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Comünicaa Stampa: www.radiovenetouno.com: Jornale-radio in lengoa veneta/Giornaleradio in lingua veneta |
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Funt: RAIXE-VENETE:
Co l'ocaxión ve informémo anca che da qualche stimana xe partìo oficialmente el primo jornale-radio in lengoa veneta!
Se trata de on vero e propio "radiojornale" che và in onda ogni dì co 7 edisión jornaliere so Radio Veneto Uno (FM. 97.5 - www.radiovenetouno.com ). Se pol scoltar la radio in dirèta anca dal nostro sito internet so la pàjina:
www.raixevenete.net/jornale_radio_veneto.asp
Vi informiamo che già da qualche settimana è partito ufficialmente il primo radio-gionale in lingua veneta!
Si tratta di un vero e proprio giornale radio, in onda ogni giorno con 7 edizioni giornaliere, sulle frequenze di Radio Veneto Uno (FM. 97.5 - www.radiovenetouno.com ). La radio può essere ascoltata anche in tutto il mondo attraverso il nostro sito internet alla pagina:
www.raixevenete.net/jornale_radio_veneto.asp
El fine stimana che vién, 7 e 8 de otobre 2006, Raixe Venete xe prexente a la Fiera Franca de Thiene (VI) co on banchéto de libri, majete, bandiere e tanto altro materiale de cultura veneta!
Se trata de na rievocasión stòrega granda, in ricordo de quando, sol 1492, el Doge Agostino Barbarigo, pa la gran fedeltà de la sità a la Republica Veneta e pa l'aiuto che xe stà dà inte la Bataja de Rovereto contro Sigismondo del Tirolo, el gà lasà far a Thiene el Marcà Franco da dàsi.
VIEN A CATARNE, semo là tuto el dì, da matina bonora fin sera! Te spetemo.
Pa Informasión: 347/4653711 o scrivì a info@raixevenete.net
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| Spedij de Amministratur ul Venerdì, 06 ottobre @ 13:03:04 CEST (1288 letür) |
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Per la sua venticinquesima edizione il Masi torna a premiare (con il "Grosso d'oro veneziano") uno dei maggiori interpreti della venezianità, Alvise Zorzi, che già fece parte del primo quartetto dei premiati, 25 anni fa, assieme a Elio Bartolini, Biagio Marin e Giulio Nascimbeni.
Discendente da un nobile ceppo veneziano che diede anche un doge alla Serenissima, Zorzi ha dedicato l'intera sua vita alla storia e alla civiltà di Venezia, con una vasta produzione letteraria (tradotta in tutte le maggiori lingue) che spazia da "Venezia scomparsa" a "La Repubblica del Leone", da "Venezia austriaca" a "I palazzi veneziani", da "Canal Grande" a "Monsieur Goldoni", da "Venezia ritrovata" a "La monaca di Venezia", per citare solo alcuni titoli. Già responsabile dei programmi culturali della RAI-TV, Zorzi è anche presidente del Comitato per la pubblicazione delle Fonti per la Storia di Venezia e, dal 1986, dell'Associazione dei Comitati privati internazionali per la salvaguardia di Venezia.
Con lui analizziamo l'evoluzione della cultura e della civiltà veneta in questi ultimi decenni.
«Partirei da questo premio, nato 25 anni fa proprio per valorizzare la cultura del Veneto e poi del Triveneto, cercando di individuare le persone che rappresentassero più degnamente le nostre qualità. Allora eravamo ancora in pieno boom, c'era il modello veneto in economia, e sul versante culturale si imponevano molte personalità interessanti; non dimentichiamo che venivamo da un'epoca in cui il Corriere della Sera, ad esempio, era una colonia veneta, ricordo Sacchi, Fraccaroli, il leggendario Balzan, lo stesso Nascimbeni. E sulla scena del Masi quell'anno si presentarono il grande Biagio Marin, e un personaggio dal brio narrativo e dalla vita avventurosa come Bartolini. Eravamo usciti dalla depressione, ma qualcuno si domandava quanto sarebbe durato, se i figli sarebbero stati all'altezza dei padri, continuando ad applicare le nobili virtù contadine. Ora purtroppo vediamo che tutto questo si è come sfaldato».
