Spedij: Tue Jun 27, 2006 8:15 pm Post subject: Referendum: Rassegna Stampa
Un Sì o un No alla Riforma più vasta
Si usa dire che una buona Costituzione non è né di destra né di sinistra, perché ha il solo scopo di far funzionare bene la macchina-Stato. Questo vale anche per la riforma costituzionale su cui andremo a votare nel referendum del 25 giugno?
Una riforma che, lasciando intoccata la prima parte della Costituzione (quella relativa ai diritti e al rapporto fra la libertà dei cittadini e i poteri), ha profondamente innovato la seconda (che regola l’organizzazione dei pubblici poteri, l’articolazione dello Stato, delle Regioni e dei vari organi costituzionali, nonché i rapporti fra di loro).
Gli "ingegneri" costituzionali da tempo stanno simulando l'efficienza di un'itaglia regolata dal nuovo ordinamento.
Una simulazione che fa anche Cesare Mirabelli, già presidente (nel 2000) della Corte Costituzionale nonché vicepresidente (alla fine degli anni '80) del Consiglio Superiore della Magistratura, e oggi docente all'università di Roma Tor Vergata.
Professor Mirabelli, partiamo dalla devoluzione. Se il 25 giugno vincerà il Sì, ci saranno cambiamenti nelle competenze delle Regioni a proposito di scuola, sanità e polizia locale. Cosa ci potremmo aspettare?
Non credo che sarà questa, in caso di vittoria del Sì, la novità più ingente. Certo, le innovazioni ci saranno, ma abbiamo già, in quest'ambito, il precedente cospicuo e recente della legge costituzionale del 2001, la riforma del Titolo V della Costituzione.
E quindi cosa potrebbe succedere?
Ci potrebbe essere un passaggio ulteriore, una precisazione delle materie. Intanto viene introdotto un principio di interesse nazionale come eventuale limite straordinario agli atti dell'autonomia regionale, con un giudizio che è rimesso al Parlamento in seduta comune.
E questa è una delimitazione dei poteri. Ma nel concreto delle nuove competenze regionali...?
Ci potrebbero essere modifiche che riguardano singoli aspetti. Alle Regioni andrebbero maggiori competenze circa l'organizzazione scolastica e la definizione dei programmi scolastici, per quello che attiene ad aspetti formativi di interesse regionale. C'è poi una menzione alla polizia amministrativa regionale e locale, anche se, per la verità, le polizie municipali già esistono. E c'è l'attribuzione di competenza sull'organizzazione del sistema sanitario. Ma, di converso, c'è la precisazione della competenza statale per alcuni ambiti di grande rilievo.
Ovvero?
Le reti di trasporto strategiche, l'ordinamento delle comunicazioni e delle professioni, la distribuzione dell'energia e la produzione strategica dell'energia stessa: per la riforma sono espressamente di competenza statale.
Dunque, cosa migliora o peggiora la devoluzione nell'erogazione di servizi ai cittadini?
Difficile dirlo. Quel che è certo è che i problemi nascono dall'applicazione delle norme, perché l'etichettatura delle materie non è mai così chiara da stabilirne fino in fondo i confini.
Per esempio?
Per esempio: la riforma dice che assistenza e organizzazione sanitaria sono di competenza regionale, mentre le norme generali sulla tutela della salute sono di competenza statale. Ma qual è l'aspetto che riguarda l'assistenza e l'organizzazione e quale invece la tutela della salute? Dove corrono i confini?
Già, dove?
Si può distinguere, ma ci possono essere delle zone grigie. Zone grigie che sono comparse anche in passato. Già gran parte del contenzioso che è dinanzi alla Corte Costituzionale riguarda i rapporti fra Stato e Regioni. Cioè già sulla base della legge del 2001 l'individuazione precisa delle competenze ha dato luogo a problemi e conflitti nonché a questioni di legittimità costituzionale tra Stato e Regioni. E ho l'impressione che questa situazione permarrà o crescerà. Perché è difficile, se non sedimentando le cose, trovare una linea netta di demarcazione o di competenza.
Non sarà semplice legiferare se si dovrà fare così spesso ricorso alla Corte Costituzionale...
Diciamo che non ci si troverà nella migliore delle condizioni. Oltretutto la Corte deve tendere a garantire i diritti, più che fare da arbitro fra Stato e Regioni.
E l'autonomia fiscale delle Regioni?
E' rimasta intoccata la vecchia norma, l'articolo 119, ma viene precisato un termine per l'attuazione dell'autonomia. Resta il fatto che l'autonomia fiscale, che è buona cosa in quanto accresce la responsabilità delle Regioni - all'insegna del "chi spende deve trovare le risorse" - necessita comunque di un forte coordinamento, perché i limiti della spesa pubblica devono essere esercitati da tutti i protagonisti della spesa stessa.
Ma, insomma, con il Sì alla riforma saremmo allo Stato federale?
Non direi. Il nostro è stato finora uno Stato regionale. Nella nuova prospettazione non si direbbe che si arrivi ad uno Stato federale, perché giungeremmo semmai ad un regionalismo spinto, non ad un federalismo. Il principio basilare rimane quello dell'articolo 5 della Costituzione, che sancisce e valorizza le autonomie nell'ambito dell'unità e indivisibilità della Repubblica.
Dove sono, allora, le novità più forti che la riforma potrebbe portare?
La riforma incide profondamente sui rapporti fra Parlamento e Governo, sul potere del presidente della Repubblica e anche sul bicameralismo. Questi sono i tre punti nodali.
Partiamo dal primo Ministro...
La Costituzione, nella sua impostazione originaria, era molto orientata al parlamentarismo e ad un equilibrio all'interno del Parlamento, così che la maggioranza fosse sempre molto moderata da una minoranza e l'esecutivo rispondesse molto al Parlamento stesso.
Ora, invece...
Con la riforma non solo si formalizza il meccanismo che viene già dal sistema elettorale, per cui si ha una sorta di designazione del primo Ministro, ma si condiziona la vita del Parlamento alla posizione del premier. Premier che esce molto rafforzato perché nomina e revoca i ministri, mentre oggi li propone al capo dello Stato (e questo dà luogo ad una serie di possibili mediazioni); inoltre dirige la politica del Governo, e quindi ne ha direttamente la rsponsabilità. Se poi il premier si dimette, al contempo si scioglie il Parlamento, ed è sempre il primo Ministro che può sciogliere la Camera (il Senato resta in carica in permanenza, e viene rinnovato "a scaglioni", quando si rinnovano i Consigli regionali, ndr). Tutto ciò dà un grosso potere al primo Ministro.
Ci potrà però essere anche la sfiducia costruttiva al premier, per arrivare ad un nuovo primo Ministro senza sciogliere la Camera...
