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La rinunucia la Brevetto. Il malcontento nei confronti della proprietà intellettuale ha stimolato la ricerca di alternative praticabili al sistema dei brevetti. La prima possibilità a disposizione di un ricercatore che voglia mantenere libero l'uso delle proprie scoperte è rinunciare a brevettarle. Ciò facilita indubbiamente la circolazione delle innovazioni e la loro applicazione nella società. L'esempio più noto è forse quello di Albert Sabin e Jonas Salk, inventori di due vaccini anti-poliomielite per i quali non depositarono alcun brevetto: liberi da restrizioni, i vaccini furono disponibili a basso costo e permisero di debellare la malattia, endemica e letale. La questione è particolarmente attuale nell'industria farmaceutica: la protezione brevettuale delle medicine ne aumenta il costo, e finisce per renderle inaccessibili ai malati, come avviene per l'AIDS nel sud del mondo. Casi come questo hanno fatto includere nei trattati internazionali clausole che permettono di eludere il brevetto, come la "licenza obbligatoria" che un Paese può conferire ad un'impresa farmaceutica locale in particolari condizioni di emergenza sanitaria. Il ricorso a tali clausole, tuttavia, è molto limitato dai reali rapporti di forza tra i Stati coinvolti [1]. Inoltre, gli effetti negativi dei brevetti sulla ricerca scientifica sono gravi soprattutto nei Paesi ricchi, in cui si svolge la maggior parte dell'attività di sviluppo. Rinunciare, per volontà o per obbligo, ad un brevetto, ne riduce gli effetti negativi solo in parte: le innovazioni che derivarono dalle ricerche di Sabin e Salk, ad esempio, non rimasero a lungo nel pubblico dominio. Gli effetti della decisione dei due patologi fu presto riassorbita: oggi, le vendite del vaccino IPOL (basato su quello di Salk) assicurano ricavi pari a circa 100 milioni di dollari l'anno alla società francese Aventis [2], e non sono disponibili farmaci generici. Inopinatamente, il lavoro di ricerca di Salk e Sabin ha abbassato i costi dell'innovazione per una grande impresa, favorendone le strategie commerciali.
L'ESEMPIO DEL COPYLEFT OLTRE L'INFORMATICA
Ma non è stata solo la consapevolezza dei danni provocati dai brevetti, a favorire la ricerca di soluzioni alternative: anche l'esplosione del movimento del software libero (free software), prodotto da comunità di programmatori che condividono senza dazi le loro "invenzioni", ha rappresentato un precedente importante con cui confrontarsi e trarre ispirazione. L'informatica di questi anni, infatti, dimostra che ci può essere innovazione anche se le conoscenze sono di pubblico dominio e ognuno può utilizzare liberamente i risultati altrui, contrariamente a quanto insegnato nei corsi universitari di economia [3]. La libertà del free software è garantita da strumenti giuridici come la Licenza Pubblica Generica (in inglese General Public License, GPL [4]). Siamo però nel campo del diritto d'autore, o copyright: i programmi informatici e i loro codici sorgenti, infatti, sono protetti come opere letterarie. Secondo il testo della licenza, il codice sorgente di un programma distribuito attraverso la GPL deve essere pubblico e può essere modificato liberamente da parte di qualsiasi utente. In cambio, l'utente è obbligato a distribuire ogni eventuale modifica alle stesse condizioni. La GPL, attraverso questo meccanismo ricorsivo, si propaga in maniera virale: ogni innovazione genera un "albero" di innovazioni derivate, tutte a loro volta disponibili liberamente. In tal modo, il paradosso osservato nel caso del vaccino antipolio viene risolto. Quest'uso del diritto d'autore, che usa il copyright per facilitare la diffusione dell'informazione invece di limitarla, è ironicamente soprannominato copyleft dai suoi promotori. è importante ricordare che solo l'esistenza del copyright rende possibile il copyleft: i due approcci alla proprietà intellettuale sono validi grazie alle stesse leggi. Dopo la sua diffusione nell'informatica, questo nuovo sistema di condivisione si è diffuso in altri ambiti della creazione intellettuale coperti dal diritto d'autore. Oggi esistono licenze giuridicamente valide per quasi ogni tipo di opera, sia essa letteraria, audiovisiva o informatica. La contaminazione tra l'originario spirito libertario dei pionieri del free software e le diverse forme di espressione e commercializazione ha moltiplicato i punti di vista. Vi è chi dà maggiore importanza all'aspetto economico, e contempla solo licenze d'uso non commerciali, e chi si preoccupa di coniugare fattibilità economica ed ideologia, tecnica e politica. Gli effetti della proprietà intellettuale dipendono poi dall'ambito tecnologico. Ad esempio, è evidente a tutti che le canzoni condivise in rete in diversi formati digitali stanno incidendo fortemente sul mercato discografico, mentre al contrario distribuire liberamente un libro online può addirittura aumentarne le vendite in libreria [5]. Proprio per coordinare e fare chiarezza su quest'esplosione delle forme di condivisione, sono nati meta-progetti che si occupano di classificare e organizzare le diverse licenze e permettere a ciascuno di adottare la forma più adatta di diffusione della propria opera [6,7]. L'impatto concreto del free software, capace di creare un'alternativa tecnologicamente competitiva e giuridicamente sostenibile al copyright, ha dimostrato che il progresso continua può fare a meno della proprietà intellettuale. La lezione potrebbe essere estesa ad altre aree della conoscenza, ed intaccare la supremazia del brevetto.