Colpa dei figli o delle circostanze storiche?
«Sono cambiate le condizioni. Certo se guardiamo bene ci sono ancora settori brillantissimi, ma è in crisi la piccolissima industria familiare; comunque con tutto questo il Veneto resta una roccaforte economica».
E sul terreno culturale?
«Ci sono campi in cui il fervore è grande, altri in cui c'è forse un leggero declino. Accanto alle grandi figure dei patriarchi, come Meneghello, Rigoni Stern e Zanzotto, vedo comunque una buona vitalità».
Proviamo a definire questi caratteri della veneticità?
«Tutto discende direttamente dal civismo peculiare dei veneti, dall'amore dell'ordine, da un termine poco amato, ma che io uso in senso positivo, come "perbenismo". Si tratta di caratteri che vengono spesso attribuiti dagli ignoranti alla dominazione austriaca, ma questa è una grossa balla, perché l'Austria è rimasta pochissimo, una sessantina d'anni, e non ha certo potuto influire sul carattere di una popolazione già fortemente improntato dalla civiltà della Serenissima».
Mi pare che un'altra caratteristica saliente del nostro bagaglio storico fosse l'attenzione al paesaggio, alla cura del territorio, che oggi appare abbastanza dimenticata...
«É vero, questo purtroppo è andato perduto. Il Veneto è stato invaso dai capannoni e dalle villette, ma bisogna dire non solo il Veneto. Sulle nostre villette ha scritto un bel saggio Manlio Brusatin, ma tutto sommato sono meglio le nostre che quelle che pullulano fra Lombardia e Lazio. Insomma, tra le brutture rimane ancora vivo l'amore della casa, delle proprie cose; qui la gente si affeziona ancora al proprio microcosmo e a quello che gli sta intorno: è sempre stata una civiltà affettuosa».
I sociologi però rilevano uno sfaldamento delle reti di relazioni che tenevano unite le comunità...
«Anche questo è vero, e non solo nel Veneto; e se da noi si avverte meno è perché continuiamo ancora ad usare molto il dialetto: noi appena entriamo in confidenza parliamo la nostra lingua, e ciò crea unione. Ma lo sfaldamento c'è, ed è nato come conseguenza dell'invasione della televisione, che ha distrutto un certo tipo di vita comunitaria che c'era fino a qualche decennio fa. Una serata a seguire l'"Isola dei famosi" in tv è ben diversa dal vecchio filò. Ora ognuno guarda il suo programma e addio socialità; e in più, trasmissioni sempre peggiori deteriorano la qualità della vita».
Non ci saranno anche ragioni economiche dietro tutto questo?
«Certo, la globalizzazione ha lasciato il segno. Ora sempre più tutto si assomiglia, e non c'è più differenza tra Veneto e magari Alabama e Texas: le caratteristiche peculiari via via scompaiono. Ricordo l'impressione spaventosa che ho riportato dal mio primo viaggio nell'Africa nera: anche gli oggetti di artigianato locale in realtà erano tutta roba di plastica made in Usa o non so dove».
E il nostro futuro?
«Temo che ci sarà sempre più omologazione anche da noi, anche se il Veneto come ho detto si difende abbastanza. Come reagire? Francamente non lo so».
Funt: Aidanews
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| Spedij de Amministratur ul Martedì, 03 ottobre @ 17:11:01 CEST (943 letür) |
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Speciaj: Proverbi Liguri - ''Chi no veu ben a-e bestie, no ne veu manco a-i cristien'' |
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Chi non vuole bene alle bestie non ne vuole neppure ai cristiani.
Questo proverbio è entrato direttamente nell'uso popolare dall'intercalare preferito di una popolarissima "zoofila" genovese: a scià Elena "di gatti", una minuscola vecchietta vestita di nero, con cappellino, veletta e petto coperto di medaglie.
