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Rinasce il piemontese vera lingua di popolo, di Walter Baldosso


#594 - 5--Amministratur--Rinasce il piemontese vera lingua di popolo, di Walter Baldosso--2004-12-17 03:05:52

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“Chi ha a cuore la propria lingua, ha a cuore la propria anima”. Così scriveva nel XV secolo Verger de Consollacion. E lo spirito di quella frase pervade inconsciamente l’aula consiliare di Palazzo Lascaris, sede del Consiglio regionale del Piemonte che, in collaborazione con l’assessorato alla Cultura, ha promosso il convegno “La lingua piemontese, un patrimonio da difendere”.



Un pubblico numeroso, qualificato e incuriosito segue inizialmente i lavori, forse per quella riservatezza tipica dei subalpini, convinto di assistere a una riunione foriera di un imminente funerale per il patrimonio linguistico piemontese.

Già il primo intervento di Tavo Burat della “Compania dij Brandé” presenta pessimisticamente il percorso europeo dell’idioma piemontese, inserito con altre 50 lingue della Comunità europea nella raccomandazione del 1981, nel trattato del ’92 e nella Carta del 2000 che difendono le minoranze linguistiche ma che devono ancora essere ratificati. Ma il ricordo di Angelo Brofferio, nel duecentesimo anniversario della nascita, designato nume tutelare dalla manifestazione, riesce a riscaldare gli animi dei presenti. Inizia, così, accorato, l’invito a battagliare contro chi vuole far morire una lingua del passato, ricordandola come mera e romantica poesia sfiorita, per accogliere - di contro - l’idioma piemontese come elemento codificante di esperienze, culture e tecniche secolari. Anzi, Tavo Burat suggerisce, con espressioni colorite, persino di utilizzare la traduzione simultanea della lingua minoritaria presa in considerazione.



Dario Pasero dell’associazione “La Sloira” arriva ad auspicare il rilancio della lingua piemontese in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006, con scritte bilingue nei cartelli pubblicitari e nella toponomastica. E finalmente si sentono i primi e convinti applausi da un’assemblea che riconquista via via speranza. La fiducia è rafforzata dall’impegno della Regione Piemonte che, con basi normative, sta attuando un processo di sensibilizzazione e presa di coscienza verso un’attività di sviluppo del patrimonio linguistico. Alle pressioni che pervengono sempre più numerose da Comuni, enti e associazioni risponde con finanziamenti e collaborazioni per attività di ricerca, cicli di conferenze, convegni, pubblicazioni, corsi di lingua, attività didattiche, teatrali e musicali. Importante - ha ricordato Rita Marchiori, direttore regionale della promozione delle attività culturali - anche l’intervento della Regione nella scuola, per la formazione dei docenti e l’apprendimento degli alunni, attraverso incontri sulle radici e la storia del piemontese con le sue varianti, la sua alfabetizzazione, letteratura, il suo teatro.



La collaborazione con l’università, poi, ha raggiunto risultati straordinari sia scientifici che culturali, consentendo al Piemonte di porsi come esempio a livello nazionale e internazionale (da anni esiste un corso di storia del teatro piemontese, nell’attesa della cattedra di lingua e letteratura piemontese). Iniziativa lodevole è la costituzione di un Premio annuale per opere inedite scritte nelle lingue e nelle parlate che costituiscono l’originale patrimonio storico regionale, nato con la finalità di dare nuovo impulso e vitalità alla drammaturgia in lingua e a una tradizione letteraria che aveva raggiunto in passato livelli di eccellenza. Senza dimenticare le altre minoranze linguistiche (occitana, franco provenzale e walser) è assicurato anche il sostegno all’editoria in lingua e alla musica popolare. Lo scorso secolo ha visto diminuire l’interesse verso la tradizione linguistica piemontese.



Fra le possibili cause, la forte immigrazione dal Sud, la partenza verso lidi lontani dei locali doc, il senso del pudore delle proprie cose manifestato da chi è rimasto, oltretutto con mentalità che condizionano la facile trascuratezza e l’oblio delle radici proprie e dei figli, dimenticando certi vocaboli o italianizzandoli. Ma le recenti esperienze didattiche del piemontese, come ricorda Michela Grosso di “Nostre Rèis”, ripropongono nuovi stimoli, incuriosendo tra ricerche e comparazioni, giochi e indovinelli, filastrocche e poesie, riportando sorprese ed entusiasmi inaspettati. E ancora, recitando scenette, effettuando ricerche storiche, modi di dire, perfezionando la grafia e la pronuncia, con l’inaspettato maggior impegno, unito alla forte volontà d’apprendere, anche di giovani stranieri, con il simpatico vincolo di riferire i risultati ai genitori che desiderano sentirsi arricchiti nell’animo, cercando di riuscire ad integrarsi meglio nella società.

Un percorso continuato con incremento e successo - come ribadito da Albina Malerba della “Ca de studi piemonteis” - nelle otto province della regione, con un atteggiamento nuovo (anche se esistono ancora “sacche vuote”, cattive abitudini e luoghi comuni contro questa direzione). Quella che vent’anni fa sembrava utopia, grazie ad “eroi-sognatori” come Camillo Brero, Renzo Gandolfo o Censin Pich e la “Compagnia dij Brandé” oggi è una realtà con attese che non vanno deluse e fervori che non devono spegnersi.

I licei classici “D’Azeglio” di Torino e “Botta” d’Ivrea sono i primi istituti superiori dove sono inseriti corsi di piemontese, con grande soddisfazione del coordinatore, il citato Pasero che, orgogliosamente, testimonia la sollecitudine degli studenti, soprattutto di altre regioni, a porre approfondite domande per capire e avvicinarsi ad altre culture, riconoscendo che il riappropriarsi con coscienza della propria lingua d’origine non è soltanto folklore, campanilismo o avvicinarsi agli antichi attrezzi agricoli, feste e tradizioni, ma pensare e guardare al futuro.