IL MOVIMENTO PER L'OPEN ACCESS NELL'INFORMAZIONE SCIENTIFICA
La complessa macchina che fornisce lo sviluppo e la tecnologia alla nostra società integra diverse fasi produttive (la generazione delle scoperte, la comunicazione scientifica, l'applicazione tecnologica), e in ognuna di esse vigono specifici diritti di proprietà intellettuale. Sulla circolazione dell'informazione scientifica, affidata per lo più alle pubblicazioni editoriali e virtuali, vigono le regole del diritto d'autore, o copyright. Sono le stesse che governano l'informatica, e quindi nel campo dell'informazione scientifica il patrimonio di felici esperienze sviluppato nel campo del free software può essere esteso nel modo più immediato e con maggiori speranze di successo. Infatti, è proprio questo il settore in cui, sempre più spesso, la comunità scientifica fa a meno della proprietà intellettuale. Le pubblicazioni sono il tessuto connettivo fondamentale della comunità scientifica. Attraverso la pubblicazione su riviste specializzate, l'informazione scientifica circola e permette il confronto, la competizione e la cooperazione tra i ricercatori. Data l'importanza cruciale, il sistema delle pubblicazioni è altamente standardizzato e regolamentato a livello internazionale. La lingua inglese è l'unica ammessa per comunicazioni a livello internazionale, ciò che crea ostacoli rilevanti in paesi come Cina, Giappone o Russia (e in futuro nei paesi arabi) ove un enorme potenziale scientifico spesso viene sottovalutato per la difficoltà di comunicarlo in una lingua diversa dalla propria persino nel'alfabeto. Tutte le riviste, poi, sottopongono le proposte di pubblicazione che ricevono dai laboratori a esperti anonimi appartenenti alla stessa comunità scientifica (la cosiddetta peer review), e ciascuna rivista viene classificata in funzione del proprio impatto scientifico, ovvero del numero delle citazioni ricevute dagli articoli pubblicati sulla rivista. Il fattore d'impatto varia molto: mentre per la maggior parte delle riviste è poco superiore a 1, le riviste più importanti, come Science o Nature valgono circa 30. Il fattore d'impatto determina anche la carriera di un ricercatore, il cui valore si misura con l'impatto delle riviste su cui pubblicano. Tenendo conto anche di questa complessa numerologia vengono assegnati finanziamenti, posizioni accademiche e contratti nel settore privato [8,9,10,11,12]. È un sistema ben oliato, ma che sta mostrando i suoi limiti con l'esplosione delle reti digitali globali. In primo luogo, come abbiamo visto nel cap.2, i costi per l'accesso all'informazione scientifica sono aumentati in modo esponenziale limitando la fruizione persino per le edizioni elettroniche distribuite via Internet. Anche per questo, sempre più spesso i ricercatori pubblicano in rete praticamente a costo zero i propri articoli, attraverso homepage personali o archivi pubblici [13]. Come spiegare i migliaia di dollari ricavate dagli editori scientifici per ciascun articolo? [14,15] In fin dei conti, il solo servizio garantito dagli editori scientifici è il controllo della qualità, attraverso la peer review, ovvero la revisione da parte di esperti di un articolo sottomesso per la pubblicazione. Tuttavia, anche questo sistema di auto-valutazione della comunità scientifica è da più parti messo in discussione, in quanto suscettibile di abusi [16]. Per di più Internet, oltre a fornire un supporto per la circolazione dell'informazione, ha dato vita ad innumerevoli sistemi per la sua valutazione. Le opinioni di chi naviga in rete, anche al di fuori del mondo scientifico, sono attentamente raccolte, valutate esse stesse ed aggregate in modi più o meno complicati. La comunicazione digitale permette di scambiare giudizi con un click sullo schermo, e induce un maggior numero di utenti a collaborare per migliorare la qualità e la fruibilità della sovrabbondante informazione disponibile in rete [17]. Anche lo sviluppo del commercio online ha favorito lo sviluppo di tali metodologie, poiché l'asimmetria informazionale tra chi vende (consapevole della qualità dei propri prodotti) e chi compra (facilmente confuso dall'ampiezza dell'offerta) impedirebbe lo sviluppo di mercati telematici [18]. La sperimentazione anche in ambito scientifico di simili metodi di valutazione potrebbe presto costituire un'alternativa concreta al sistema della peer review.
Il movimento per l'"accesso aperto" (dall'inglese open access) promuove forme alternative di comunicazione scientifica, che traggano il massimo profitto dalle tecnologie di rete. L'obiettivo unificante di tutte le diverse anime del movimento è l'accesso gratuito all'informazione scientifica, almeno nella sua versione elettronica. Tuttavia, le molte iniziative che costituiscono il movimento sono ispirate da motivazioni disparate, e non sempre coerenti. In ogni caso, le molte possibilità di fornire accesso gratuito alle pubblicazioni scientifiche attirano sempre più anche università, enti di ricerca e decisori istituzionali. In diversi paesi, sono gli stessi organi istituzionali, infatti, a raccomandare che i governi prendano decisioni in favore dell'adozione di modelli di pubblicazione diversi dall'attuale [19,20], con impatti diversi. Per una volta, gli Stati Uniti si dimostrano più aperti ad esplorare un regime di proprietà intellettuale meno restrittivo. Infatti, i National Institutes of Health (NIH), il principale ente di ricerca pubblico americano in campo medico-biologico con 18000 dipendenti, ha recentemente stabilito che gli articoli basati sui propri finanziamenti saranno senza copyright sei mesi dopo la pubblicazione su riviste specializzate e che gli editori dovranno metterli a disposizione su un sito a consultazione gratuita. Si tratta di denaro pubblico, ed è giusto che il pubblico possa accertarsi liberamente dove vada a finire: questo è l'argomento, poco discutibile, che giustifica la decisione [21]. Diverso invece il clima politico che ha accolto la proposta della commissione "Scienza e tecnologia" della Camera dei Comuni inglese, composta da deputati di ogni orientamento politico: in un recente rapporto [20], la commissione ha raccomandato al governo laburista di Tony Blair di promuovere l'accesso aperto, favorendo la creazione di archivi digitali gratuiti o sovvenzionando i ricercatori che pubblicano su riviste open access, su cui spesso è l'autore a pagare per pubblicare i propri articoli. Il governo Blair ha respinto le raccomandazioni del rapporto, in quanto rappresenterebbero un'ingerenza statale nel libero mercato dell'editoria scientifica. è un discorso poco convincente: la diffusione dell'informazione scientifica, come la formazione e la stessa ricerca scientifica, è tradizionalmente considerato un fattore di benessere sociale da cui le stesse imprese traggono profitto, poiché contribuiscono a creare forza-lavoro più qualificata e nuovi bisogni. Probabilmente, nell'atteggiamento di Blair pesa la potente lobby degli editori scientifici, di cui fa parte ad esempio la rivista scientifica pià prestigiosa, Nature, il cui accesso costa circa 150 sterline l'anno. La Publishers Association, che raccoglie gli editori inglesi, non a caso ha salutato il rifiuto del governo Blair con un comunicato di pubblico apprezzamento [22]. L'accesso aperto attiene più al regime di copyright più che a quello brevettuale. Tuttavia, la questione della pubblicazione delle ricerche è centrale per giustificare l'invadenza del brevetto nella scienza: secondo i suoi fautori, infatti, garantisce la comunicazione delle innovazioni, in cambio della loro privatizzazione. Lo sviluppo di un sistema di informazione scientifica liberamente accessibile al pubblico farebbe decadere questa parziale "ragione sociale" del brevetto e favorirne il superamento.
