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Intervista al Febo Conti: Quand che la Rai la parlava anca aj gent del Nord
#100 - 2--Amministratur--Intervista al Febo Conti: Quand che la Rai la parlava anca aj gent del Nord--2004-08-27 15:31:12
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Febo Conti: così inventai il Gazzettino Padano
di Stefania Piazzo
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Lui, Febo Conti, nato il giorno di Natale del 1926 nelle (allora) campagne di Bresso, c'era quando la Rai a Milano era un'altra. Quando il centro di produzione coccolava la genialità di trasmissioni passate alla storia della comunicazione. Più nessun'altra Rai inventò il suo "Gazzettino Padano". O i programmi in dialetto. Milanese. Nessuno osava mettere in dubbio la tenuta dell'unità nazionale o della lingua italiana se Febo si rivolgeva agli ascoltatori di Radio Milano con "Gu du robe de dit". Il dialetto non scandalizzava. Non scandalizzò per ben 23 anni. Dal 1945 al 1968. La radio di Febo dialogava con la gente.
Conti, com'è iniziata questa avventura?
«Avevo bisogno di lavorare. E un mio carissimo amico trovò un annuncio sul giornale. Cercavano voci per la radio. Quando mi presentai, col mio diploma di perito industriale, mi chiesero se fossi lì per fare il tecnico, ma io no... Volevo proprio fare la voce radiofonica. Ecco, dall'"Isola" di via Farini, a Milano, inizia per me nel 1945 l'esperienza di Radio Italia del Nord, la voce dei partigiani. Poi, nel '49, con l'amico Attilio Spiller, arrivò l'illuminazione: "Il Gazzettino lombardo". Durò fino al '50, quando decidemmo di ribattezzarlo "padano". La sua forza veniva dal basso».
Inizia così il racconto di un'"arte povera" che non era imitazione dei grandi notiziari. La genuinità inimitabile dei fatti e della vita del territorio furono l'arma vincente dell'informazione che al 27 di corso Sempione Conti seppe produrre, senza chiedere permesso a Roma. Più nessun'altra Rai, ancora una volta quella che visse e interpretò Conti, ebbe la forza di generare quella "Tv dei ragazzi". La calamita fu, fino al '72 "Chissà chi lo sa", e, prima ancora "Calzoni corti". E prima ancora, "Il circolo dei castori". Senza playstation o computer, la creatività e l'immaginazione erano in eterna gara per... un pugno di quattro libri. Questo era il montepremi, che finiva nella libreria delle scuole vincenti.
Ma di Febo Conti della grande Rai di Milano, che ne è stato? Che ne è stato di quella Rai?
«Beh, quelli erano i tempi in cui si poteva ancora dire "Milan e po' pu" - ci racconta Conti - Ma è inutile dire che la mia vita è stata segnata dall'aver ideato, assieme a quel grande giornalista e direttore del giornale radio, Attilio Spiller, il "Gazzettino lombardo" prima e del "Gazzettino padano"».
Perché cambiò nome?
«Fu tale il successo che ci trovammo felicemente costretti" ad allargarlo a tutta l'area padana. Furono per me 11 anni di scuola di vita».
La sigla del "Gazzettino" inconfondibile era quella della "Bela gigugin". Tipicamente popolare. Perché la scelta cadde proprio su quel testo?
«Tutto nacque da "Sette giorni a Milano", programma dialettale che, oltre che essere trasmesso in radio, come poi vi spiegherò, portammo in teatro a Milano nel '48. Ecco, quella era la nostra sigla. Ma non c'era soltanto quella....».
Quale altro tema muscale avevate adottato?
«Il Va' pensiero. Ricordo che, una volta, al teatro Exelsior, la gente commossa si alzo in piedi, appaludendo e cantando. Ma erano altri tempi, forse».
Riuscivate a comunicare con la forza delle idee. Ma non vi fu difficile entrare con la radio anche nelle case dei padani. Come ci riusciste?
«Vede, annunciavo "Il Gazzettino" con la voce da strillone, quelli che stavano agli angoli di strada a vendere i giornali. Poi, m'improvvisavo rumorista bussando alla porta. Dicevo: "Permesso? Sono Febo Conti, ho qui le notizie, mi volete sentire?"».
E per quanto bussò alle case degli ascoltatori?
«Come ho detto, per undici indimenticabili lunghi anni, dal 1950 al 1961».
E che raccontava?
Un giornale "devoluzionista"?
«Padano».
Crede vi sia necessità di tornare allo spirito del "Gazzettino padano" anche in altri programmi?