Sì, ma questi dovrà essere indicato dalla stessa maggioranza uscita dalle elezioni vinte dal primo Ministro poi sfiduciato.
Insomma...
Insomma, siamo di fronte ad un rafforzamento accentuato dell’esecutivo e ad uno accentuatissimo del ruolo del premier.
A fronte di ciò il Parlamento...
...ne uscirebbe indebolito, così come sono indeboliti i poteri del presidente della Repubblica, che secondo la riforma ha una funzione un po' neutra, soprattutto in momenti di difficoltà politica. Certo, gli è stato attribuito qualche altro potere, come la nomina dei presidenti delle autorità indipendenti, o del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. Ma sono poteri minori rispetto agli attuali.
E il bicameralismo?
Ho l'impressione che potremmo avere dei problemi tecnici sulla competenza legislativa di Camera e Senato. Mentre oggi c'è un bicameralismo perfetto, per cui un provvedimento deve essere approvato nello stesso testo da entrambi i rami del Parlamento, la competenza distinta per materia fra i due rami - introdotta dalla riforma - potrebbe far sì che ci siano dei temi che difficilmente si collocano nella competenza dell'uno o dell'altro ramo del Parlamento. Per cui ci potrebbe essere un rischio di conflitto di competenze.
La macchina-Stato, quindi, non funzionerà meglio?
Non so. Ho la sensazione che ci sarebbero molti problemi sul procedimento legislativo.
E a proposito del Governo?
Credo che potremmo avere meno problemi sotto il profilo del funzionamento. Salvo naturalmente essere più o meno convinti che il premier debba avere poteri così forti.
Aldilà di Parlamento e Governo la riforma della Costituziona modifica anche i criteri per la nomina dei giudici della Corte Costituzionale. Sui 15 complessivi, sarebbero 7 - e non più 5 - quelli nominati dal Parlamento. Le pare una novità utile?
Devo dire che il sistema di nomina attuale è equilibrato e ha finora ben funzionato. Personalmente preferirei l'equilibrio attuale, ma l'innovazione che la riforma introdurrebbe non porterebbe ad uno stravolgimento, perché la qualità del lavoro della Corte dipende dalla indipendenza di chi viene nominato. Perciò non ci dovrebbero essere cambiamenti sostanziali, sempreché non si arrivi a nomine appropriative dell'organo, ma di personalità che abbiano non solo una competenza tecnica, ma soprattutto indipendenza.
Non abbiamo parlato del metodo con cui si è giunti a questa riforma...
Sì, questa è una riforma molto vasta, talmente vasta che sarebbe stato auspicabile fosse il frutto di una posizione largamente condivisa, che non distingua con il coltello maggioranza e minoranza.
Così non è avvenuto.
Non è avvenuto in questo caso e neppure è avvenuto per la legge di riforma costituzionale del 2001, anche se lì era più ristretto l'ambito. Invece direi che in casi come questi bisogna avere la pazienza della discussione estenuante, dove né la minoranza deve arroccarsi, ma neanche la maggioranza deve prevaricare o decidere da sola.
Però, a pochi giorni dal referendum, ci sono parecchie dichiarazioni di disponibilità, sia nella maggioranza che nell'opposizione, ad operare per rivedere la Costituzione attuale - se la riforma non passasse - o per ritoccare la riforma nei suoi aspetti critici se il referendum la approvasse...
Sì, e questo è un approccio corretto. Non so, però, quanto queste due posizioni siano poi praticabili dopo un appuntamento elettorale, Non so, cioè, se sia davvero genuina questa volontà manifestata.
Prof. Mirabelli, le pare sensato che la decisione se approvare o meno una riforma così vasta a basilare della Costituzione sia affidata al voto dei cittadini? La materia è complessa e non si ha affatto la sensazione che i cittadini siano informati e coinvolti...
La difficoltà per il cittadino è data dall'ampiezza della riforma. Probabilmente, se si andasse a votare su singole questioni, il giudizio sarebbe più semplice. Però, in fondo, c'è una saggezza intuitiva della gente - o almeno io ho questa fiducia - per cui conto che ognuno cercherà di capire per decidere bene. Avendo comunque chiaro che non sarà la fine del mondo né in caso di Sì né di No.
Giorgio Malavasi
Tratto da Gente Veneta , no.24 del 2006
Spedij: Tue Jun 27, 2006 8:16 pm Post subject: REFERENDUM: BOSSI, GENTE NORD NON PRENDERA' FUCILE MA E' STU
REFERENDUM: BOSSI, GENTE NORD NON PRENDERA' FUCILE MA E' STUFA
(AGI) - Roma, 20 giu. - "La gente del Nord paga come prima. Io vado in giro nei comizi e la sento: e' stufa, arcistufa, s'e' accorta che dopo anni di lotta non cambia niente, che continua a pagare tasse non per i servizi dei suoi Comuni e della sua Regione, ma per mantenere lo Stato". E' quanto afferma Umberto Bossi in un'intervista a 'Famiglia cristiana'. "Quella roba li' che ho detto - spiega il 'Senatur' tornando sulle dichiarazioni rilasciate al tg1 - ha fatto effetto. Dovevo dirla. Il si' al referendum e' un si' al federalismo. E il federalismo e' tutto.
Se passa la parola magica 'federalismo' nella Costituzione tutto il resto e' conseguente... A quel punto li' e' fatta, si puo' fare qualunque cosa, compresa una magistratura eletta dal popolo".
Il leader della Lega ripete che non esistono altre vie non democratiche: "Io penso di piu' a dei disegni di legge popolari, a colpi di mezzo milione di firme. Poi vediamo se e' cosi' facile non fare le riforme. In quel caso puo' sempre incidere il Parlamento. Pero' resto fiducioso sul referendum, fino alla fine. E poi e' mica detto che il Sud debba votare contro il Nord. In fondo il Nord l'ha cosi' tanto aiutato questo Sud, il Nord non si e' mai tirato indietro, non ha mai lasciato nessuno morire di fame".