Arrivava nella vecchia piazza di Portoria alle otto precise: che nevicasse, piovesse o tirasse tramontana.
Al suo seguito, disciplinatamente inquadrati, un centinaio di gatti, tutti quelli del quartiere.
La cerimonia era sempre la stessa: distribuzione del cibo e comizio.
Dopo aver disseminato la piazza dei suoi pacchetti, a scià Elena saliva i due gradini del monumento a Balilla e cominciava a parlare.
Dopo una serie di frasi più o meno sconclusionate, concludeva: "Chi no veu ben a-e bestie, no ne veu manco a-i cristien".
Funt: www.genovapress.com
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| Spedij de Amministratur ul Martedì, 03 ottobre @ 02:05:46 CEST (1076 letür) |
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Rasegna Stampa: Campiello - Niffoi ''La parola dialetto è razzista. Io uso una lingua locale'' |
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È Niffoi il vincitore del «Campiello»
- di Stefania Vitulli -
da Venezia
«Un premio condiviso con la Barbagia» è la prima dichiarazione di vincitore davvero emozionato, ma con le idee molto chiare. «Affinché la cultura non sia solo un modo di sopportare il male di vivere, ma una forte speranza di riscatto. Il primo colostro linguistico che ho ciucciato è quello di una lingua nitroglicerinica: il sardo. Io non uso il dialetto. Dialetto è un termine razzista. Io uso una lingua locale».
E così, dopo il siciliano di Camilleri, il sardo di Niffoi assume un'inedita potenza letteraria:
i trecento della Giuria popolare hanno espresso il verdetto e la prosa scarna e tagliente, intrisa di sangue e onore sardo, usata quasi come un'arma per intessere storie fantastiche e surreali eppure legate a filuferru alla profonda umanità dell'entroterra, di Salvatore Niffoi e della sua Vedova scalza (Adelphi, che per la prima volta vince il premio) si è aggiudicata con 76 voti la 44ª edizione del «Campiello».
Al termine di un testa a testa con Giancarlo Marinelli e il suo Ti lascio il meglio di me (Bompiani) che alla fine ha ottenuto 59 voti,
Niffoi si è confermato un nome di spicco della letteratura italiana (dopo il grande successo di critica e pubblico ottenuto lo scorso anno con La leggenda di Redenta Tiria, in via di pubblicazione in quasi tutti i Paesi europei). L'ha spuntata anche sui romanzi di Claudio Piersanti, Il ritorno a casa di Enrico Metz (Feltrinelli, 57 voti), Nico Orengo, Di viole e liquirizia (Einaudi, 48) e Pietrangelo Buttafuoco, Le uova del drago (Mondadori, 30).
Settantasei lettori popolari dunque,dei trecento che votano con un sms il vincitore dell'ultimo premio letterario della «stagione» (270 i voti validi) in una cinquina scelta da una giuria di «esperti» letterati presieduta da Giorgio Albertazzi, al suo debutto come presidente, e presente al completo alla cerimonia di prefazione trasmessa ieri sera in differita da Raiuno e condotta da Bruno Vespa e Martina Colombari. In platea una folta rappresentanza di industriali veneti, patron della manifestazione, personaggi dello spettacolo e della cultura.
Sardo di Orani, classe 1950, «Karrone» (così lo chiamano i parenti e gli amici per distinguerlo dagli altri Niffoi e «perché in Sardegna se non hai un soprannome non sei nessuno») Salvatore Niffoi ha esordito nel 1999 con Il viaggio degli inganni e, prima di approdare all'Adelphi lo scorso anno con La leggenda di Redenta Tiria, ha pubblicato altri tre romanzi con Il Maestrale. Insegna e scrive e fin dall'inizio del suo successo non ha mai amato né i bagni di pubblico né le interviste,
concesse sempre con parsimonia.
