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Referendum: Rassegna Stampa
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PustaaSpedij: Wed Jun 28, 2006 3:02 pm    Post subject: Referendum, la Devolution non passa. Respondegh cunt una citaziun

Il no trionfa con oltre il 60%. Alta l'affluenza

ROMA - E' un no secco e che non lascia spazio a smentite quello uscito dalle urne circa la riforma costituzionale nota come "Devolution". A scrutinio ultimato e con risultati, dunque, definitivi, il fronte del "No" ha trionfato con il 61,3%. Nonostante non fosse richiesto, visto che si trattava di un referendum confermativo, il quorum è stato ugualmente raggiunto grazie ad un'affluenza inaspettata che si è attestata al 53,6%.

Risultato in controtendenza solo in Lombardia, ad eccezione di Milano e Mantova dove hanno vinto i 'no', ed in Veneto, anche qui con il capoluogo Venezia e Rovigo che hanno visto prevalere una bocciatura nei confronti della Devolution.

PRODI: ADESSO SI DIALOGA
''Come maggioranza di governo, e' ora nostro dovere aprire il dialgoo con tutte le forze politiche e discutere insieme gli aggiornamenti da apportare alla Costituzione''. Romano Prodi scende in sala stampa a palazzo Chigi prima di ricevere il presidente della Repubblica delle Filippine per dare un primo commento sul voto referendario. Il presidente del Consiglio tende la mano all'opposizione, sottolineando la necessita' di aprire un confronto tra i poli per modificare la Costituzione.

BOSSI: AVANTI LO STESSO
''Si va avanti comunque, ha votato sì la parte più avanzata del Paese. Noi ritentiamo ancora, del resto anche in Scozia e in Galles hanno tentato più volte''. Così il leader della Lega Umberto Bossi commenta i risultati del referendum confermativo sulla riforma costituzionale, risultati che vedono il no largamente in vantaggio.

http://www.romagnaoggi.it
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PustaaSpedij: Wed Jun 28, 2006 3:05 pm    Post subject: L’immoralità della devolution Respondegh cunt una citaziun

