Veneto - Alvise Zorzi, intervista sulla lingua veneta
Data: Martedì, 03 ottobre @ 17:11:01 CEST
Argument: Lenguf,Storia e Cultüra


Per la sua venticinquesima edizione il Masi torna a premiare (con il "Grosso d'oro veneziano") uno dei maggiori interpreti della venezianità, Alvise Zorzi, che già fece parte del primo quartetto dei premiati, 25 anni fa, assieme a Elio Bartolini, Biagio Marin e Giulio Nascimbeni.
Discendente da un nobile ceppo veneziano che diede anche un doge alla Serenissima, Zorzi ha dedicato l'intera sua vita alla storia e alla civiltà di Venezia, con una vasta produzione letteraria (tradotta in tutte le maggiori lingue) che spazia da "Venezia scomparsa" a "La Repubblica del Leone", da "Venezia austriaca" a "I palazzi veneziani", da "Canal Grande" a "Monsieur Goldoni", da "Venezia ritrovata" a "La monaca di Venezia", per citare solo alcuni titoli. Già responsabile dei programmi culturali della RAI-TV, Zorzi è anche presidente del Comitato per la pubblicazione delle Fonti per la Storia di Venezia e, dal 1986, dell'Associazione dei Comitati privati internazionali per la salvaguardia di Venezia.
Con lui analizziamo l'evoluzione della cultura e della civiltà veneta in questi ultimi decenni. «Partirei da questo premio, nato 25 anni fa proprio per valorizzare la cultura del Veneto e poi del Triveneto, cercando di individuare le persone che rappresentassero più degnamente le nostre qualità. Allora eravamo ancora in pieno boom, c'era il modello veneto in economia, e sul versante culturale si imponevano molte personalità interessanti; non dimentichiamo che venivamo da un'epoca in cui il Corriere della Sera, ad esempio, era una colonia veneta, ricordo Sacchi, Fraccaroli, il leggendario Balzan, lo stesso Nascimbeni. E sulla scena del Masi quell'anno si presentarono il grande Biagio Marin, e un personaggio dal brio narrativo e dalla vita avventurosa come Bartolini. Eravamo usciti dalla depressione, ma qualcuno si domandava quanto sarebbe durato, se i figli sarebbero stati all'altezza dei padri, continuando ad applicare le nobili virtù contadine. Ora purtroppo vediamo che tutto questo si è come sfaldato».

Colpa dei figli o delle circostanze storiche?
«Sono cambiate le condizioni. Certo se guardiamo bene ci sono ancora settori brillantissimi, ma è in crisi la piccolissima industria familiare; comunque con tutto questo il Veneto resta una roccaforte economica».

E sul terreno culturale?
«Ci sono campi in cui il fervore è grande, altri in cui c'è forse un leggero declino. Accanto alle grandi figure dei patriarchi, come Meneghello, Rigoni Stern e Zanzotto, vedo comunque una buona vitalità».

Proviamo a definire questi caratteri della veneticità?
«Tutto discende direttamente dal civismo peculiare dei veneti, dall'amore dell'ordine, da un termine poco amato, ma che io uso in senso positivo, come "perbenismo". Si tratta di caratteri che vengono spesso attribuiti dagli ignoranti alla dominazione austriaca, ma questa è una grossa balla, perché l'Austria è rimasta pochissimo, una sessantina d'anni, e non ha certo potuto influire sul carattere di una popolazione già fortemente improntato dalla civiltà della Serenissima».

Mi pare che un'altra caratteristica saliente del nostro bagaglio storico fosse l'attenzione al paesaggio, alla cura del territorio, che oggi appare abbastanza dimenticata...
«É vero, questo purtroppo è andato perduto. Il Veneto è stato invaso dai capannoni e dalle villette, ma bisogna dire non solo il Veneto. Sulle nostre villette ha scritto un bel saggio Manlio Brusatin, ma tutto sommato sono meglio le nostre che quelle che pullulano fra Lombardia e Lazio. Insomma, tra le brutture rimane ancora vivo l'amore della casa, delle proprie cose; qui la gente si affeziona ancora al proprio microcosmo e a quello che gli sta intorno: è sempre stata una civiltà affettuosa». I sociologi però rilevano uno sfaldamento delle reti di relazioni che tenevano unite le comunità...
«Anche questo è vero, e non solo nel Veneto; e se da noi si avverte meno è perché continuiamo ancora ad usare molto il dialetto: noi appena entriamo in confidenza parliamo la nostra lingua, e ciò crea unione. Ma lo sfaldamento c'è, ed è nato come conseguenza dell'invasione della televisione, che ha distrutto un certo tipo di vita comunitaria che c'era fino a qualche decennio fa. Una serata a seguire l'"Isola dei famosi" in tv è ben diversa dal vecchio filò. Ora ognuno guarda il suo programma e addio socialità; e in più, trasmissioni sempre peggiori deteriorano la qualità della vita».

Non ci saranno anche ragioni economiche dietro tutto questo?
«Certo, la globalizzazione ha lasciato il segno. Ora sempre più tutto si assomiglia, e non c'è più differenza tra Veneto e magari Alabama e Texas: le caratteristiche peculiari via via scompaiono. Ricordo l'impressione spaventosa che ho riportato dal mio primo viaggio nell'Africa nera: anche gli oggetti di artigianato locale in realtà erano tutta roba di plastica made in Usa o non so dove».

E il nostro futuro?
«Temo che ci sarà sempre più omologazione anche da noi, anche se il Veneto come ho detto si difende abbastanza. Come reagire? Francamente non lo so».


Funt: Aidanews







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