Personaggio schietto, legato alle sue radici e alla gente di Sardegna, ha dedicato il premio alla sua famiglia, alla «seconda famiglia», Adelphi, e alla sua isola: «Piuttosto che a domande su lettori e critica, o sulla differenza tra la mia narrativa e quella di Gavino Ledda, che peraltro è un grande amico, preferisco rispondere a una domanda che non mi fanno mai: qual è la differenza tra la Sardegna avanguardistica e costaiola e la mia. La stessa che passa tra una sofisticata donna francese profumata e desiderabile e una femmina».La vedova scalza è un'altra storia «barbaricina»: il racconto autografo della vita di Mintonia Savuccu, inviato dall'Argentina mentre arriva la morte alla nipote rimasta al paese.
Tra i perdenti, la storia della missione impossibile della spia scelta da Hitler, Eughenia Leinbach narrata da Pietrangelo Buttafuoco, letteralmente assediato nel post-conferenza stampa da un manipolo di giornalisti e critici che lo ha dato fino all'ultimo per favorito: «Condivido il titolo dell'Avanti per definire il mio romanzo:
“Finalmente un capitolo della storia italiana appartiene alla storia e non alla polemica”»; il ritorno a casa del manager Metz dell'abruzzese Piersanti, che, conosciuto il mondo dalla parte del potere, decide di rimodellare la propria esistenza fino a ripiegarsi su se stesso in un simbolico omaggio alla pace e alla bellezza interiori: «Una storia scritta perché mi interessa parlare di ciò che non conosco. Io una casa di partenza non ce l'ho e l'ho sempre invidiata»; la storia di Nico Orengo, Di viole e liquirizia,
legata ad Alba, grande terra di vini rossi, in cui un sommelier francese coltiva il paradosso di insegnare a bere ai langaroli: «Mi interessa il territorio agrario. Non potrei mai scrivere di periferie urbane degradate».
E infine Ti lascio il meglio di me del giovane vicentino regista teatrale Marinelli, lunga lettera d'amore di un padre alla figlia scomparsa Minerva: «Perché penso che le lettere d'amore siano la forma più alta di letteratura». Marinelli, citando Pasolini e Sant'Agostino,ha aggiunto: «Il messaggio del libro, che mi è costato sette anni di lavoro ed è ossessionato dalla figura di Gesù Cristo, è che non bisogna aver paura di avere cuore, di perdersi in una passione».
Marco Missiroli, che quest'anno ha vinto il Campiello Opera prima con il romanzo Senza coda (Fanucci), con le sue dichiarazioni spontanee ha insufflato aria fresca in conferenza stampa: «Non mi ispiro a Tondelli, come mi è stato detto più volte, sebbene siamo conterranei. Le sue erano storie di vita vissuta.
Noi giovani di oggi, invece, che abbiamo il sedere di scrittori nella bambagia, abbiamo grandi difficoltà a trovarne. E le troviamo nella micronizzazione del quotidiano. Oggi un romanzo può nascere alle poste. Io sono solo un ragazzino contemporaneo che spera di aver messo il primo mattone.
Il Giornale, 13-9-2006
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| Spedij de Amministratur ul Mercoledì, 13 settembre @ 01:44:35 CEST (837 letür) |
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News: Lombardo Occidentale - Il Vangelo in dialetto milanese in scena all'Umanitaria |
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Don Edo Morlin Visconti, 60 anni, è missionario in Uganda dove insegna il Vangelo nel dialetto locale. Gli è venuta così l’idea di tradurre i testi sacri anche in milanese. Il risultato è «El vangel per el dì d’incoeu» rappresentato in vari teatri per raccogliere fondi a favore della diocesi ugandese. Stasera va in scena all’Umanitaria.
Umanitaria, via Daverio 7, ore 18, ingresso libero Funt: Vivimilano
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| Spedij de Amministratur ul Mercoledì, 26 luglio @ 17:44:27 CEST (920 letür) |
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Rasegna Stampa: Linguaggio: chi parla modifica la nostra percezione del contenuto |
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Da uno studio della University of Amsterdam: comprendere una frase non è questione di contenuto - fatichiamo a capire chi dice cose che non si addicono al proprio ruolo o figura.