«Sì, nel senso che la gente deve poter tornare a riconoscersi nel mezzo di comunicazione. Il rapporto nasce dal basso per essere credibile, cioè non basato sul verosimile. Non dimenticherò mai l'alluvione del Polesine. In diretta, in piena emergenza, lanciai l'appello per reperire materiale di prima necessità: brandine, coperte, beni di prima sussistenza... Spiller mi disse: "Dai, va giò, di qualcos, parla tì a la gent che i ga mia da durmì"... Insomma, in trenta minuti sotto le nostre finestre c'erano almeno trecento milanesi con ogni ben di Dio. Ci siamo affacciati con le lacrime agli occhi. Quello era il "Gazzettino" della gente, una squilla morale, di popolo, che legava ad un sentimento di appartenenza ad un'identità: alla nostra terra. Fu una notte da brividi. Era il notiziario padano. Con l'informazione locale regina insuperabile rispetto al notiziario nazionale. Una radio in anticipo sui tempi. ».
Dove stava il segreto di quella forza?
«Il campanile, le campagne, avevano una loro dignità. La radio era la gente. Avevamo una rete capillare di corrispondenti sul territorio... Senza tanto andar lontano basterebbe ascoltare il Canton Ticino. Lì hanno ideato il programma "L'ha dit la radio". In Italia, invece, ci sono solo programmi di intrattenimento invasi da migliaia di telefonate dove il conduttore chiede a chi sta dall'altra parte: "Buon giorno, da dove chiama?". Solo lì esce il nome del paese. Nei giochi a premio».
Conti, che effetto le fa il ritorno all'etere dai microfoni di Radio Padania Libera?
«Proprio ieri abbiamo inaugurato la prima di una serie di puntate (andranno in onda ogni mercoledì alle 17, ndr) condotte da Renata Galanti. È un'emozione poter raccontare liberamente "Com'era bella la Rai di Milano" e farlo anche a breve a microfoni aperti, parlando perché no, il dialetto degli ascoltatori... Radio Padania è una grande opportunità: ha colto nel segno, ti Libera dai condizionamenti. Non ci si vergogna delle proprie radici culturali, popolari. È un problema sapere di essere padani? Per me no. Bisogna però avere gli spazi per poterlo dire».
E il dialetto?
«Vale lo stesso discorso. Nella mia esperienza in Rai tutto nacque dentro il programma "Sette giorni a Milano". Il titolo della trasmissione poi cambiava ma non nella sostanza: "Ciciarem un cicinin", "Gu du robe de dit".... Era la Rai che parlava a tutti, nella lingua dei padri, con le cadenze e gli idiomi di casa, abbracciando le nebbie della bassa e la collina brianzola, il Polesine e le Langhe».
Conti giornalista, attore, produttore. Però qualcosa, ad un certo punto, si è inceppato.
«Mi posso solo rinfacciare il fatto di avere avuto la sfortuna di trovare sulla mia strada uomini Rai dalla riverenza facile a Roma. Fine della (lunga) carriera. Che, per quanto riguarda ad esempio "Chissà chi lo sa", io appresi leggendo "La Notte". Il programma aveva una share dell'84,7 per cento. Eppure arrivò una risoluzione del rapporto di lavoro senza preavviso, dopo 27 anni mai contrattualizzati con tante richieste di assunzione, sempre cestinate».
Oggi, invece, che fa Conti?
«A 75 anni di vita, "a cavallo" di più di mezzo secolo di carriera da 42 anni conduco "La Costa dei barbari", un programma di lingua italiana sulla radio Svizzera per gli amici del Canton Ticino, per i quali la parola e una stretta di mano valgono ancora come "nero su bianco" nei rapporti professionali».
È una critica alla Rai che non c'è più?
«No, quella che ho conosciuto non c'è più!».
Poi un silenzio altrettanto perentorio. Può spiegarci questa evoluzione?
«Dico che purtroppo l'abbiamo persa, ma non per fare il conservatore. La storia è molto semplice. Io partirei ad esempio dalla radio. Ad un certo punto... sono arrivati dei giovani. Nulla in contrario ma il problema è il punto di partenza, non quello d'arrivo. Si trattava di persone messe lì dalle allora segreterie di partito. Ci sono funzionari Rai che si occupano di cultura o prosa che neanche sanno cosa sia una cantinella, quei pezzi di legno che si usano in teatro per sostenere le scene. Insomma, avevamo a che fare con persone impreparate, improvvisate. Si muovevano in Rai come nei ministeri. Si passava dalla marina mercantile alla sanità. Bastava occupare un posto. E fare lobby».
Con quale effetto sulla qualità del servizio pubblico?
«Il servizio pubblico si è trasformato in privato. Nel senso di soddisfacimento di interessi personali. Far piacere al capo che sta al piano di sopra. O per conquistare punti di gradimento nell'ascolto, al fine di raccogliere più pubblicità. E così il servizio pubblico è diventato anche servizio commerciale, piegato alle statistiche di vendita. Che c'entra la Rai con questo?».
Conti, una nuova gestione federalista delle reti riporterebbe secondo lei alla Rai delle origini?