L'ILLUSIONE DEL PUBBLICO DOMINIO
Il copyleft è pur sempre una tutela della proprietà intellettuale, per quanto "riconvertita" ad un utilizzo alternativo. In ambito scientifico-tecnologico, laddove vige il sistema dei brevetti, una simile alternativa è ancora tutta da elaborare. La novità di questo approccio, però, provoca resistenze anche tra chi si oppone alla privatizzazione della ricerca. La comunità scientifica, che solo negli ultimi tempi sta riscoprendo la critica alla proprietà intellettuale, sembra preferire strategie conservatrici, tese a recuperare una presunta purezza della scienza persa nell'incontro con l'industria e il profitto. Ad esempio, i ricercatori del Sanger Institute di Cambridge, UK impegnati nel sequenziamento dell'intero Dna umano nello Human Genome Project (Progetto Genoma Umano, PGU), hanno intuito che la brevettabilità delle sequenze geniche avrebbe privatizzato il loro lavoro. In un primo tempo hanno provato ad utilizzare la proprietà intellettuale per garantire l'accesso alle proprie ricerche, cercando ispirazione proprio nella cultura informatica del copyleft [23]. Tuttavia, per rispettare lo spirito di condivisione della comunità scientifica, che si oppone a qualsiasi restrizione dell'uso delle ricerche, hanno scelto semplicemente di mettere le proprie scoperte nel pubblico dominio. A disposizione di tutti, certo, ma senza garanzie che, prima o poi, quei risultati non sarebbero stati utilizzati in altri brevetti. Altri scienziati,invece, hanno cercato di utilizzare gli strumenti normativi a disposizione, riconvertendoli ad un uso nel pubblico interesse e rimediando all'attuale assenza di un'alternativa affidabile al sistema dei brevetti paragonabile al copyleft: è il caso del Center for Disease Control and Prevention (CDC) e della British Columbia Cancer Agency (BCCA), due istituti pubblici nordamericani che hanno richiesto un brevetto sul genoma del coronavirus della SARS per evitare che una società di Hong Kong, la Versitech, brevettasse la molecola e detenesse il monopolio sulla sperimentazione [24]. CDC e BCCA hanno incontrato la stessa diffidenza che aveva mosso i ricercatori del Sanger Institute: piuttosto che denunciare le intenzioni della Versitech, la comunità scientifica ha reagito all'iniziativa mettendo in dubbio le intenzioni dei due istituti pubblici di ricerca, accusati a loro volta di voler speculare su un'epidemia. La SARS, per altro, fu fermata in tempo proprio dalla libera condivisione dell'informazione. La notizia dei primi casi, lo scambio di dati tra gruppi di ricerca di tutto il mondo e il primo "Global Alert" da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sono avvenuti grazie ad un sito pubblico e gratuito, www.promedmail.org, su cui circolano informazioni in tempo reale a proposito di possibili malattie emergenti. La strategia di brevettare un'invenzione per liberarla ha raccolto maggior plauso nel caso dei famigerati geni BRCA, che come abbiamo visto nel cap.2 sono ora detenuti dalla charity Cancer Research UK [25]. Ma in quel caso, il forte movimento di protesta contro i brevetti su quelle sequenze espone la Cancer Research UK ad un'opinione pubblica preparata, ciò che scongiura possibili deviazioni in senso privatistico. I casi citati, tutti relativi al campo biotecnologico, mostrano una contraddizione. Da un lato, la consapevolezza che il brevetto può danneggiare l'attività di ricerca si sta diffondendo rapidamente. D'altro canto, in quel settore non si utilizza la proprietà intellettuale per proteggere le conoscenze, come nel caso del free software, costruendo un sistema di regole che le tutelino anche giuridicamente dalla privatizzazione. Al contrario, si preferisce porre le proprie ricerche nel pubblico dominio o affidarsi alla buona volontà di istituzioni no profit come il Cancer Research UK o il CDC. Tuttavia, il rifiuto fin troppo netto di ogni proprietà intellettuale sbandierato dai ricercatori del Sanger Institute spiega solo in parte questo atteggiamento. La scelta di lasciare le proprie conoscenze nel pubblico dominio in realtà incide poco sull'utilizzo delle applicazioni che ne derivano. Come mostra la storia del vaccino di Salk, senza una protezione formale delle innovazioni come "bene comune", nulla impedisce che interessi privati se ne approprino. Nonostante l'apparenza, il pubblico dominio può dunque rivelarsi una scelta di comodo che non pesti troppo i piedi alle lobby del brevetto.
UN BREVETTO COPYLEFT?
Le leggi del copyleft possono essere applicate immediatamente anche nella ricerca scientifica, quando la proprietà intellettuale è regolata dal diritto d'autore: le pubblicazioni scientifiche, i software utilizzati nella bioinformatica, i testi usati nella formazione rientrano in questa categoria. Tuttavia, le innovazioni scientifiche e tecnologiche, e gli stessi strumenti di ricerca, sono tutelate dal brevetto, e non dal diritto d'autore. Il brevetto ripaga lo sforzo dell'inventore attribuendogli un monopolio temporaneo sull'invenzione: durante il periodo di copertura brevettuale, il detentore di un brevetto può autorizzare l'uso della sua invenzione da parte di terzi, dietro il pagamento di una licenza, o vendere il brevetto stesso. In linea di principio, il copyleft potrebbe trovare applicazione anche in campo brevettuale: un inventore potrebbe brevettare un'invenzione in maniera tradizionale, e poi concedere licenze d'uso gratuite. Tali licenze dovrebbero però garantire che le successive applicazioni derivate dal brevetto originale vengano redistribuite secondo con la stessa libertà. Come accade per il copyleft, queste licenze sarebbero protette dalle stesse leggi che proteggono la proprietà intellettuale tradizionale. Nonostante le apparenze, la realtà è più complicata. è innegabile che, nell'informatica, il copyright svolga una funzione analoga a quella del brevetto. Sebbene agiscano in ambiti separati, infatti, nel campo del software è difficile distinguere l'"opera letteraria" dall'innovazione tecnologica. Il copyright, come il brevetto, è stato infatti utilizzato dalle aziende informatiche per sottrarsi alla libera concorrenza: il caso della Microsoft, accusata di monopolio dalle autorità antitrust di mezzo mondo, è ormai noto a tutti. Tuttavia, rispetto al brevetto, il copyright presenta innegabili vantaggi per chi voglia farne un uso alternativo. Il diritto d'autore, infatti, è gratuito: l'autore non deve pagare per la sua validità; inoltre, il diritto d'autore non necessita di alcuna approvazione da parte di un istituto autorizzato e anche un pessimo romanzo è coperto dal diritto d'autore. Al contrario, un'invenzione deve dimostrare originalità, inventiva e utilità di fronte ad una commissione d'esame, per ottenere protezione brevettuale. Perciò, un autore può disporre della sua creazione intellettuale con maggiore libertà, rispetto ad un inventore. Ciò ha favorito la diffusione del copyleft, a partire da una comunità relativamente piccola di programmatori [26]. è anche per sottrarre il software al copyleft che in Europa potenti lobby commerciali stanno spingendo per l'approvazione di una nuova normativa - più simile a quella statunitense - che renda brevettabile anche il software. Al momento in cui scriviamo, la normativa non è ancora stata approvata, nonostante i numerosi tentativi di farla passare senza un voto del parlamento e della commissione, anche grazie all'opposizione di diverse nazioni (la Polonia soprattutto) e alla mobilitazione che da diversi mesi attraversa la Rete europea. Ottenere un brevetto, o anche semplicemente farne richiesta, risulta infatti più difficile e costoso - almeno per il singolo cittadino. Occorre ricordare che per essere efficace, un brevetto deve essere registrato in diversi Paesi: la globalizzazione dei flussi di merci e di informazione rende pressoché inutile un brevetto che non sia protetto almeno in Europa, Nordamerica e Giappone. Proprio per limitare le spese è stato stipulato un accordo internazionale, il Patent Cooperation Treaty (Trattato di Cooperazione Brevettuale, PCT) [27] che facilita la richiesta di brevetto in più Paesi. Nonostante il PCT, il prezzo di una reale protezione di un'invenzione ammonta a diverse centinaia di migliaia di euro [28]. Rispetto alla gratuità del diritto d'autore, l'eventuale utilizzo del brevetto con finalità alternative - sullo schema del copyleft - si scontra con quest'altissima barriera di accesso: difficilmente un singolo ricercatore può accollarsi simili costi e rinunciare ai compensi derivati dalle licenze a pagamento.