La comprensione di un discorso non è un processo così scontato come potrebbe apparire: qualcuno pronuncia una frase, l'ascoltatore la riceve, traduce il messaggio vocale in una serie di significati, ed ecco che si raggiunge il senso compiuto, a patto che esista una certa coerenza e che non ci siano troppi errori grammaticali.
NON SOLO GRAMMATICA - Ma uno studio condotto dall'Università di Amsterdam rivela che l'identità di chi parla è fondamentale per il nostro cervello ai fini della comprensione di un discorso. Se ci sono forti incoerenze, questa fallisce. Non solo l'associazione tra significato e significante – l'immagine acustica di una parola – non è così immediata e banale, ma anche il significato attribuibile a una frase non può essere separato dal contesto sociale che avvolge e coinvolge il momento in cui questa è emessa.
IL TEST - Il dottor Jos van Berkum, che ha condotto la ricerca olandese, attraverso l'elettroencefalogramma ha misurato l'intensità dell'attività elettrica del cervello durante l'elaborazione di una locuzione. L'esperimento prevedeva frasi farcite di alcune parole fuori posto, e altre, invece, dotate di un senso grammaticale perfettamente compiuto, ma incongruenti rispetto all'individuo da cui venivano fuori. Insomma, un uomo che pronuncia una frase del tipo: «voglio somigliare a Britney Spears» provoca un'incertezza nei processi mentali, una sorta di rallentamento. Come dimostra la registrazione dell'attività elettrica del cervello di chi ascolta, la reazione è del tutto simile a quella che si verifica quando nel mezzo di una frase si individua una parola che non c'entra nulla: c'è lo stesso picco nell'attività elettrica cerebrale.
FORMA E CONTENUTO - Il significato, quindi, non si costruisce solamente a partire dalla coerenza grammaticale e dalla conversione delle parole in idee. Il contesto sociale, e l'identità del parlante, costituiscono indizi altrettanto importanti che possono togliere coerenza e significato a un discorso proprio come gli errori grammaticali. Il processo, inoltre, è assolutamente veloce: fra i 200 e i 300 millisecondi sono sufficienti perché il cervello reagisca alla sorpresa che lo depista. È chiaro che il significato non è il risultato della somma dei singoli significati. I processi che lo regolano sono molto più complessi: «Il linguaggio – dichiara van Berkum – evolve in modo strettamente correlato alla società, ai suoi bisogni comunicativi». In un attimo afferriamo il messaggio verbale, lo analizziamo grammaticalmente e lo inseriamo in un contesto complesso, fatto di informazioni che riguardano l'individuo parlante, l'ambiente e molti altri aspetti per nulla contenutistici, bensì «formali».
Autur: Serena Patierno - Funt: Corriere.it
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| Spedij de Amministratur ul Lunedì, 10 luglio @ 20:59:31 CEST (789 letür) |
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Rasegna Stampa: Lingua Ligure - La premiazione del Premio di Poesia Dialettale e la Festa del Mare |
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“Il nostro patrimonio storico costituisce la solida base sulla quale poggia il presente e sulla quale costruire il nostro futuro".
Così il Sindaco di Alassio racconta come nasce l’idea del Premio di Poesia Dialettale Ligure.
“Da allora – continua Melgrati - sono trascorsi cinque anni e, mentre l’Assessorato al Turismo si appresta a varare la sesta edizione di questo premio, abbiamo voluto raccogliere gli elaborati vincitori delle scorse edizioni in una pubblicazione celebrativa del premio, degli autori e interpreti, ma soprattutto della lingua dei nostri padri”.
E sarà così negli anni a venire: ogni cinque anni, il Comune di Alassio pubblicherà questa preziosa raccolta di poesie dialettali, le migliori che ogni anno la paziente e laboriosa Giuria legge, rilegge, valuta e premia. Un lavoro prezioso il loro che si concretizza oggi in questo volume che vuole essere un modo importante, forse il più vero, autentico e prezioso per celebrare Alassio, e gli Alassini; “Perché tutto ha un inizio – conclude il Sindaco - e conoscere le nostre radici è l’unico modo per apprezzare e comprendere il nostro quotidiano”.