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201621 GIU 06
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Spedij: Tue Jun 27, 2006 8:17 pm Post subject: Fini: «Un sì per cambiare. La riforma non è un’epidemia»
Fini: «Un sì per cambiare. La riforma non è un’epidemia»
Chiappetti, ordinario di diritto: «Pochi andranno a votare e per il no. Elettorato disorientato»
Giuseppe Consolo (An) riunisce «I magnifici 100» per discutere dei vantaggi introdotti con la legge della Cdl
di SIMONA CAPORILLI «IL REFERENDUM? La differenza tra il "sì" e il "no" è tra chi vuole cambiare le cose e chi, invece, vorrebbe lasciarle invariate», Gianfranco Fini spiega le ragioni dell’assenso al referendum del 25 giugno prossimo sull’uscio dello Studio Consolo, nel quartiere romano dei Parioli. A una manciata di giorni dal voto, la Casa delle Libertà ha difeso una riforma voluta dalla scorsa legislatura e alla quale la Lega Nord diede il «la». La prima giustificazione fu quella del federalismo, o devolution che dir si voglia, all’interno di una riforma che va a modificare cinquantadue articoli. La cornice è quella di una Costituzione relativamente giovane, approvata sessanta anni fa. Gli ambiti toccati vanno dal federalismo, al premierato, al ruolo del Capo dello Stato e alle elezioni «dirette» del presidente del Consiglio. «La data - ha continuato Fini - potrebbe spingere molti a non andare a votare. Per il momento confido nel fatto che, gli itaglian, sappiano che la Costituzione è la Carta più importante che va a regolare la vita di un popolo. Quindi, confido che alla fine andranno a votare per il "sì"». Ma questa è una riforma che svuota le tasche? «In realtà - ha continuato Fini - c’è chi dice anche che arrivano le epidemie, i terremoti e le catastrofi. Sono quelle piccole ma significative dimostrazioni che il centrosinistra dà circa l’assenza di argomenti relativi alla riforma della Costituzione. E questo - ha concluso Fini - significa non avere argomenti di merito». «Ci sono norme che impediscono al Paese di legiferare - ha commentato Consolo - questa riforma rende più agevole ed equilibrato il sistema itagliano». «Se ci sono dei difetti - ha commentato Achille Chiappetti, ordinario di Istituzioni del Diritto Pubblico a "La Sapienza" - questi sono pochissimi e verranno risolti con un po’ di pratica. Questa riforma è stata talmente demonizzata da una certa parte politica che, se qualcuno andrà a votare, voterà "no": l’elettorato è disorientato - ha continuato - nessuno ha spiegato che, una riforma del genere, è un modo per far entrare le regioni italiane nelle istituzioni, per portare a termine il federalismo, per creare delle disposizioni scritte e regole semplici per il premierato». Sulla stessa linea anche Marcello Foschini, rettore della Luiss: «I cittadini mettendo una croce sul "sì" potranno partecipare in modo diretto alla vita politica itagliana e scegliere, ad esempio, indicando in modo diretto il premier». Una sala affollata, quella dello studio che ha visto riuniti i partecipanti de «I magnifici cento», moviemento della società civile fondato nel 1993 dall’avvocato Consolo, deputato nelle fila di Alleanza Nazionale: in prima fila anche Andrea Ronchi.
Spedij: Tue Jun 27, 2006 8:18 pm Post subject: NICOLA IMBERTI«IL FEDERALISMO c'è già nel nostro ordinamento
di NICOLA IMBERTI «IL FEDERALISMO esiste già nel nostro ordinamento.
Noi ci siamo limitati a mettere ordine nel pasticcio creato dal centrosinistra con la riforma del 2001». Andrea Pastore è il presidente del comitato nazionale per il sì al referendum costituzionale del prossimo 25 giugno. Senatore di Forza itaglia, già presidente della commissione Affari Costituzionale di Palazzo Madama, è anche uno dei «quattro saggi» che, nell’agosto del 2003 a Lorenzago di Cadore (Belluno), scrisse il primo testo di riforma costituzionale voluto dalla Cdl. Quindi vi siete limitati a migliorare la riforma varata dal centrosinistra? «Tutti ricordano cosa accadde nel 2001 quando il centrosinistra prese un pezzo della riforma uscita dalla bicamerale e, con soli quattro voti di margine, la trasformò in legge». Cosa non va di quella riforma? «Nella Costituzione attuale non c’è alcun riferimento all’interesse nazionale. Inoltre la riforma del 2001, delegando in maniera caotica le competenze tra Stato e Regioni, ha creato grandissimi conflitti che hanno di fatto paralizzato l’attività di importanti settori economici e sociali. Insomma, il fallimento è davanti agli occhi di tutti». Se domenica vincerà il sì cosa succederà? «Anzitutto verrà reintrodotta la tutela dell’interesse nazionale. Le Regioni potranno legiferare in una serie di materie, ma senza violare l’interesse nazionale». E poi? «Poi permetteremo al federalismo già scritto nella Costituzione di diventare operativo chiarendo una volta per tutte cosa è competenza delle Regioni e cosa dello Stato». Può chiarirlo anche a noi? «Le Regioni potranno legiferare in materia di assistenza sanitaria, organizzazione scolastica, polizia locale. Torneranno invece di esclusiva competenza statale importanti materie come l’energia, le infrastrutture, la tutela della salute e la sicurezza sul lavoro». Inoltre ci sarà il Senato federale? «Il Senato Federale accompagnerà questo percorso e sarà l’interlocutore principale, se non addirittura esclusivo, del sistema regionale. Insomma, la nostra riforma, una volta entrata in vigore, chiarirà finalmente i rapporti tra Stato e Regioni eliminando tutte le conflittualità. Senza dimenticare che il Governo potrà comunque impugnare una legge regionale che ritiene lesiva dell’interesse nazionale e potrà sostituirsi agli enti locali nel caso di mancata emanazione di norme essenziali». Il centrosinistra, però, dice che questa riforma dividerà l’itaglia? «Invito chiunque a leggere la Costituzione di oggi e, poi, il testo approvato dalla Cdl. Scoprirà che la nostra riforma è molto più unitaria». Quindi non c’è il rischio di creare un itaglia a «due velocità»? «La nostra riforma, introducendo il federalismo fiscale, chiede la piena attuazione dell’articolo 119 previsto dalla precedente riforma. Questo significa da un lato autonomia finanziaria di entrata e spesa, ma anche il mantenimento del fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale». Cioè? «Le Regioni cosiddette "povere" saranno aiutate dalle Regioni "ricche". In questo modo tutti partiranno dallo stesso punto e verranno giudicati sulla qualità dei risultati». Crede che, vincesse il sì, questa parte potrà essere migliorata? «Da parte mia non ci sono preclusioni. Non dimentichiamoci che questa parte della riforma entrerà subito in vigore. Vedremo se dovrà essere migliorata in corso d’opera. Ma sono sicuro che, in corso d’opera, la riforma dimostrerà quanto sono infondate le obiezioni del centrosinistra. Il nostro è un federalismo effettivo, efficiente ed unitario».
Spedij: Tue Jun 27, 2006 8:20 pm Post subject: Fassino: No al Referendum per difendere l’identità nazionale
“No al Referendum per difendere l’identità nazionale”
A pochi giorni dal Referendum Alice intervista il Segretario Nazionale dei Ds Piero Fassino: “Ora dobbiamo far prevalere il no in difesa della coesione sociale, dopo partiremo a parlare di riforme concordate che non stravolgano l’apparato costituzionale".