IL RUOLO DELLA RICERCA PUBBLICA
Imitare il meccanismo del copyleft in campo brevettuale non è comunque l'unica strategia possibile, per eliminare le restrizioni alla ricerca scientifica causate della proprietà intellettuale. Anche un intervento statale più forte di quello attuale può tradursi in un diverso regime di proprietà intellettuale. Lo Stato, ad esempio, potrebbe incentivare gli investimenti in ricerca e sviluppo istituendo un sistema di ricompense economiche, da assegnare in cambio dell'ottenimento di determinati traguardi decisi in anticipo [29]. Questo permetterebbe l'uso gratuito delle invenzioni realizzate senza danneggiarne gli autori. Nonostante l'apparente stravaganza, importanti innovazioni sono state realizzate con questo metodo, a partire dal settecentesco prototipo di cronometro marino per la misura della longitudine in alto mare [30]. Il suo inventore John Harrison, dopo quarant'anni di test e trattative, ottenne 23mila sterline del 1770 dalla riluttante Royal Society. Più recentemente, meccanismi analoghi sono adottati in veri e propri mercati telematici della ricerca scientifica [31]. Come nel Far West, le aziende promettono denaro a chi risolve i loro problemi di innovazione. L'adozione di un tale sistema su larga scala, ricerca di base compresa, privilegerebbe tuttavia invenzioni prevedibili e poco creative [29], e centralizzerebbe notevolmente la programmazione della ricerca, con il rischio di soffocarne la "biodiversità", ovvero la convivenza di diversi approcci alla soluzione dei problemi.
GLI ACCORDI INTERNAZIONALI
Diverse proposte, infine, puntano sull'instaurazione di un diverso regime internazionale sulla proprietà intellettuale. Nelle istituzioni economiche globali, uno spazio sempre maggiore viene dedicato al tema della protezione della proprietà intellettuale. WTO, istituzioni sovranazionali regionali e innumerevoli accordi bilaterali tra singoli paesi hanno creato un diritto internazionale uniforme su brevetti e copyright che protegge i maggiori produttori di beni immateriali dalla loro riproduzione incontrollata, resa ancor più agevole dalle tecnologie informatiche di rete. Decisiva è stata l'azione di lobby imprenditoriali di vario tipo, come Business Software Alliance, (società informatiche), Motion Picture Association of America (produzioni cinematografiche), Pharmaceutical Researchers and Manifacturers of America (case farmaceutiche) e Recording Industry Association of America (editori musicali). Gli accordi TRIPS firmati nel 1994, che obbligano gli stati aderenti a proteggere rigorosamente la proprietà privata intellettuale sono il risultato più importante di questo insieme di iniziative internazionali [32]. Chi propone alternative legislative sovranazionali all'attuale regime, punta proprio a modificare i TRIPS per scongiurarne gli effetti più deleteri [33].
IL FINANZIAMENTO DELLA SCIENZA APERTA
Le proposte esaminate fin qui si scontrano con il nodo del loro finanziamento, in quanto implicano, se non un aumento totale dei fondi, uno spostamento di risorse economiche a loro sostegno. Ciò vale anche per la strada meno verticistica, ovvero l'applicazione di un regime di copyleft in campo brevettuale. A suo vantaggio, però, c'è l'attuale molteplicità delle possibilità di finanziamento. Le spese necessarie presso un ufficio brevetti, che come abbiamo visto sono altissime, potrebbero essere sostenute sia da enti pubblici o privati. Tuttavia, se la maggiore circolazione dell'innovazione attraverso i brevetti copyleft dovesse tradursi in sviluppo economico, non è escluso che lo Stato, o un organismo sovranazionale come l'Unione Europea, possa abbassare i costi per chi prediliga questa concezione libertaria della proprietà intellettuale, facendola convivere con la sua versione tradizionale. Se davvero maggiore libertà volesse dire maggiore efficienza economica, anche il settore privato potrebbe fornire a proprie spese il servizio di esame e certificazione attualmente svolto dagli uffici brevetti. L'esperienza recente suggerisce che, sebbene la circolazione delle conoscenze e delle tecnologie sia un aumento indubbio del benessere sociale, paradossalmente è stato finora più facile coinvolgere istituzioni private in tali progetti. Ad esempio, il Soros Foundation Network, la Rockefeller Foundation o la Ford Foundation, collegati ai rispettivi gruppi finanziari ed industriali, sono enti no-profit che investono in progetti di cooperazione e sviluppo, e spesso figurano tra i maggiori promotori di iniziative innovative nel campo della proprietà intellettuale. Tale impegno è a volte paradossale, se si pensa che proprio il gruppo Rockefeller ha un ruolo di primo piano nel cartello internazionale delle case farmaceutiche [34], ed è tra i principali sostenitori dell'amministrazione Bush. Il paradosso è solo apparente: le fondazioni no-profit garantiscono un enorme ritorno di immagine (le fondazioni aiutano studenti e ricercatori di tutto il mondo, spesso anche provenienti da paesi in via di sviluppo o socialmente sfavoriti) che nasconde le strategie politiche della case-madri e le difende da eventuali contestazioni. Inoltre, in molti Stati il settore no-profit gode di esenzioni fiscali: le fondazioni, quindi, spesso svolgono al riparo del fisco funzioni che la casa-madre dovrebbe comunque assicurare, come la ricerca e lo sviluppo. Infine, molte grandi imprese farmaceutiche combattono la brevettabilità delle sequenze genetiche (spesso individuate da piccole imprese non in grado di commercializzarle) perché essa genera un aumento dei costi di produzione, più che per ideali libertari [35]. La compatibilità economica dei brevetti copyleft è confermata comunque da diversi studi, secondo i quali un regime di proprietà intellettuale meno restrittivo favorirebbe le piccole imprese. Gli attori economici più