L’immoralità della devolution
http://www.corrieredigela.it/

Fin dai primi anni post unitari, l’itaglia ha finanziato il processo d’industrializzazione delle regioni settentrionali mediante l’adozione di provvedimenti sistematici che ne hanno consentito l’infrastrutturazione e nel contempo relegato il sud al degrado economico progressivo.
Nella fase iniziale dell’Unità, viste le notevoli differenze fra gli stati itaglian, il federalismo sarebbe stato funzionale allo sviluppo omogeneo della nuova Nazione, ma le Regioni che più avevano voluto l’unità e perciò di maggior potere politico non ritennero di dover adottare quel sistema di organizzazione statale.
In quel momento le parti erano economicamente invertite, nell’area settentrionale del paese si registrava il primato dell’emigrazione con percentuali altissime del flusso demografico in uscita che andava dal 17,9% del Veneto, al 16% del Friuli Venezia Giulia, al 12,5% del Piemonte, al 9,9% della Lombardia. Bassissimi, viceversa, erano i trasferimenti dall’Umbria (0,2%), dal Lazio (0,3%), dalle Marche (1,3%). Nessuno dalle rimanenti regioni. E’ nei due decenni successivi all’Unità d’itaglia che il primato dell’emigrazione passa progressivamente e inesorabilmente alle regioni meridionali quando in Sicilia si registra un salto migratorio del 12,8% e in Campania del 10,9%. E’ paradossale che il Nord dell’itaglia che ha voluto l’Unità anche a costo di guerre costose e sanguinose, oggi che ha ormai poco da prendere vuole separarsi, non intendendo sostenere i costi che richiede un territorio ormai depauperato.
La “devoluzione” mediante il blocco dei trasferimenti finanziari dalle Regioni allo Stato e di nuovo alle Regioni, mira a liberare risorse per le aree settentrionali, mantenendo nel medesimo tempo unico il mercato dei consumi. Questo processo toglierà definitivamente alle regioni prive di infrastrutture, la possibilità di dotarsene: sarebbero necessarie ingenti capitali per la loro realizzazione, risorse di cui il sud non dispone. In futuro sarà sempre più difficile per le aree meridionali sviluppare una propria struttura produttiva e terziaria e per l’itaglia sarà definitiva la perdita di una grande opportunità economica come quella che il sud ancora rappresenta.
La proposta di modifica costituzionale sulla devolution, non si prefigge l’obiettivo di migliorare l’organizzazione dello Stato, il che è auspicabile, ma di liberare la parte più “ricca” del territorio nazionale da impegni solidaristici nei confronti dell’altra, squarciando in tal modo il velo dell’idealismo patriottico ottocentesco che copriva l’interesse economico di alcuni e il desiderio di espansione del Regno sabaudo. Nell’azione di oggi rimane il solo calcolo economico, imitando negli aspetti più deteriori il modo di procedere dell’Europa nel costruire la propria unità.
Ridicola la contemporanea approvazione della norma che sancisce in modo definitivo essere il “Fratelli d’itaglia” l’inno nazionale. Approvazione strumentale votata anche dalla Lega, il cui leader ha dichiarato di considerare carta igienica il tricolore. Oggi la Lega ha bisogno del voto del meridione per far passare il suo obiettivo e, demagogicamente, si scusa per avere usato per anni frasi che hanno diffuso e consolidato un’idea vergognosa del sud e della sua gente.
Con l’attuazione della legge di modifica costituzionale ci saranno tante sanità e tanti programmi scolastici quante sono le regioni d’itaglia. Grazie al federalismo fiscale, ognuna attingerà le proprie entrate dalla propria struttura produttiva ed economica oltre che dalla ricchezza disponibile dei propri cittadini. Ma la maggiore ricchezza si è via via concentrata nella così detta “padania” (le aziende di produzione sono per la massima parte concentrate al nord), ben si comprende allora come potrà ridursi la capacità di spesa delle regioni meridionali, che prive di risorse economiche proprie, vedranno la loro sanità e la loro scuola peggiorare ulteriormente e inesorabilmente.
Chi dalle regioni meridionali vorrà assistenza medica di livello superiore dovrà, più di quanto non faccia ora, recarsi dove saranno disponibili i medici più capaci, meridionali e non, che sceglieranno di operare in una realtà in grado di soddisfarli economicamente e professionalmente. I pazienti pagheranno direttamente le prestazioni richieste o, nella migliore delle ipotesi, pagherà la Regione di provenienza, reiterando il travaso di risorse che ormai da oltre un secolo e mezzo, per rivoli diversi, dal sud prende la via del Nord dell’itaglia.
Il progetto della Lega mira all’approvazione di leggi in grado di modificare radicalmente l’assetto istituzionale nazionale, agendo sulla giustizia amministrativa, sulla limitazione dei poteri sostitutivi dello Stato, sull'estensione dell'immunità ai consiglieri regionali e sulla possibilità per le Regioni di tessere rapporti diretti con i paesi della Comunità Europea e con lo stesso Organismo comunitario. Ma anche qui, l’unica area che confina con i ricchi paesi europei è la parte settentrionale della penisola, il resto d’itaglia ha confini non semplici con paesi esteri per i quali i rapporti rimangono di esclusiva competenza dello Stato. Così il territorio “padano” geograficamente confinante con l’Europa, potrà dialogare più facilmente con essa curando meglio i propri affari e superando i mugugni leghisti per un sud “privilegiato” dai finanziamenti europei.
Potrebbe prospettarsi un periodo delicatissimo per l’itaglia che si concentrerebbe inizialmente sugli aspetti economici, ma al termine di questo processo, se definitivamente approvato, potrebbe riguardare gli aspetti socio-politici, attenuabili in un primo momento (come ormai accade regolarmente dall’Unità d’itaglia) con la ripresa massiccia del processo migratorio. Ma in un secondo momento il sud potrebbe essere tentato di utilizzare le leve di cui dispone, tra queste i gasdotti e il petrolio, imponendo alle Aziende che operano al sud di pagare le tasse dove operano anziché, come avviene oggi, in “padania” dove hanno solo la sede amministrativa. Si potrebbero riprodurre in tal modo i medesimi meccanismi del conflitto in atto tra Russia e Ucraina.
Ma allora che fare, visto che è reale la necessità di trasformare una parte i fondi trasferiti in investimenti produttivi. Occorre rivitalizzare in modo serio i vecchi “Poli di Sviluppo”, dotare il sud di infrastrutture delle quali è quasi totalmente privo; rendere efficace, con provvedimenti specifici di riforma, l’azione di una macchina amministrativa sprecona e inefficiente (per la verità non soltanto al sud); differenziare la pressione fiscale visto che un sistema fiscale unico provoca effetti negativi maggiori dove minore è lo sviluppo economico; realizzare un sistema bancario rivolto ai bisogni produttivi locali (anche un Ministro della vecchia maggioranza che ha approvato la proposta di modifica costituzionale riconosce che “non vi sono nella storia esperienze di sviluppo prive del sostegno di una rete bancaria e finanziaria efficiente e con prevalente vocazione locale; evitare perciò che il Sud si trasformi in bacino di raccolta più che di impieghi bancari e finanziari”). In definitiva lo Stato sia presente nelle regioni del sud anche per risolvere i problemi economici e sociali dei cittadini oltre che per la necessaria azione di repressione di quel crimine che proprio dal perdurare delle difficoltà economiche trova continuo alimento.
Prima della “devolution” si realizzi tutto questo, ma a quel punto crediamo che gli stessi fautori di questa “nobile idea” cambierebbero opinione.