(www.dilloadalice.it n.110 del 21/06/2006)
On. Fassino, che valore ha la Costituzione dopo sessantanni?
Ci ricorda simbolicamente le radici della Repubblica e della democrazia. Dal momento che ci viene proposto un referendum che vuole mettere in discussione l'uguaglianza dei diritti modificando 50 articoli, mettendo in discussione l'assetto della Stato e dei rapporti Stato-Cittadini. La carta scritta dall'assemblea dei 25 ha dato al Paese migliori condizioni di vita e reddito, le radici della Costituzione sono state scritte nella Resistenza che consentì al popolo itagliano di riconquistare la libertà e di guardare alla vita dei propri figli con sicurezza e serenità.
Perché questa carta è immutabile?
La Costituzione non è immutabile perché ha bisogno di essere in sintonia con la società a cui vuole rivolgersi. Il nostro non è un No di conservazione, perché anche gli strumenti della politica devono essere aggiornati. Non ci chiudiamo all'innovazione e ai cambiamenti ma siamo convinti che la proposta di revisione è sbagliata nei contenuti e nelle finalità”.
Quindi non siete contrari alla revisione di alcuni articoli?
E' evidente che la Costituzione può essere modificata, la stessa assemblea introdusse l'articolo 138 che prevedeva il metodo per aggiornarla. Ma la revisione che ci è stata proposta è un impasto indigeribile tra separatismo e neo centralismo, secondo noi il federalismo è la capacità di autogoverno dei territori dentro un assetto che garantisce l'uguaglianza dei diritti all'interno dello Stato.
Può fare un esempio?
Se dovesse vincere il Si non avremo più un sistema scolastico nazionale, ma regionale: i contenuti formativi saranno diversificati a secondo dei territori. La coesione sociale di una comunità è data dal fatto che tutti i diritti siano garantiti, dal momento che questi non sono più uguali per tutti si riduce il senso di appartenenza ad una comunità. Si riduce la ragione per cui mi sento parte di qualcosa, mina l'identità e l'appartenenza nazionale.
Un paese spaccato?
Che la devolution sia una forma di separatismo è visibile perchè non è stato introdotto il federalismo fiscale e non c'è nemmeno un vero senato federale. Le amministrazioni comunali non avranno più poteri, il grado di efficienza del sistema di rispondere alle domande dei cittadini sarà minore.
Il Centrodestra parla invece di riforma sostanziale...
La revisione ridisegna i poteri della Repubblica senza riflettere sui criteri: si espropriano al Presidente della Repubblica le sue funzioni. In una costruzione barocca che non si conosce in altro paese al mondo si introduce il principio che se il Governo va in crisi è il Parlamento che viene sciolto. La riduzione dei Parlamentari, elemento a cui sono favorevole, avverrà soltanto a partire dal 2016.
Spedij: Tue Jun 27, 2006 8:21 pm Post subject: Striscioni, applausi e boati per Bossi
Striscioni, applausi e boati per Bossi
Lodi, 20 giugno 16,43
Striscioni, boati, e l’aula magna del Verri straboccante di gente: applausi e cori da stadio hanno costellato ieri sera l’intervento a Lodi di Umberto Bossi, segretario federale e tuttora leader della Lega Nord. “E’ un segretario federale interplanetario”, lo descrive entusiasticamente qualcuno. “Continua ad emozionarmi, nonostante io sia impegnato in questo movimento già da 15 anni”, conferma il segretario provinciale Mauro Rossi. Lui, Bossi, ospite d’onore della serata tra Mauro Rossi, l’onorevole lodigiano Andrea Gibelli e il segretario nazionale Giancarlo Giorgetti, ha parlato a ruota libera invitando ovviamente il popolo dei “Lumbard” a votare sì al referendum del 25 giugno.
“Se oggi anche in itaglia possiamo finalmente parlare di federalismo lo dobbiamo a lui”, dice Rossi. Nonostante la voce affaticata dalla malattia, Umberto Bossi ha infervorato i suoi come nelle grandi occasioni degli anni Novanta, quando infiammava gli animi al Cupolone di Sant’Angelo o al cinema Fanfulla di Lodi.
Poi, ieri sera, al termine del dibattito, una cena veloce con i fedelissimi in una pizzeria di Lodi.
In corso Roma? No, troppo “romaladrona”.
Meglio viale Milano allora, fa più “federalismo”. Che poi, in viale Milano, anche il ristorante-pizzeria si chiama come il capoluogo lumbard: “Milano”, appunto. Meglio di così... Chissà se qualcuno ha ordinato la pizza Napoli?
Spedij: Tue Jun 27, 2006 8:23 pm Post subject: Calderisi: «Il premier Prodi dice balle sui costi»
Calderisi: «Il premier dice balle sui costi»
«QUELLE di Romano Prodi sono balle sonore sui costi della devoluzione». L'accusa è degli esponenti dei riformatori liberali Benedetto Della Vedova e Peppino Calderisi, per i quali, «il federalismo sgangherato e costoso, l'unico a cui si riferiscano stime credibili sull'aumento della spesa pubblica locale, è quello approvato del centrosinistra fra il 1997 e il 2001, al quale la riforma della Cdl pone rimedio». Per Calderisi e Della Vedova, «il professore bolognese, a corto di argomenti di merito, semina terrorismo ideologico e vuole alzare una cortina fumogena per impedire che gli elettori del centrosinistra, che certo non sono tutti ottusi conservatori istituzionali, possano non seguire le indicazioni per il No e confermare invece una positiva riforma istituzionale. Prodi è arrivato a sostenere questa follia: visto che il centrodestra ha diminuito il numero di parlamentari in misura inferiore ad alcune proposte di legge del centrosinistra, la riforma in pratica determina un aumento del numero dei parlamentari. Prodi è proprio alla frutta», commentano i due esponenti dei Riformatori liberali. Attacca anche il vice presidente vicario dei senatori di Alleanza nazionale, Domenico Nania: «Prodi è un bugiardo patentato e d'altronde non è una novità. Mira ad impaurire gli elettori raccontando menzogne a raffica». «Prodi - aggiunge Nania - confonde il proporre con il votare: non sa, ad esempio, che anche la Cdl aveva proposto una diminuzione dei parlamentari più consistente di quella poi approvata». «La sinistra, questa è la verità, ha governato per cinque anni - dal 1996 al 2001 - e non ha diminuito i parlamentari; la Cdl ha governato anch'essa per cinque anni e i parlamentari li ha diminuiti. Prodi non sa, inoltre -osserva Nania- che la riforma approvata dalla Cdl ha riportato dodici materie alla esclusiva competenza dello Stato e che, pertanto, i costi saranno certamente inferiori rispetto alla riforma del Titolo V dell'Ulivo. Il professore non sa, ancora, che lo studio dell'Isae sui costi del federalismo si riferisce alla riforma voluta dall'Ulivo e che si tratta, comunque, di costi trasferiti dallo Stato alle Regioni». «Infine, se vince il Sì, ovviamente, dialogheremo con chi lo vorrà fare, come abbiamo tentato nel corso della precedente legislatura. Ma per dialogare occorrono anche le proposte: una cosa è dialogare con D'Alema -conclude- altro è farlo con Prodi che di proposte in tema di riforme non ne ha mai avanzate».