deboli, infatti, sarebbero avvantaggiati dall'eliminazione dei monopoli, in quanto i mercati sarebbero più competitivi e aperti [36]. Anche contro la proposta di aumentare l'investimento pubblico in ricerca per sostituire l'innovazione privata basata sul brevetto si adducono spesso ragioni di ordine economico. "Stato" è sinonimo di inefficienza e spreco ed è ritenuto incapace di fornire innovazione tecnologica spendibile sul mercato. Il Bayh-Dole Act era motivata proprio da questa sfiducia nei confronti del settore pubblico. Allo stesso tempo, come si è già visto nel secondo capitolo, anche la privatizzazione della ricerca attraverso il brevetto induce delle inefficienze economiche: aumento dei prezzi delle innovazioni dovuto al monopolio, ritardo nella pubblicazione dei risultati, spese per attività di marketing che accompagnano la diffusione delle invenzioni, spese legali [37, 38]. Tenendo conto di questi fattori, la bilancia pende a favore della ricerca pubblica finanziata dallo Stato, rispetto a quella privata basata sul brevetto. Ad esempio, basterebbero 13 miliardi di dollari da parte del governo U.S. per ottenere i risultati coperti da brevetto ottenuti grazie ai 26 miliardi investiti in R-S delle case farmaceutiche americane. In più, grazie ai minori prezzi dei farmaci, i risparmi totali di governo e consumatori americani sarebbero compresi tra i 40 e gli 80 miliardi di dollari l'anno [37]. Diventa difficile quindi sostenere la necessità dal punto di vista economico del sistema brevettuale.
CHI NON VUOLE IL BREVETTO?
Come vedremo, le principali sperimentazioni nella proprietà intellettuale in campo scientifico provengono dai settori della chimica-farmaceutica, della genetica e dall'informatica. Tuttavia, tali discipline rappresentano una parte piccola di tutti i brevetti depositati [39], anche se in netta espansione. L'aumento dei brevetti depositati nel campo medico e farmaceutico, inoltre, è molto più forte nel settore pubblico, che nell'industria privata, in cui la condivisione delle conoscenze è tradizionalmente subordinato agli interessi commerciali [40]. Nelle università, invece, l'accentuata attività brevettuale cozza con la tradizionale condotta da parte della comunità scientifica [41]. Le ragioni sono molte. Nel caso delle case farmaceutiche, la pressione dell'opinione pubblica ha giocato un ruolo decisivo, poiché il mancato accesso ai farmaci provoca crisi umanitarie insostenibili nei paesi in via di sviluppo. Il campo della chimica-farmaceutica è anche quello in cui il brevetto ha l'impatto più forte sullo svolgimento della ricerca: secondo alcuni studi, il 60 per cento delle innovazioni in questo campo sono mirate all'ottenimento del brevetto, e le aziende indirizzerebbero i propri ricercatori verso altri obiettivi in assenza di protezione per la proprietà intellettuale. Negli altri settori industriali, almeno fino a qualche anno fa, il 90 per cento delle innovazioni avviene indipendentemente dalla ricerca del brevetto [42]. Il maggiore impatto della proprietà intellettuale sul lavoro dei ricercatori ha forse facilitato lo sviluppo di visioni alternative. In campo biotecnologico, inoltre, l'informatica gioca un ruolo sempre più importante. L'analisi delle sequenze geniche è ormai impossibile senza l'impiego di grandi risorse di calcolo: il computer più potente al mondo, Blue Gene di IBM, è stato sviluppato proprio per lo studio statistico in campo genetico. La bioinformatica ha costituito un ponte tra il mondo del software scientifico, in gran parte basato sulla filosofia open source, e quello della biologia molecolare, dominato invece dalla corsa al brevetto. La crescente applicazione della bioinformatica nello sviluppo di un farmaco stride con lo straordinario monopolio detenuto dalle case farmaceutiche: negli Stati Uniti, infatti, oltre alla tradizionale protezione della proprietà intellettuale, le medicine godono di un'estensione della durata del brevetto per tenere conto dei ritardi dovuti all'esame di un farmaco prima che venga immesso sul mercato, in base all'Hatch-Waxman Act del 1984. L'applicazione di strumenti bioinformatici accelera il processo di sviluppo di un farmaco, rendendo così ingiustificate le speciali tutele dei brevetti farmaceutici e stimolando la ricerca di alternative nel campo della proprietà intellettuale di tali invenzioni.
CASE STUDIES
CREATIVE COMMONS - SCIENCE COMMONS
Il progetto Creative Commons nasce nel 2001 da un gruppo di giuristi provenienti dalle facoltà più innovative degli USA nel campo della proprietà intellettuale. È diretto da Lawrence Lessig, professore della facoltà di legge della Stanford University abbastanza visionario da essere citato tra i 50 innovatori più importanti del 2002 secondo la rivista Scientific American. Le attività del gruppo sono finanziate da diverse organizzazioni no profit, tra cui la Hewlett-Packard e la McArthur Foundation. L'intento di Creative Commons è l'estensione del copyleft a campi diversi dal software. Per questo, il gruppo ha messo a punto licenze adatte ad altre forme di creatività: siti web, musica, immagini, letteratura, testi ed altro ancora. Il riferimento esplicito è alla licenza GPL sviluppata per il software. Ma oltre ad adattarsi al particolare supporto in questione, le licenze Creative Commons sono personalizzabili: attraverso il sito www.creativecommons.org, un autore può scegliere da un menu le condizioni di distribuzione della propria opera, ed ottenere la licenza desiderata. Dall'inizio del 2005, Creative Commons si dedica alla ricerca scientifica in modo sistematico, con l'inizio del progetto Science Commons. Esso fornirà licenze comprensibili e giuridicamente valide, per consentire un accesso più libero alle pubblicazioni scientifiche, agli strumenti di formazione e alle banche dati utilizzate dai ricercatori.