E come tradizione vuole domani, giovedì 29 giugno, non solo alle ore 15,30 la Biblioteca Civica Renzo Deaglio ospiterà la cerimonia di premiazione della sesta edizione del premio, ma con l’occasione sarà presentata la prima raccolta delle poesie vincitrici delle prime cinque edizioni.
A seguire, alle 18,45 sempre nel segno della tradizione, una toccante cerimonia di posa di un mazzo di fiori al monumento al marinaio presso “U Recantu di pescaui” in Via Torino.
Nel giorno dei Santi Pietro e Paolo, patrono dei pescatori, infatti si rinnova l’appuntamento con la Festa del Mare che prevede alle ore 17,45 presso la Cappelletta “Stella Maris” che domina il Porticciolo turistico di Alassio la cerimonia dell’alzabandiera ufficiata dalla Capitarla di Porto di Alassio. Seguirà la celebrazione della Santa Messa ai Caduti del Mare e il lancio di una corona di fiori dalla motovedetta della Guardia Costiera.
Subito dopo un gozzo porterà il mazzo di fiori al Recantu di Pescaui di Via Torino.
Funt: Ponente Notizie
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| Spedij de Amministratur ul Sabato, 01 luglio @ 16:48:21 CEST (718 letür) |
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Rasegna Stampa: Minoranze Linguistiche - Monferrato, due giorni di dialetto in versi |
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Al castello di Montiglio in provincia di Asti, nel cuore del Monferrato, oggi e domani sarà di scena la poesia con il terzo Festival organizzato da LietoColle, piccola casa editrice specializzata nella pubblicazione di poesia che ha nel suo catalogo oltre 300 titoli e autori come Alda Merini, Giancarlo Majorino, Maria Luisa Spaziani, Maurizio Cucchi e Gian Piero Neri. Il linguaggio poetico, con una particolare attenzione al dialetto, e la diffusione della poesia attraverso la traduzione saranno i temi trattati nel corso della due giorni dove si alterneranno oltre cento poeti che leggeranno le loro opere e converseranno con i lettori.
Franco Loi e Achille Serrao tratteranno il tema specifico della lingua dialettale e Anna Maria Farabbi e Assunta Finiguerra reciteranno alcune opere. Guido Oldani e Amedeo Anelli, insieme ai critici e docenti universitari Gianni Turchetta e Francesco Sberlati, all'ispanista Martha Canfield e a Franco Buffoni parleranno della trasformazione del dialetto nella contemporaneità della lingua italiana per giungere alla traduzione. Suggestiva la serata al castello con la lettura di poesie e interventi musicali.
Michelangelo Camilliti, giovane e appassionato editore di LietoColle che in pochi anni ha fatto conoscere decine di nuovi autori lanciandoli nel difficile panorama editoriale italiano, proprio da Montiglio lancerà un nuovo progetto: tradurre il dialetto in italiano, inglese e spagnolo. Il primo volume antologico raccoglierà poesie di autori dell'Italia centro-meridionale mentre il secondo quelli dell'Italia settentrionale. LietoColle in questi anni ha già intrecciato rapporti all'estero pubblicando alcuni poeti svizzeri e sottoscrivendo con la spagnola Hiperion un accordo per la traduzione reciproca di un autore ogni anno.
«Siamo una piccola casa editrice - spiega Camilliti - ma siamo felici ed orgogliosi di aver fatto conoscere tanti autori, molti dei quali hanno trovato spazio in altre grosse case editrici».
Funt: Il Giornale
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| Spedij de Amministratur ul Lunedì, 26 giugno @ 01:06:08 CEST (783 letür) |
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Rasegna Stampa: Archeologia - La capitale della pianura Padana si chiamava Kainuati: la ''nuova'' |
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Nuove scoperte nell'antica città etrusca nei pressi di Marzabotto. Un piccolo frammento documenta il vero nome dell'insediamento chiamato erroneamente Misa. Ritrovato anche un tempio. Si chiama "La Nuova", nonostante risalga a 500 anni prima di Cristo. Fra le nuove scoperte fatte a Marzabotto negli scavi dell'insediamento etrusco, anche un piccolo frammento che documenta il nome dell'antica città, chiamata Misa da moltissimi anni ma, evidentemente, sbagliando.