Spedij: Tue Jun 27, 2006 8:24 pm Post subject: Movimento per l’autonomia per il sì
Movimento per l’autonomia per il sì
21 giugno 2006 - ore 17,50
Senza Filtro -Il Movimento per l’Autonomia – Trifoglio di Viterbo invita i propri sostenitori e simpatizzanti il 25 e 26 giugno a votare si… 7 motivi per dire “SI”
1) Devoluzione
Le Regioni potranno decidere e legiferare su sanità, polizia regionale e istruzione, con migliori prestazioni per i cittadini e meno sprechi, più trasparenza e più efficienza.
2) Senato Federale
È l’assemblea che rappresenta le Regioni. I senatori saranno eletti contestualmente ai Consigli regionali, sarà la Camera delle autonomie regionali italiane che dialogano con lo Stato centrale alla pari e non come oggi da sudditi.
3) 20% in meno dei Parlamentari
Diminuisce il numero dei parlamentari 518 alla Camera, invece di 630; 252 al Senato Federale, invece di 315.
Si avranno così meno spese e più funzionalità.
4) Parlamento più giovane
Deputati eleggibili a 21 anni, senatori a 25.
5) Fine del Bicameralismo Perfetto
Finalmente si saprà chi fa che cosa. La Camera deciderà sulle materie attribuite allo Stato, mentre il Senato Federale traccerà i principi generali sulle materie che interessano direttamente le Regioni. Si avranno leggi realizzate in tempi più brevi, fatte meglio e con minori costi per i cittadini.
6) Elezione diretta del Primo Ministro
Gli elettori scelgono direttamente il Primo ministro, la sua maggioranza e il programma di governo.
7) Federalismo fiscale
Oggi la maggior parte delle entrate fiscali va allo Stato (Roma) che ne trasferisce solo una parte agli Enti Locali e alle Regioni.
Con il federalismo fiscale, invece, la maggior parte delle entrate fiscali andranno direttamente agli Enti Locali e alle Regioni in modo da poter garantire migliori servizi ai cittadini.
Votiamo convinti tutti “si” per di no al solito centralismo e alla burocrazia di questo paese!
Movimento per l’autonomia – Trifoglio
Coordinamento provinciale di Viterbo
Spedij: Tue Jun 27, 2006 8:25 pm Post subject: La Cia per il No
La Cia per il No
"Una riforma che spezzerebbe in due l'itaglia"
PERUGIA - "Un No per difendere la nostra Costituzione che è lo strumento fondamentale per garantire l'unità del Paese, la sua governabilità, i diritti dei cittadini, il buon funzionamento delle Istituzioni". Questa l'indicazione che viene dalla Direzione regionale della Confederazione itagliana agricoltori in merito al Referendum del 25 e 26 giugno prossimi.
In particolare, la Direzione regionale sottolinea che "la riforma attraverso la devolution delinea un falso federalismo, senza valorizzare un'idea solidale dell'itaglia. Il tutto si tradurrebbe in una forte e discriminante differenziazione tra le aree ricche e più sviluppate del nostro Paese e quelle più povere e svantaggiate, creando allarmanti squilibri territoriali. Si accentuerebbero le disparità di diritti tra i cittadini in quanto sono sottratte risorse e possibilità operative alle Regioni in materia di sanità, scuola, assistenza, fiscalità e servizi pubblici, generando maggiori costi di gestione e una più opprimente burocrazia".
Infine la Direzione della Cia sottolinea i fattori che la interessano maggiormente: "La riforma introdotta è penalizzante anche perché va ad incidere in maniera negativa nei rapporti tra istituzioni e aree rurali, in particolar modo all'interno del percorso di sussidiarietà, di burocrazia e della stessa azione finalizzata a tutelare i redditi degli agricoltori".
Spedij: Tue Jun 27, 2006 8:26 pm Post subject: Semaforo: devoluzione e localismo per l'ultima puntata
Semaforo: devoluzione e localismo per l'ultima puntata
'Devoluzione e localismo economico e amministrativo: sinergie tra eccellenze per andare oltre i confini': questo il tema della puntata conclusiva del primo ciclo della trasmissione 'Semaforo' di Beppe Ghisolfi, che andrà in onda lunedì prossimo su TeleGranda, come sempre in diretta a partire dalle 21. Nel corso della trasmissione, saranno commentati, con l'ausilio dell'editore di TargatoCn Enrico Anghilante, i risultati del referendum popolare sulla riforma costituzionale varata dal centrodestra e nota come Devolution: "Il dibattito sul federalismo - annuncia Ghisolfi - ci consentirà di porre l’accento sul concetto di localismo, inteso come valorizzazione di quelle eccellenze rigorosamente legate al territorio e che consentono a quanti vi operano con responsabilità istituzionali e sociali, amministratori e imprenditori, di proiettarsi e di farsi conoscere oltre i confini".
Tematiche impegnative, che saranno affrontate con il contributo dei qualificati ospiti in studio: il professor Aldo A. Mola e il consigliere regionale di Forza itaglia Francesco Toselli; il vicesindaco diessino di Cuneo Mauro Mantelli e il consigliere regionale della Margherita Elio Rostagno; il direttore generale dell’Associazione delle piccole imprese, Enrico Grieco, con il consigliere direttivo Carlo Mondini e il responsabile Consorzi esteri, Fabio Appendino, che si soffermeranno in particolare sulla recente missione in Cile per la promozione agroalimentare e tecnologica del made in Granda; e i sindaci di Cervere, Franco Graglia, di Centallo, Antonio Panero, e di Marene, Edoardo Giuseppe Pelissero.
'Semaforo' tornerà sugli schermi di TeleGranda nuovamente dal prossimo autunno. Negli studi televisivi si sono avvicendati oltre 250 ospiti, con il momento-clou della diretta tv che, nella serata del 10 aprile, per oltre tre ore consecutive, ha visto alternarsi davanti alle telecamere oltre 110 persone tra segretari di partito, candidati, opinioni e dirigenti di categoria nel commento dei risultati delle Politiche. Un precedente che, senza dubbio, ha segnato la storia dell’emittenza televisiva del Cuneese. Ghisolfi coglie l’occasione per ringraziare il team del programma, "a partire da Alessandro Zorgniotti che ha curato l’immagine e la divulgazione del programma e che sarà confermato in questo incarico anche per la prossima stagione", e le redazioni del quotidiano 'Il Giornale del Piemonte' e dei settimanali 'Bisalta e Piazza Granda'.