DAL PC AL DNA: BIOINFORMATICS.ORG
Come già anticipato, biologia molecolare ed informatica sono sempre più integrate. I programmatori convertiti di recente allo studio del DNA non hanno però voluto abbandonare lo spirito di condivisione in cui erano cresciuti nel mondo dell'informatica free o accademica. Bioinformatics.org è l'esatta realizzazione di questo desiderio: si tratta di un'organizzazione no-profit attiva via Internet, fondata nel 1998 da Jeff Bizzarro, ex-dottorando in biochimica all'università del Massachusetts di Lowell, e dal suo direttore di ricerca, Kenneth A. Marx per le esigenze di condivisione del loro singolo gruppo di ricerca. Ora, la comunità ospita circa 200 progetti di "bioinformatica condivisa" e conta 12000 affiliati, basando le proprie attività su donazioni volontarie. Il riferimento chiaro di Bizzarro e Marx è Sourceforge (sourceforge.net), la culla dell'informatica open source. Attualmente, 92000 programmi open source sono sviluppati da altrettante comunità che usano le risorse messe a disposizione da Sourceforge (alcuni dei servizi sono a pagamento; resta del tutto aperto l'accesso e il download dei codici sorgenti sviluppati). I programmi distribuiti e sviluppati attraverso bioinformatics.org seguono la stessa filosofia open source. Ma non si tratta soltanto di software utile al lavoro di laboratorio. L'organizzazione, infatti, mette a disposizione banche dati di libero accesso, contenenti soprattutto sequenze genetiche.
LA DICHIARAZIONE DI BERLINO
L'attenzione nei confronti del movimento Open Access si è concretizzato in un accordo internazionale firmato da istituzioni accademiche, società scientifiche, enti di ricerca ed istituzioni culturali europee. Il 22 ottobre del 2003, infatti, una conferenza organizzata a Berlino dal Max-Planck-Institut intitolata "Accesso aperto alla conoscenza scientifica e umanistica" si concluse con la firma di una dichiarazione che impegnava a sostenere l'accesso aperto nei propri istituti e nel dibattito politico internazionale. La dichiazione – riportata in appendice - è stata sottoscritta anche da trentatrè università italiane, durante una conferenza svoltasi a Messina il 4 novembre 2004.
ARCHIVI ON LINE
L'archiviazione online delle pubblicazioni scientifiche, in realtà, è pratica diffusa da diversi anni, ben prima che nascesse l'attuale movimento in favore dell'accesso aperto. L'archivio online ArXiv (xxx.lanl.gov), mantenuto ai laboratori di fisica nucleare del governo USA di Los Alamos dalla Cornell University, è attivo dal 1991 ed completamente automatico: gli autori possono pubblicare liberamente i propri manoscritti in forma elettronica, rispettando solo degli standard elementari per garantire la leggibilità da parte del pubblico [43]. L'archivio è dedicato alla ricerca in fisica teorica, matematica ed informatica. Attualmente, circa 4000 articoli vi vengono pubblicati ogni mese e diverse centinaia di migliaia di persone al giorno visitano l'archivio online (ma i dati sono in crescita continua da 13 anni), che ha sostituito le riviste scientifiche in alcune comunità scientifiche: per la maggior parte dei fisici teorici, xxx.lanl.gov è ormai la prima pagina web aperta all'inizio della giornata per conoscere lo stato dell'arte giorno per giorno. Di norma, i manoscritti inviati al server sono preprints, ovvero articoli proposti alle riviste e in attesa di pubblicazione. La pubblicazione online consente di diffondere i propri risultati senza aspettare la lenta burocrazia che comporta la peer review delle riviste tradizionali. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, pubblicare in anticipo i propri risultati costituisce un vantaggio, in campi in cui le scoperte hanno scarsa applicazione tecnologica diretta: la rapida pubblicazione permette di comunicare al resto della comunità che si è occupata una certa "nicchia scientifica", incoraggiando i possibili rivali a individuare altri filoni di ricerca in cui c'è minore competizione. Non a caso, riviste attente alla difesa dei propri diritti di proprietà intellettuale, come Nature, non accettano manoscritti che siano già apparsi su arXiv. Nonostante l'assenza di filtri, si conoscono pochissimi casi di abuso del servizio: questo evidenzia la capacità di auto-disciplina di una comunità scientifica nei confronti di un bene comune. ArXiv è citato ormai in ogni progetto di accesso aperto che si basi sull'archiviazione delle ricerche da parte degli stessi autori [45]. Molti altri archivi digitali sono nati negli ultimi anni, con diverso successo [44]. Molte università hanno messo a disposizione le proprie risorse informatiche per ospitare le pubblicazioni prodotte dai propri laboratori, ad esempio. Per competere con i sistemi tradizionali di comunicazione scientifica, un archivio deve contenere un numero sufficiente di pubblicazioni. La necessità di centralizzare l'archiviazione, tuttavia, può confliggere con la moltiplicazione degli archivi, testimonianza dell'espansione del fenomeno. Per superare questo limite strutturale, sono stati sviluppati strumenti informatici che permettono di consultare diversi archivi contemporaneamente [45,46].