"La città si chiama Kainuati- spiega Giuseppe Sassatelli, direttore degli scavi e preside della facoltà di Lettere e filosofia dell'Università di Bologna- ovvero 'La nuova'", dal momento che Kainua "la trascrizione etrusca del termine kaineon", che significa appunto nuovo.
"Abbiamo capito che si trattava del nome della città- prosegue Sassatelli- perché il nome contiene la particella 'ti' che in lingua etrusca indica il locativo". Insieme al nome, l'equipe di studenti e dottorandi in Archeologia del professor Sassatelli ha riportato anche alla luce "un grande tempio, di 25 metri per lato, con colonne. Si tratta- afferma Sassatelli- di architettura avanzata, di ispirazione greca, risalente al 500 avanti Cristo".
Il tempio è dedicato al dio Tinia, la massima divinità per gli etruschi, corrispondente a Zeus per i greci. "Significa che il culto principale stava in città, in mezzo alla gente- sottolinea Sassatelli- attorno al quale probabilmente aveva sede la piazza principale, l'agorà. Il che ci porta a chiedere a che cosa servisse l'acropoli sopra la città". Gli scavi potranno essere visitati gratuitamente sia sabato 24, con due visite alle 10 e alle 16, sia domenica 25 (alle 10).
Ai nuovi ritrovamenti nella città etrusca di Marzabotto sarà dedicata una conferenza, giovedì alle 18, nell'aula Prodi di via S.Giovanni in Monte, nella quale il professor Sassatelli presenterà le "numerose novità" dopo quattro anni di scavi e l'apertura della nuova sezione bolognese dell'Istituto di studi etruschi e italici. Si tratta della "sezione dell'Etruria padana e dell'Italia settentrionale", che avrà sede nel dipartimento di Archeologia dell'università di Bologna.
La nostra città, precisa Sassatelli, "è stata una capitale etrusca tra il nono e il terzo secolo avanti Cristo, al centro del grande e fertilissimo territorio padano". E' proprio grazie agli etruschi che inizia la vocazione di Bologna ad essere importante centro agricolo e snodo fondamentale tra il Mediterraneo e l'Europa. "Nelle nostre campagne si praticava una coltivazione agricola avanzatissima- ricorda Sassatelli- a maggese", ovvero alternando le coltivazioni di grano ed erba medica, tecnica che si utilizza ancora oggi.Gli scavi a Marzabotto sono sostenuti dalla Fondazione Carisbo, che oggi, per bocca del suo presidente Fabio Roversi-Monaco, ha rinnovato la volontà di sostenere l'attività anche in futuro. "Bisogna che i lavori si sviluppino con la dovuta rapidita'", afferma però Roversi Monaco, secondo il quale gli scavi etruschi si possono inserire in un "percorso, dalla Chiusa di Casalecchio fino a Marzabotto, di valorizzazione della Valle del Reno, che passi attraverso le varie civiltà, dai celti agli etruschi ai romani, che si sono insediati in questa nostra vallata così ricca di storia".
Funt: Il Resto del Carlino
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| Spedij de Amministratur ul Mercoledì, 21 giugno @ 04:04:55 CEST (345 letür) |
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Rasegna Stampa: Lingua Lombarda - Dialetto della Valle Intelvi: mestieri e radici |
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Contadini intenti a «marlà la ranza» (rifare il filo alla falce), immagini di nevere, gerle cariche di strame e poi incudini, zangole a pistone, lastre finemente lavorate dagli scagliolisti. Riaffiorano dalla memoria radici di lingua e di antichi mestieri nella valle dei Magistri Cumacini, storicamente divisa tra artigianato e mondo rurale. Tornano infatti a disposizione, dopo un quarto di secolo, gli studi di Fabio Pusterla e Claudia Patocchi sulla cultura e sul linguaggio della Valle Intelvi.