Spedij: Tue Jun 27, 2006 8:29 pm Post subject: La logica del sì
La logica del sì
- di Alessandro Corneli -
Alessandro Corneli
Il «fronte del no» riassume nel concetto di «pasticcio» la riforma costituzionale approvata dal centrodestra, ma soprattutto punta su una duplice paura che riguarda i due aspetti principali della riforma stessa: la devoluzione (federalismo) e i poteri del primo ministro (premierato). Sul primo aspetto, che mira a spaventare gli itaglian come contribuenti, si afferma che la devoluzione costerebbe, facendo aumentare le tasse. In realtà sono stati fatti alcuni calcoli sui costi, ma non sui risparmi,
questi ultimi derivanti da un alleggerimento dei compiti dello Stato centrale.
Ma è soprattutto sul secondo aspetto che si va concentrando l'offensiva degli oppositori della riforma. Ha cominciato l'ex capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, a adombrare la prospettiva di un primo ministro onnipotente, qual era durante il regime fascista. Politici e costituzionalisti si sono lanciati su questa trincea, vedendo in un premier forte la sconfessione della «Costituzione nata dalla Resistenza».
Eppure,
quando si dimise da presidente della Repubblica, il 25 aprile 1992, Francesco Cossiga denunziò proprio nella debolezza del potere esecutivo (governo) il male principale che stava corrodendo il sistema politico. Rilievo critico espresso anche prima da diversi costituzionalisti.
Benché il testo della riforma del centrodestra sia abbastanza farraginoso, sulla figura del primo ministro e i suoi poteri è lineare e non è vero che sarebbe onnipotente poiché, come nel caso del premier britannico, dipenderebbe dal benvolere della sua maggioranza.
Nel Regno Unito, il premier resta alla guida del governo - con amplissimi poteri, compreso quello di sciogliere la Camera dei Comuni - finché ha la fiducia del suo partito: quando la potentissima signora Thatcher perse questa fiducia, si dimise. In itaglia, dove non c'è il bipartitismo, questa fiducia non può che derivare dalla coalizione che vince le elezioni. Ma la logica è la stessa. Come pure il fatto che gli elettori, scegliendo una coalizione, scelgano anche il premier, lasciandogli il diritto di ricorrere al loro giudizio,
che finisce per essere sulla sua persona e sulla coalizione.
Non ha senso, infatti, consentire agli elettori di scegliere una coalizione con uno specifico premier, come già avviene, e poi lasciare ad un altro organo - nel caso specifico, il presidente della Repubblica - il potere, squisitamente politico e non di garanzia né di equilibrio, di sciogliere il Parlamento oppure di incaricare un altro leader per formare un governo su base politica diversa da quella scelta dagli elettori. A volere essere pignoli,
la riforma del centrodestra, su questo aspetto, dà più poteri alla coalizione che non al premier poiché ammette che egli possa essere sostituito purché rimanga la stessa maggioranza politica (voto di sfiducia costruttivo).
Con queste garanzie, sembra logico che il premier possa poi realmente definire e dirigere la politica del suo governo, anziché lasciarla gestire, come avviene ancora, dai suoi ministri, «responsabili individualmente degli atti dei loro dicasteri» (come recita l'art. 95 della Costituzione vigente),
con in più il meccanismo delle deleghe ai viceministri e ai sottosegretari che di fatto disgrega questo potere. E sembra logico che il capo del governo possa nominare e revocare i ministri, anziché ridursi al potere di proporli al presidente della Repubblica. Non è onnipotenza, è responsabilità chiara e ben definita. Che si riflette poi sulla coalizione, spingendola a tenersi lontana dalla logica partitocratica estrema con il pensiero fisso del ribaltone.
Il migliore argomento a favore del sì,
e di una riforma che finalmente dia al capo del governo, e di riflesso al governo stesso, un vero potere decisionale, sottraendolo al continuo stillicidio del negoziato permanente con i suoi ministri e con i partiti - o le correnti - di cui sono di fatto espressione, è quindi fornito proprio dall'orchestra stonata che occupa il palcoscenico dalla sera del 10 aprile.
Spedij: Tue Jun 27, 2006 8:29 pm Post subject: Federalismo e devoluzione itaglia e Svizzera a confronto
Tavola rotonda a varese
Federalismo e devoluzione itaglia e Svizzera a confronto
Luciana Rota
L’erba del vicino è sempre più… verde, verde federalismo s’intende. E questa volta giocare con le parole si può a ragion veduta, perché il tema è azzeccato e di grande attualità: verde o federalismo, infatti, poco cambia, poiché il vicino si chiama “Svizzera” e il gioco di parole ispira il titolo del Convegno organizzato dal Gruppo Lega Nord in Regione Lombardia, che oggi alle ore 18, a Varese, presso la Scuola Bosina di via Stadio 38, propone una interessante tavola rotonda sul Federalismo che mette a confronto itaglia e Svizzera, parlando di federalismo e devoluzione in vista del Referendum del 25 e 26 giugno.
Al convegno, moderato dalla giornalista Chiara Milani, interverranno Sergio Morisoli, Coordinatore del Dipartimento Finanze ed Economia e Direttore Divisione Risorse del Canton Ticino, Roberto Forte, Segretario Generale della Regio Insubrica, Attilio Fontana, sindaco di Varese, Gianluigi Farioli, sindaco di Busto Arsizio, il senatore della Lega Nord Dario Galli e Massimo Zanello, capo gruppo della Lega Nord in Regione Lombardia.
La tavola rotonda è un’occasione utile per chiarire le idee sulla riforma costituzionale e farlo su temi pratici (e urgenti) come sono quelli in materia sanitaria e di sicurezza, facendo un ragionamento che passa attraverso un confronto itaglia – Svizzera, interessante sulle differenti legislazioni.
«Votare sì al referendum confermativo è un atto necessario e dovuto per andare avanti – dice Massimo Zanello – e ben venga questa occasione di dibattito a Varese che potrà chiarire ulteriormente le idee su devolution e federalismo fiscale. Votare sì a questo referendum è un atto necessario come lo è il Federalismo Fiscale, un “dovere” che sentiamo prima di tutto come cittadini lombardi, appartenenti ad una Regione che sente nel suo dna l’esigenza di questo importante cambiamento a pochi giorni dal voto per un referendum proposto cercato voluto e imminente».