CHI SCRIVE PAGA
Secondo una parte importante del mondo accademico, tuttavia, la garanzia di qualità delle riviste tradizionali attraverso la peer review è un valore irrinunciabile. Conciliare questa esigenza, che comporta notevoli costi gestionali ed editoriali, con la libertà dell'accesso alle pubblicazioni è possibile: lo dimostra la nascita di editori open access. Per rendere economicamente sostenibile un modello editoriale che coniughi qualità e accesso, basta far pagare gli autori degli articoli, piuttosto che i lettori. D'altronde, la pubblicazione di un articolo scientifico è utile per conoscere le ricerche altrui, ma anche per far conoscere il proprio lavoro e ottenere impatto e credito scientifico nella comunità. Perciò, sia gli autori che i lettori possono essere disposti a pagare le spese necessarie alla comunicazione scientifica, se ragionevoli. La sottoscrizione da parte dell'autore, però, è un sistema più efficiente di allocare le risorse materiali e immateriali: il libero accesso dei lettori, infatti, eliminerebbe le distorsioni del mercato editoriale causate dal monopolio del copyright detenuto da pochi gruppi editoriali. In termini di benessere collettivo un tale modello di editoria scientifica, con le dovute esenzioni per gli autori meno abbienti, è dunque preferibile [15]. La casa editrice Bio-Med Central, del gruppo editoriale Current Science Ltd., mette in pratica questo modello, e richiede 525 dollari ai ricercatori che intendono pubblicare sulle oltre 100 riviste di biologia e medicina. Bio-Med Central, diretta dai fuoriusciti da Nature Peter Newmark e Theodora Bloom, ha iniziato le pubblicazioni nel settembre 2000. Analogo lo scopo della Public Library of Science (PLoS), un'organizzazione no-profit americana fondata da ricercatori allo scopo di rendere pubblica la letteratura scientifica, soprattutto in ambito medico-biologico. PLoS è presieduta da Harold Varmus, ex-direttore degli NIH e premio Nobel per le ricerche sull'origine genetica dei tumori, e nel consiglio di amministrazione conta altri personaggi di primo piano nel mondo della proprietà intellettuale, come il già citato Lawrence Lessig, direttore di Creative Commons, o Paul Ginsparg, il fondatore di arXiv. Proprio sotto la direzione di Varmus, gli NIH hanno creato Pubmed Central, l'archivio digitale che pubblica liberamente i risultati delle ricerche biomediche finanziati con denaro pubblico [47]. PLoS è stata fondata nell'ottobre 2000, grazie al supporto della Open Society Foundation di Soros e della Gordon and Betty Moore Foundation, e fece circolare una lettera aperta in favore dell'accesso aperto, sottoscritta da 34000 ricercatori di 180 paesi, che però ebbe scarso impatto presso gli editori. Da quel parziale fallimento nacque l'idea di trasformare PLoS in una casa editrice di riviste ad accesso aperto [48]. Nell'ottobre 2003 sono iniziate le pubblicazioni di PLoS Biology, cui un anno dopo si è aggiunta PLoS Medicine. Nel corso del 2005 è previsto il lancio di PLoS Genetics e di PLoS Computational Biology. Il progetto PLoS, rispetto a Bio-Med Central, punta a pubblicare un numero limitato di riviste, ma di alto impatto scientifico. Come per gli archivi digitali, anche per l'editoria open access sono disponibili strumenti di ricerca e consultazione su tutte le riviste del settore. La Directory of Open Access Journals (DOAJ, www.doaj.org) raccoglie i diversi progetti editoriali liberamente accessibili dai lettori. Secondo le prime analisi, l'impatto scientifico delle riviste è già paragonabile a quello delle riviste tradizionali, se non maggiore [49], a dimostrazione che la comunità scientifica non ha alcun pregiudizio negativo nei confronti di modelli di disseminazione dei risultati diversi dall'attuale.
DIDATTICA APERTA AL MIT
La libera diffusione dell'informazione scientifica potrebbe aver un impatto anche maggiore nel campo della formazione. Un rapporto dell'agenzia Merryl Lynch del 1999 stimava il potenziale giro d'affari del mercato mondiale della formazione in 2000 miliardi di dollari [50], 70 volte più grande dell'attuale valore [51]. Le tecnologie dell'informazione sono considerate un elemento chiave per esplorare questo mercato ancora vergine. La possibilità di trasmettere conoscenze a distanze prima inimmaginabili apre infatti scenari e possibilità inedite per i programmi di educazione pubblica e privata. In un regime di proprietà intellettuale e di innovazione tecnologica decisamente favorevole all'iniziativa privata, i timori di privatizzazione della formazione sollevati dagli accordi internazionali sul tema paiono fondati. Se da un lato lo sviluppo di un'economia della conoscenza ha fatto intravedere nuove fonti di profitto ancora vergini, d'altra parte ha evidenziato la necessità di salvaguardare la formazione dalla privatizzazione, che rischia di generare nuove esclusioni sociali. Dal MIT di Boston proviene un'iniziativa proprio in questo senso, ispirata anch'essa dalla filosofia open source. Mentre nel mondo l'imprenditoria della formazione investe nell'educazione a distanza, al MIT nasce l'Opencourseware (http://ocw.mit.edu/): il prestigioso istituto mette a disposizione via Internet i propri materiali didattici, proteggendoli con una licenza Creative Commons che permette a chiunque di usufruirne e trarne altro materiale formativo; ovviamente, a condizione che ogni "opera derivata" venga distribuita nello stesso regime. Il progetto del MIT sembra avere successo, se più della metà dei 12000 utenti giornalieri dell'Opencourseware risiedono fuori dal Nordamerica, sfruttando le potenzialità dell'e-learning. L'alta reputazione dell'istituzione ospite garantisce la qualità del materiale distribuito online, e la possibilità di modificarlo liberamente potrebbe generare, come nello sviluppo del sofware open source, un intero filone educativo gratuito a disposizione dell'umanità in continua evoluzione.
BIOLOGIA OPEN SOURCE: BIOS
BIOS sta per Biological Innovation for Open Society (Innovazione Biologica per una Società Aperta). Come i progetti no profit di George Soros, anche BIOS strizza l'occhio alla "società aperta" di Karl Popper, ideale liberale in cui "la democrazia offre un prezioso campo di battaglia per qualsiasi riforma ragionevole" [52]. E infatti, tra gli obiettivi del progetto BIOS vi è la possibilità di esplorare strategie innovative per la proprietà intellettuale delle invenzioni biologiche. Il progetto è stato lanciato da un centro di ricerca no-profit australiano, il CAMBIA (Centro per l'Applicazione della Biologia Molecolare all'Agricoltura Internazionale) [53], diretto dal biologo californiano emigrato in Australia Richard Jefferson. Ex ricercatore dell'ONU, Jefferson ha inventato la tecnica di rilevamento dell'attività di un gene denominata "GUS system", distribuita liberamente a decine di laboratori di tutto il mondo. Oggi una trentina tra biologi e specialisti di politiche dell'innovazione lavorano nella palazzina di CAMBIA tra il lago Burley Griffin, il campus dell'Australian National University e i canguri del Black Mountain, il parco naturale di Canberra. Il centro CAMBIA è dedicato alla diffusione delle tecniche di biologia molecolare nei sistemi agricoli locali, ed è