«È l'unica via d'uscita possibile. Sa cos'ha rovinato la Rai? Cos'ha portato allo svuotamento di Milano, o dei centri di produzione del Nord? Quel fastidioso e odioso quotidiano inginocchiarsi nelle telefonate che ho impresse nella memoria. Da uno di quei cinque telefoni neri in bachilite via cavo arrivava la telefonata dalla capitale. E il direttore di turno rispondeva sempre così: "Ah, pronto Roma, mi dica dottore... Mah, veramente noi... D'accordo, va bene, come lei chiede, dottore". E si faceva sempre come voleva Roma».
Perché questa sudditanza?
«A Radio Milano erano diventati tutti succubi, dovevano piacere al direttore che stava più in alto. L'unico che si è difeso a oltranza fu Attilio Spiller. Aveva il coraggio di mandarli a quel paese. Persino Sergio Pugliese, il direttore Rai al quale peraltro intitolarono persino il centro di produzione».
Ma insomma, in mano di chi stavano già allora i comandi?
«Cito un esempio. Quando facevo "Chissà chi lo sa" c'era una signora che teneva i contatti con le scuole. Quando le chiesi "Cara, qual buon vento?", mi rispose: "Io sono una democristiana che vota comunista". Ora scrive libri per i bambini, in Rai, mi pare, si occupa ancora d'infanzia. Ma si potrebbe andare avanti. Ho conosciuto funzionari fare sit-in di sinistra piuttosto accesi. Ne ricordo uno che aveva sul suo tavolo una mazza da baseball, ricoperta da carta stagnola. "Una mazza come questa - mi disse un giorno - ha ammazzato un poliziotto". Ecco, io vivevo in questo ambiente, in questo clima di consociativismo dilagante, dove l'ideologia cercava di prevalere sulla missione del servizio pubblico».
E poi, che accadde?
«Silurati Spiller e altri, progressivamente si arrivò ad un sbandamento a sinistra, dopo anni di imperversante Dc. E in questi cambi di testimone, mai nessuno che mi abbia firmato un contratto di lavoro. Ricordo addirittura che chiesi udienza all'ex direttore dell'Acqua potabile di Torino, divenuto poi presidente Rai. Mi accolse così: "Ah, che piacere. Ma lei che fa in Rai, canta?"».
E com'è finita?
«Mi pare questo signore si sia fatto frate. E i contratti hanno continuato a farmeli così, a voce: "Le diamo 2.000 lire al giorno per "Il Gazzettino padano", per "Sala stampa sport" 6mila al giorno. Le va bene, Conti?».
Intanto Milano andava in malora?
«Hanno spento la tv piano piano, Corso Sempione è diventata una candela senza sego, le hanno tolto tutti i programmi. Adesso vengono da Roma a fare "La Domenica Sportiva". Chissà cosa penserebbe oggi chi l'iniziò, e cioè Enzo Tortora. E come dimenticare che qui è partito "Tutto il calcio minuto per minuto", con Roberto Bortoluzzi, Sergio Boriani...o "Sala stampa Sport"...».
Cosa suggerirebbe per togliere "l'oscuramento"?
«Togliere il senso di soffocamento che viene da un'informazione ancora schiava delle ideologie, che si preoccupa solo di orientare il consenso. Chi sta dalla parte di una riforma del sistema dell'informazione in chiave federalista, e non ha una visione romanocentrica della radio e della tv, cambierà la Rai. Spero poi tanto vengano meno certe "esse" aspre di quella pronuncia marcatamente romana di alcuni annunciatori, giornalisti... La Rai deve sapere che non è solo patrimonio dei romani. Non è possibile sentir parlare solo romano. Ormai non ci sono più commedie in milanese. In napoletano sì. In siciliano sì. E il resto d'Italia? Poi lasciatemi dire: non sarebbe male togliere il canone».
Rai senza canone?!
«Ha capito bene. La tv pubblica ha già la pubblicità. Non le basta? Non trovo per di più rispettoso che i cittadini debbano subire la faziosità di certi programmi, con presentatori che sposano la causa dei metalmeccanici e poi incassano miliardi sventolando bandiera rossa. E noi paghiamo!».
Le polemiche sulla satira in tv, o meglio, l'uso della tv per fare satira politica particolarmente sbilanciata... Che ne pensa il Conti attore e umorista?
«Dico che mi vergogno a definirmi attore se devo paragonarmi a chi oggi in tv crede di fare lo spiritoso sbeffeggiando senza stile i politici. In quel rotocalco domenicale in dialetto di cui ho parlato, ne dicevamo di tutti i colori sugli amministratori di allora, senza perdere il buon gusto o far emergere i nostri orientamenti politici. Oggi, purtroppo, se vuoi avere successo devi stare a sinistra. La sinistra ti lancia, se cadi ti sostiene...».
Ma non è forse che Conti, ormai pendolare tra la Lombardia e la Svizzera, si senta un po' un esiliato?
«Io sono al confino». -
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