dire che circa un lavoratore su dieci è sconosciuto all'Agenzia delle entrate, alla Guardia di Finanza e all'Inps. La cartina del Belpaese, annunciata ieri da Siniscalco durante il vertice con la parti sociali a Palazzo Chigi, descrive così uno scenario aggiornato (i dati sono del 2003 e gli ultimi dell'Istat erano del 2002) e preoccupante della "shadow economy" italiana.

Le regioni del Sud, dove l'evasione è il triplo del Nord, sono quelle maggiormente interessate dal fenomeno: in alcune zone della Sicilia, della Calabria, della Puglia e della Sardegna il tasso di lavoro irregolare arriva fino al 33 per cento. Ma anche province del Centro e del "profondo Nord" non scherzano: ad Aosta, Spezia, Livorno, Pesaro, l'Aquila e Viterbo il tasso di lavoro irregolare raggiunge anche il 19,3%.

Se si va a guardare la mappa dell'Italia dei servizi il campanello d'allarme squilla più forte: la media del "nero" è del 18,7 per cento e il fenomeno si spalma sull'intera penisola. Nuovi mestieri, baby sitter, assistenza per i computer, ma soprattutto riparazione domestiche e automobilistiche: sono questi i settori che il Dpef non cita ma che una serie di analisi degli ultimi anni hanno portato alla ribalta come protagonisti della nuova economia in nero. In questo caso, oltre che nelle regioni del Sud dove da Napoli in giù il tasso di lavoro irregolare non scende mai sotto il 22,4 per cento, anche nel Nord a macchia di leopardo avanza l'evasione fiscale e contributiva nonostante il piano anti-sommerso del governo che risale al pacchetto dei 100 giorni dell'autunno del 2001. In alcune province del Nord Est si raggiungono tassi del 42,9 per cento mentre anche il Centro ha le sue colpe: in alcune zone dell'Umbria, del Lazio, della Tosca e delle Marche si arriva al 22,4 per cento.

Pagare tasse e contributi è un optional? Per sapere con precisione a quanto ammonta l'evasione fiscale in Italia bisogna rifarsi all'ultima analisi disponibile: quella dell'Agenzia delle entrate del 1998. Nel complesso, per ogni 100 euro di imponibile dichiarato, gli italiani nascondono al fisco altri 46 euro, Nell'insieme sfuggono alla tassazione oltre 200 miliardi di euro cioè 400 mila miliardi di vecchie lire. Chi evade di più? Un sondaggio Swg-L'Espresso del dicembre del 2004 ha posto questa domanda ad un campione di 700 italiani. Risposta: per il 43 per cento i liberi professionisti, per il 21 per cento gli imprenditori, per il 12 per cento i commercianti e per l'11 gli artigiani. Ma non finisce qui: non è solo l'evasione la spina nel fianco dell'Italia ma anche la capacità di recupero di quanto scovato dalla Guardia di Finanza. Secondo un'indagine della Corte dei Conti del novembre del 2004, rielaborata dal Cer, l'imponibile che emerge dai controlli delle Fiamme Gialle "evapora". Su 100 controlli, solo 80 vengono trasformati in veri e propri accertamenti e di questi il 70 per cento prende la via del condono o dei vari patteggiamenti. Ma non è finita: quel poco che resta dovrebbe essere riscosso dal sistema degli esattori, ma i dati dicono che, per un motivo o per l'altro, nel 2003 su un carico di 22 miliardi di euro di crediti affidati ai concessionari nelle casse dello Stato è arrivato solo il 2,8 per cento. Come si vede la lotta all'evasione non è una strada breve.

Funt: Web - Autur: ROBERTO PETRINI

 

Spedij de Amministratur ul Giovedì, 28 luglio @ 21:30:00 CEST (648 letür)
(cumenti? | Tragicomic | Voto: 5)
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Te ghe l'è l'account o no? Creell Chì!. Se te registret te pudarè duprà tücc i servizi e persunalizà i pagin.
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