attivo in molti Paesi in via di sviluppo attraverso i suoi programmi di cooperazione. Per intraprendere BIOS, CAMBIA ha trovato sponsor potenti: tra i finanziatori del progetto figurano la Rockefeller Foundation, e l'IBM, primatista ogni anno per numero di brevetti depositati negli USA (nel 2003 erano ben tremilacinquecento). L'obiettivo dichiarato è fare in modo che anche l'agricoltura non industriale metta a frutto i vantaggi delle biotecnologie, senza farsele imporre dall'industria del Nord del mondo. La proprietà intellettuale gioca un ruolo fondamentale in questo processo. Grazie al gran numero di brevetti depositati, infatti, le grandi società agro-alimentari possono costringere gli agricoltori di tutto il mondo ad utilizzare sementi brevettate sterili e prodotti chimici sviluppati appositamente, rompendo la circolazione di saperi e risorse tipiche della società contadina. Proprio per la violenza dell'impatto delle biotecnologie sulle economie rurali, imprese come la Monsanto sono diventate oggetto di contestazioni in ogni occasione pubblica. BIOS punta ad importare nella comunità scientifica delle biologia molecolare gli strumenti e le modalità dell'informatica open source. Le esigenze degli agricoltori nei confronti delle biotecnologie sono simili a quelle di un utente informatico di fronte ad un software proprietario: poter manipolare liberamente la tecnologia per adattarla ai propri bisogni. Questo in informatica si realizza distribuendo liberamente il "codice sorgente" di un programma: un software, infatti, è la traduzione in un linguaggio comprensibile dal computer (fatto di 0 e 1) di un codice scritto in un linguaggio comprensibile dall'uomo. Mentre il software può essere solo "eseguito" dalla macchina, il codice sorgente può essere manipolato, e quindi tradotto (in gergo si dice "compilato") per diventare un nuovo software con altre funzioni. Anche i piccoli agricoltori, secondo i promotori di BIOS, potrebbe trarre profitto dalle biotecnologie, se avessero libero accesso ad esse e potessero adattarle ai contesti locali. Per superare le barriere poste dalla proprietà intellettuale, il progetto BIOS lavora su due piani. Da un lato, cerca di facilitare l'accesso all'informazione contenuta nei brevetti, non sempre di facile consultazione (cfr. cap.2). Per rendere maggiormente fruibili le banche dati, BIOS sviluppa degli strumenti informatici che permettano la navigazione degli oltre 1500000 brevetti riportati nel database ad accesso gratuito già sviluppato da CAMBIA [54], mettendo a disposizione di tutti le informazioni contenuti nel testo dei brevetti. Dall'altro, BIOS vuol aiutare la condivisione degli strumenti, creando una comunità telematica, Bio-Forge, dedicata a chi fa ricerca in campo biotecnologico. Via Internet, sarà possibile condividere tecniche e informazioni rilevanti: proprio CAMBIA inizierà mettendo a disposizione le invenzioni del proprio centro di ricerca. Per assicurare la libertà della circolazione dell'informazione, BIOS creerà anche delle licenze d'uso di tipo "open source" per le conoscenze condivise, che diano libero accesso agli strumenti di ricerca per tutti gli utenti, ma a condizione di rispettare le stesse regole per gli eventuali miglioramenti realizzati [55]. BIOS è anche citato come esempio in un'interessante proposta lanciata dalle pagine della rivista PLOS Medicine da parte di due membri del Neglected Diseases Group di Medici Senza Frontiere. Si tratta della richiesta di un trattato internazionale per la ricerca e lo sviluppo in ambito farmaceutico, che dia priorità alla salute globale piuttosto che al business delle case farmaceutiche. Tra i punti principali della proposta vi è proprio una legislazione che protegga l'accesso libero e incentivi la cooperazione internazionale per la ricerca, di fatto aggirando i vincoli posti dai TRIPs [56].
CONSUMATORI GLOBALI CONTRO I BREVETTI: CONSUMER PROJECT ON TECHNOLOGY
Menzionate il nome di Jamie Love a un dirigente di una casa farmaceutica, se volete rovinare una cena: a causa della campagna internazionale lanciata dal Consumer Project on Technology [57] diretto da Love, un vasto movimento d'opinione su scala planetaria costrinse 39 case farmaceutiche americane a ritirare le proprie accuse contro il governo sudafricano, colpevole di autorizzare l'importazione parallela e l'attribuzione di licenze obbligatorie per la produzione di farmaci anti-HIV, per combattere un'epidemia che in Africa fa milioni di morti ogni anno e abbassa la vita media delle popolazioni subsahariane in modo drastico. Fu senza dubbio in quella primavera del 2001 che gli effetti negativi dei brevetti divennero di dominio pubblico. Era proprio in nome della proprietà intellettuale violata che Big Pharma chiedeva sanzioni contro il governo di Thabo Mbeki. Da allora, il Consumer Project On Technology (CPTech), fondato da Ralph Nader nel 1995, ha continuato a farsi promotore di un diverso regime internazionale di protezione della proprietà intellettuale. Ex-economista accademico ed ex-consulente finanziario per multinazionali come IBM, Love conosce bene mentalità e linguaggio delle stanze del potere in cui sono stati firmati accordi internazionali come i TRIPS, tanto da figurare nei board di innumerevoli organizzazioni umanitarie internazionali. Il CPTech promuove un nuovo sistema di regole, che sostituiscano i TRIPS e facilitino l'accesso ai medicinali per i malati dei paesi più poveri. Per farsi ascoltare dai potenti della Terra, il CPTech ha sviluppato un modello legislativo che realizzi gli stessi obiettivi ufficiali dei TRIPS, ovvero impedire che il lavoro di ricerca e sviluppo svolto dalle case farmaceutiche venga "scippato" da possibili concorrenti sleali, in gergo free riders (gli obiettivi reali dei TRIPS potrebbero essere diversi, ma altrettanto inconfessabili). Una severa tutela della proprietà intellettuale è lo strumento adottato nei TRIPS. Love e il CPTech suggeriscono che, se l'obiettivo è scoraggiare i free riders, quegli stati che investono in ricerca e sviluppo una quota sufficientemente alta del proprio prodotto nazionale potrebbero essere esentati dal rispetto del monopolio brevettuale ed autorizzati ad importare farmaci a basso costo e a produrne localmente. In diverse conferenze internazionali, cui hanno partecipato sia esponenti del mondo della cooperazione che dell'industria, il Consumer Project on Technology ha presentato un modello di accordo internazionale sulla ricerca e sullo sviluppo, sulla falsariga di altre iniziative internazionali che sostengono le attività di innovazione, come il trattato di Kyoto (che supporta lo sviluppo di tecnologie a basso consumo energetico) o il Progetto Genoma Umano, i cui risultati sono oggi liberamente accessibili. La proposta del CPTech prevede che gli stati si impegnino a destinare una quota fissa di investimenti al sistema globale di ricerca, contribuendo con l'acquisto di medicinali secondo l'attuale regime o con investimenti diretti, privilegiando programmi di ricerca "aperti" sul modello dell'open source, priorità umanitarie e il supporto tecnologico ai paesi in via di sviluppo. Tale sistema potrebbe garantire che i farmaci vengano distribuiti a prezzi accessibili, senza che |