Il loro percorso di scavo è iniziato nell'anno accademico 1980-1981, quando furono autori di due tesi di laurea parallele all'Università di Pavia, sotto la guida del professor Angelo Stella e, in qualità di corelatrice con Giambattista Speroni, di Maria Corti, la grande filologa che dal 2002 riposa proprio nell'amata Valle Intelvi, nel cimitero di Pellio.
Fabio Pusterla, che negli anni si è rivelato anche uno dei più originali e maturi scrittori dell'area insubrica, discusse la tesi Il dialetto della Valle Intelvi: fonetica storica, fonologia e morfosintassi; Claudia Patocchi discusse invece La 'Val di Raaf' e la 'Val di maesc-tràn': indagini lessicali ed etnografiche sulla Valle Intelvi. Le ricerche dialettologiche si intrecciavano così indissolubilmente con l'etnografia, attraverso una approfondita indagine sul mondo rurale e su quello produttivo, studiato consultando archivi ma soprattutto interrogando direttamente contadini e artigiani le cui parole vennero consegnate al nastro di un registratore professionale Uher 4000 fornito per l'occasione dall'Istituto di Storia della lingua italiana dell'ateneo pavese. Un patrimonio umano, prima ancora che culturale insostituibile: oggi quelle voci sono quasi tutte scomparse. Ne sortì, nel 1983, un volume che a tutt'oggi è considerato l'autentica 'Bibbia' per gli studiosi dell'area secondo una prospettiva antropologica , Cultura e linguaggio della Valle Intelvi, ora ristampato da Still Grafix Edizioni e in vendita a 21 euro nelle migliori librerie lariane. La ristampa è stata resa possibile grazie al contributo della Regione Lombardia, dell'Appacuvi, della amministrazione provinciale di Como, della Comunità Montana Lario Intelvese e dei Bacini Imbriferi Montani del Ticino e dell'Adda.
All'inizio, gli autori ricordano con commozione le tante persone che hanno reso possibile lo studio: «Entrare nelle loro case, nelle loro fattorie, nelle loro botteghe artigianali era per noi, giovani studenti alle prime armi, un'avventura affascinante: venivamo accolti con stupore, come se fosse strano pensare che dei giovani si interessassero di avvenimenti quotidiani, di tecniche di lavoro quasi dimenticate, di sofferenze e di gioie tanto umili e mute. Poi, dopo pochi minuti, lo stupore si tramutava in entusiasmo, talvolta doloroso quando i ricordi facevano affiorare gli aspetti più drammatici di un passato lontano; sul tavolo arrivava un bicchiere di vino, qualche vecchia fotografia». Più avanti, l'altrettanto commosso ricordo di Maria Corti, «convinta che solo lo studio serio e documentato della lingua e della cultura potesse ridare alla Valle Intelvi il senso delle proprie radici (...) evitandole di trasformarsi in una squallida periferia priva di significato».
Una memoria che tuttora viene coltivata, comunque: il poeta milanese Franco Spazzi, che ha radici solidissime a Lanzo, dopo nove anni di lavoro ha pronto il suo 'Libru di uus, divertentissimo 'vocabolario poetico delle parole intelvesi' che la stessa Corti ebbe modo di apprezzare e sostenere. La pubblicazione sarà presto curata dall'associazione Appacuvi, di cui la studiosa fu socia e consigliera.
A sinistra, un contadino affila la sua falce. A destra, un casaro di Lanzo pulisce il pistone da zangola utilizzato per rompere la cagliata (foto tratte dal volume di Patocchi e Pusterla)
Funt: http://www.corrieredicomo.it/frm_articoli.cfm?ID=68646 - Autur:
Lorenzo Morandotti
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| Spedij de Amministratur ul Giovedì, 15 giugno @ 12:46:20 CEST (345 letür) |
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Te ghe l'è l'account o no? Creell Chì!. Se te registret te pudarè duprà tücc i servizi e persunalizà i pagin. |
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