E l’avvenire si lega al passato grazie alla letteratura e al teatro. Giovanni Tesio, dell’Università di Vercelli, fa risalire la letteratura piemontese al ’700 con Pacot, Isler, Calvo, Ventura fino a Maurizio Pipino, autore di una “Grammatica piemontese” di tutto rispetto. In quel periodo fioriscono opere che s’intrecciano con la rivendicazione di una dignità linguistica e letteraria e di un’avvertita identità regionale. L’800 ha i massimi esponenti in Brofferio, Rosa e Arnuffi, oltre a scrittori ritenuti principalmente di lingua italiana come Faldella o Calandra.



Escono i significativi romanzi en feuilletons di Luigi Pietracqua, Carlo Bernardino Ferrero e Carolina Invernizio, editi da Andrea Viglongo. Nino Costa fa da cerniera tra la tradizione poetica precedente e il ’900, annunciato da Pinin Pacot, Oreste Gallina e Luigi Olivero sulle pagine dei “Brandé” o sui piccoli annuari poetici “Armanach Piemontèis”. Gli sviluppi letterari hanno le voci variegate di Nino Augelli, Carlottina Rocco, Alfredo Nicola, Armando Mottura, Camillo Brero fino a Antonio Bodrero (che racconta la Val Varaita nella raccolta “Val d’Inghildon” e “Da l’uch a l’aluch”), il monferrino Vincenzo Buronzo e il torinese Domenico Badalin. Negli ultimi anni si distinguono il biellese Gustavo Buratti, la torinese Bianca Dorato e i poeti monregalesi Regis, Bertolino e Belfiore, con Gipo Farassino principe delle canzoni d’autore. Il teatro ha i massimi esponenti in Federico Garelli con il suo capolavoro, la commedia allegorica “Guera o pas?”, Luigi Pietracqua con la storia di teppismo “’L cotel”, Mario Leoni con la storia contadina “Ij mal nutrì” o il dramma sull’alcolismo “’L Bibi” e Vittorio Bersezio, giustamente esaltato per la sua famosa “Le miserie ’d monsù Travet”, ma esemplare nella commedia sociale “La violenssa l’à sempre tort”.



Massimo Scaglione, regista ed esperto del teatro piemontese, ricorda le conquiste acquisite con fatica nell’800, con i successi anche delle marionette Lupi, le grandi interpretazioni dell’attore Giovanni Toselli e la bravura di Milly. Un teatro, chissà perché, ancorato ai superficiali giudizi di chi lo interpreta soltanto come occasione di comicità, depositario di facili soluzioni o di grevi canovacci, mentre risulta vivo, denso di denunce sociali, ricco di problemi reali e di sentimenti. Il buon momento del teatro di alcuni decenni fa è testimoniato da spettacoli che tre famosi attori recitavano simultaneamente in diverse sale torinesi: Macario all’“Alfieri”, Campanini al “Carignano” e Farassino all’“Erba”. Per la salvaguardia del piemontese, Sergio M. Giardino dell’Università “McGill” di Montreal (Canada) spiega l’importanza della specificità lessicale del patrimonio linguistico ancestrale che non si può considerare un lusso o un intralcio, pena la sua soppressione. Come nel materialismo, dove nessun valore spirituale può sopravvivere, così le lingue ancestrali non possono essere difese in quelle società che credono soltanto all’arrivismo, al carrierismo e al funzionalismo.

I piemontesi, quindi, devono credere nella loro grande ricchezza ancestrale, compreso il loro patrimonio letterario ineguagliabile, anche perché passa attraverso quella importante lingua che per più di un millennio è stata la lingua di re e di popolo. Il grande e unico idioma piemontese può essere verosimilmente il linguaggio del futuro. Sempre che i mass-media e il cinema non lo considerino un dialetto ghettizzato, usato quasi sempre a livello macchiettistico. Parola di Bruno Gambarotta, ospite brillante e ironico, che riconosce come i giornali accettino con rispetto soltanto le battute dette in piemontese da vip come Agnelli o Bobbio. Per gli altri, il simpatico showman si dimostra esperto nell’identificare persino la zona di provenienza solo dall’ascolto di certe inflessioni della lingua piemontese.



La conclusione del convegno arreca certezze e ottimismi per la parlata regionale, ritenuta dal professore Giuliano Gasca Queirazza specchio della vita ed espressione di una secolare cultura che deve assolutamente essere conservata e promossa per il futuro, senza fanatismi, sospinta con moderazione, a passo d’alpino che non corre, ma che con marce e sudore arriva sempre alla meta. Intenti, suggerimenti e provocazioni hanno convinto il presidente del Consiglio regionale, Roberto Cota, a continuare la battaglia istituzionale e culturale per difendere e valorizzare l’originale patrimonio linguistico piemontese. Patrimonio che la stessa Chiesa subalpina, tramite la Conferenza episcopale piemontese, già vent’anni fa intendeva salvaguardare introducendo l’idioma regionale nella messa. Ma tutto cadde nel vuoto perché alcune personalità degli Uffici liturgici del Piemonte non erano d’accordo. Monsignor Franco Peradotto, rettore della Basilica della Consolata, si dimostra propenso a riaprire il discorso, anche per l’alto numero di vescovi piemontesi nelle diocesi regionali. È un tentativo che si può attuare, magari con il prelato pronto a ricevere un altro rimprovero dalla Curia vescovile, abituata alle provocazioni di un monsignore che ama la sua terra e la sua lingua.






Funt:
http://www.lapadania.com/2002/gennaio/15/15012002p14a2.htm
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