Il convegno di Varese contribuisce dunque a informare sul federalismo, per capirci meglio: «Il referendum confermativo è un’occasione importante che ci fa muovere un passo avanti, di grande significato liberale. – dice Zanello - Ed è un passo avanti popolare, di chi esprime l’esigenza di una riforma moderna, per il bene di una società gestita in maniera intelligente, scrupolosa, attenta e anche avanguardistica. Una visione che può e deve essere anche politica, ma è soprattutto pratica e mirata al miglioramento della nostra società. Al di là di ogni interpretazione e posizione, al di là della politica di destra e di sinistra, la devolution è movimento, è cambiamento. Questo Referendum significa prima di tutto cambiare. E’ un cambiamento che tiene conto della volontà dei cittadini, a partire da quelli lombardi, perché la Lombardia è stata la quarta regione in itaglia, dopo Campania, Lazio e Sardegna, a proporre al Governo il cambiamento della Costituzione. E’ una devoluzione che, per definizione, non divide ma lega, basta che sia spiegata nel modo giusto e vero».
Spedij: Tue Jun 27, 2006 8:31 pm Post subject: «La devoluzione non spaccherà il Paese»
I governatori fanno pace all’«Antipatico» «La devoluzione non spaccherà il Paese»
- di Redazione -
Mimmo Di Marzio
da Milano
Riflettori accesi sul referendum del 25 giugno: quali effetti potrebbe avere concretamente la riforma costituzionale sulle regioni italiane in merito a temi fondamentali per il Paese come sanità, istruzione e ordine pubblico? Sull'argomento, oggetto della puntata di questa sera dell'Antipatico (in onda su Rete4, ore 23.15), intervengono due governatori simbolo della politica itagliana: Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia e Claudio Burlando,
presidente della Regione Liguria. La sorpresa è che entrambi, pur appartenendo a due schieramenti contrapposti (il primo di Forza itaglia, il secondo Ds), appaiono sostanzialmente d'accordo su un punto: la riforma che chiede l'aumento dell'autonomia degli enti locali non porterebbe alla dissoluzione dello Stato, così come oggi viene paventato dai comitati del «no», ma potrebbe essere maggiormente in linea con i bisogni dei cittadini.
Ne è ovviamente più che convinto Formigoni che, in tema di sanità,
nega l'eventualità di spaccature all'interno del Paese e a Belpietro risponde puntualizzando l'urgenza di «competenze esclusive» per le Regioni in termini di assegnazione delle risorse. Ma poiché i cittadini resteranno uguali davanti alla legge, precisa il governatore lombardo, rimarrebbe inalterata la possibilità di usufruire dei servizi di assistenza sanitaria di regioni più dotate, così come avviene oggi nei cosiddetti «viaggi della speranza».
Dal canto suo, Burlando non vede spauracchi. Per il governatore della Liguria, addirittura, la riforma influirebbe ben poco sullo status quo della sanità pubblica. Già attualmente, dice il governo ha poca voce in capitolo su come le Regioni distribuiscono i fondi tra Asl, ospedali e centri territoriali. Stesso dicasi per l'istruzione dove, ricorda Belpietro, la riforma interverrebbe solo sul cinque per cento dei programmi. «La Liguria - dice Burlando - ha una storia molto importante che vale la pena di essere raccontata, di essere insegnata». Formigoni dà atto al collega di usare «toni e argomentazioni diverse,
in alcuni casi molto diverse da altri elementi del suo schieramento che stanno invece cercando di dimostrare che questa riforma distruggerebbe l'itaglia».
Opinioni diverse manifestano invece i due governatori sull'introduzione della polizia regionale. Secondo Burlando, i compiti della polizia locale non dovrebbero fuoriuscire da quelli attualmente gestiti dal corpo dei vigili urbani. «Siamo un Paese - dice - che ha grandi organizzazioni malavitose e il compito di combatterle può spettare soltanto a polizia,
carabinieri e Guardia di finanza». Di parere opposto Formigoni, che vede l'ipotesi di una polizia regionale in linea con l'esperienza di Stati federali come la Germania dove «funziona benissimo». Il ruolo, secondo il governatore lombardo, potrebbe essere di raccordo e di contrasto alla piccola criminalità specifica del territorio. Quanto al capitolo relativo al Senato delle Regioni, i due governatori si dimostrano d'accordo su un punto: i presidenti delle Regioni dovrebbero obbligatoriamente farne parte.
Spedij: Tue Jun 27, 2006 8:33 pm Post subject: Il federalismo dietro il referendum
Il federalismo dietro il referendum
Massimo Bordignon
Ci siamo, domenica e lunedì si vota sul disegno di legge costituzionale approvato, con i soli voti del centrodestra, nella passata legislatura. Come già nota Bruno Dente, il centrodestra propone di votare "sì", per poi cambiare nuovamente la riforma; il centrosinistra di votare "no", ma per modificare in ogni caso la Costituzione vigente. Un atteggiamento, per entrambi gli schieramenti, un po’ schizofrenico: sembra più sensato decidere come votare sulla base di quanto scritto nel testo proposto, piuttosto che su uno futuribile. Anche perché se fosse approvata, la nuova Costituzione determinerebbe comunque i possibili successivi interventi correttivi.
Vale la pena votare a favore di questo testo oppure no? Vediamone alcuni punti, anche a correzione delle molte imprecisioni che si leggono sulla stampa o si sentono nel dibattito politico. Mi limito, per spazio e competenza, ai rapporti tra governi.
Riforma costituzionale = devolution
È forse la peggiore delle equazioni proposte nei dibattiti politici. La riforma contiene certo la devolution, cioè il passaggio di alcune competenze su scuola, sanità e polizia amministrativa dall’area delle competenze concorrenti a quelle esclusive delle Regioni. Ma, come ben illustra Floriana Cerniglia, si tratta di ben poca cosa rispetto alle riforme ipotizzate su altri fronti, in particolare per quanto riguarda i poteri del primo ministro, del Presidente della Repubblica, del Parlamento e il meccanismo di formazione delle leggi. Consiglio vivamente di decidere sulla base di questi aspetti, piuttosto che sulla devolution.
Con la riforma si semplificherebbe il quadro legislativo, stabilendo con più chiarezza "chi fa che cosa" tra Stato e Regioni
Questo proprio no. La proposta costituzionale pulisce un po’ il precedente articolo 117, riportando alcune competenze dall’area concorrente a quella esclusiva dello Stato, ma in molti casi si limita a spezzettare ulteriormente le materie, lasciandone un pezzo di qui e uno di là, con il rischio di creare ancora più confusione rispetto alla già confusa ripartizione prevista dall’attuale Titolo V. Considerando, poi, che su questi pezzi diversi della stessa materia, dovrebbero decidere Camere diverse, il rischio della confusione e della paralisi legislativa è massimo. Il problema è anche che confusione e spezzettamento fanno lievitare la spesa.
È vero che le Regioni otterrebbero competenze esclusive su alcune materie importanti come l’organizzazione scolastica e sanitaria - ma non si capisce come diverse o quanto maggiori di quanto le Regioni già non abbiano, almeno sulla sanità. Tuttavia, sarebbero comunque soggette al comma m) dell’articolo 117, che determina i livelli essenziali delle prestazioni, al comma m-bis) sulla tutela della salute e al comma n) sull’istruzione, e dunque alle decisioni dello Stato. Inoltre, sulle stesse materie decide anche il Senato e probabilmente anche la nuova e ora costituzionalizzata Conferenza Stato-Regioni. Anzi, questo è forse il limite principale della nuova Costituzione, frutto delle visioni assai diverse delle forze politiche che l’hanno proposta: sono previsti troppi decisori, con competenze diverse sulle stesse materie, perché possa funzionare.
Con la riforma si introduce il Senato federale e si supera il bicameralismo perfetto
È vero il secondo punto, anche se su molti aspetti il nuovo Senato continua a essere decisivo. Questo può creare qualche problema di funzionalità al sistema, perché nella nuova Costituzione, il Senato non è più legato a un rapporto fiduciario con il Governo (e dunque i nuovi senatori non decadono anche se il Governo cade, come succede invece ai deputati).
Perché poi questo Senato venga definito federale è un mistero. La contemporaneità tra elezione dei consigli regionali e dei senatori serve ben poco a legare i senatori ai territori; e ci sono innumerevoli ragioni (differenze nei sistemi elettorali tra Senato e Consiglio regionale, decisioni razionali degli elettori che votano in un modo al Senato e in un altro alla Regione, e così via), perché il senatore non sia in sintonia neppure con il governo della Regione dove viene eletto.
Con la riforma si introduce finalmente il federalismo fiscale
Per la verità, la riforma si limita a lasciare del tutto inalterato l’articolo 119, che è quello che definisce il nuovo e ancora non applicato, sistema di finanziamento di Regioni e enti locali. Un errore, perché questo sì che avrebbe meritato qualche intervento riformatore, visto che impone principi di finanziamento e di perequazione difficilmente conciliabili tra di loro. Nelle norme di transizione, si pone però un limite temporale preciso: cinque anni dalla entrata in vigore della nuova Costituzione per la ricognizione delle risorse da trasferire a Regioni e enti locali, e tre anni per l’attuazione dell’articolo 119. Vista la latitanza osservata finora dalle forze politiche nazionali su questo tema, il limite temporale può essere utile.
Peccato, però, che la stessa norma introduca una "perla" difficilmente digeribile: la previsione che "in nessun caso l’attribuzione dell’autonomia impositiva (agli enti territoriali) può determinare un incremento della pressione fiscale complessiva". Non è chiaro come questo debba essere interpretato. Se si intende dire che il decentramento costituzionale deve avvenire senza costi addizionali per lo Stato (non si alzano le tasse per finanziare il federalismo fiscale), questo è già previsto e la norma è pleonastica; se si intende dire che in nessun caso, a regime, gli enti territoriali possono aumentare le proprie imposte senza che qualcun altro (lo Stato?) le diminuisca in pari misura, è assurdo. L’unico sistema di finanziamento degli enti locali compatibile con la norma è un meccanismo basato esclusivamente su compartecipazioni al gettito di tributi erariali; ma significherebbe togliere ogni autonomia sulle proprie entrate ai livelli locali di governo, l’opposto di quanto avremmo bisogno.
Con la riforma si aumenterebbero enormemente le risorse che dovrebbe essere attribuite ai livelli locali di governo
Questo argomento, caro agli oppositori (disinformati) della riforma, è palesemente assurdo. In realtà, la riforma in quanto tale non aggiunge quasi nulla in termini di nuove responsabilità di spesa alle Regioni e agli altri enti locali rispetto a quanto già previsto dall’attuale Titolo V.
L’Isae calcola in circa 70 miliardi di euro le risorse che dovrebbero essere attribuite alle Regioni (e a cascata agli altri enti locali) per attuare il presente Titolo V e forse in poche centinaia di milioni di euro l’effetto addizionale della devolution. E la ragione è semplice: la sanità è già per la quasi totalità gestita a livello regionale, e dunque non c'è nulla più da devolvere; l'istruzione (cioè gli edifici e gli stipendi degli insegnanti) dovrebbe già passare alle Regioni sulla base dell’attuale Titolo V. E nessuno sa esattamente cosa sia la polizia amministrativa regionale e locale, quindi è difficile calcolare quanto potrebbe costare. Fossero i vigili urbani, si tratta già di impiegati comunali e dunque non ci sarebbe nulla da trasferire.
Spedij: Tue Jun 27, 2006 8:34 pm Post subject: Inutile scandalizzarsi per Bossi
Inutile scandalizzarsi per Bossi
di Alessandro Di Tizio
C’è davvero di che scandalizzarsi o allarmarsi per le parole di Umberto Bossi sull’eventuale fallimento del referendum costituzionale? Il senatùr non ha aggiunto nulla di nuovo al linguaggio e alla politica leghista, ma ha sottolineato un aspetto centrale del referendum: il voto per molti partiti rappresenta, né più né meno, un’occasione di confronto politico. Per la Lega Nord è invece un punto di arrivo, che non mette solo alla prova una visione politica e una piattaforma progettuale, ma anche e soprattutto una scelta di cui il Carroccio deve render conto al proprio elettorato: quella di risolvere la “questione padana” attraverso la strada del Parlamento, degli accordi elettorali, delle riforme, abbandonando l’indipendentismo padano in favore del federalismo. Il federalismo – spiegava Umberto Bossi più di dieci anni fa – non è l’anticamera della secessione, ma il suo antidoto. Di fronte alla prova del voto, cos’altro dovrebbe fare il senatùr se non parlare al popolo leghista e ricordare a questo e al paese, in caso di sconfitta, le istanze di larga parte del Nord non verranno archiviate insieme al referendum?
Stupisce davvero l’esigenza del leader leghista di mostrarsi nuovamente combattivo e determinato nel momento di un voto cruciale per il suo partito e i suoi elettori? C’è chi parla di minaccia, ma la Lega non ha mai tentato di raggiungere i propri obiettivi attraverso strade non democratiche, e alla violenza verbale non ha mai accompagnato quella fisica. Un fatto che conta più di tante parole. Ha sbagliato, dunque, il leader del Carroccio? Sì, ma solo perché ha regalato al fronte del No un argomento in più per una propaganda allarmistica ricca di slogan ma povera di contenuti. Alla retorica della missione salvifica, del bene del paese, si aggiunge ora lo spauracchio della minaccia leghista. Nel calderone demagogico del centrosinistra ogni ingrediente è buono per ottenere qualche voto in più: e l’aver capito perfettamente il senso delle parole di Bossi non tratterrà certo i paladini della Costituzione dalla tentazione di strumentalizzarle per portare acqua al proprio mulino.
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