Autore : Francesco Salinitro
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PustaaSpedij: Wed Jun 28, 2006 3:06 pm    Post subject: LA BRIANZA VUOLE LA DEVOLUTION Respondegh cunt una citaziun

LA BRIANZA VUOLE LA DEVOLUTION
Il “sì” è passato con oltre il 55% in quasi tutti i Comuni della Provincia di Monza e Brianza. A Seregno il federalismo promosso con quasi il 65%.
scritto il: 27/06/2006
“Vorrà dire che andrò in Svizzera”, così commenta ironicamente il risultato del referendum il Sindaco Giacinto Mariani. “Oppure – prosegue il Primo Cittadino – resterò in Brianza dove il ‘Si’ ha stravinto”.

Il voto di domenica e lunedì ha portato alle urne il 61,98% dei seregnesi (20.657 su 33.328 elettori) e ha premiato il “Sì” con il 64,65%. Il “no” si è fermato al 35%. I “si” vincono in 38 sezioni elettorali su 39. Nella sola sezione n. 9 (scuole “Aldo Moro”) i “no” superano con il 52,12% i voti a favore della riforma costituzionale.

“Il messaggio federalista e di cambiamento – continua Mariani – è passato in Brianza e questo per noi è un ottimo risultato. A Seregno la percentuale ottenuta dai ‘si’ conferma il consenso elettorale ottenuto della Cdl alle amministrative del 2005 e alle scorse politiche. Non nascondo, tuttavia, di essere deluso per il risultato a livello nazionale. Il voto conferma che esiste una parte del Paese che vuole cambiare e una parte che vuole mantenere l’itaglia ‘congelata’. Se Lombardia e Veneto ancora una volta fanno Paese a sé, nelle altre regioni ha vinto il partito dei conservatori. Insomma questo risultato è solo un ‘incidente di percorso’ sulla strada del federalismo”.

Mariani conclude sottolineando che il voto in controtendenza di Lombardia e Veneto, ovvero delle due regioni più avanzate del Paese, non si può liquidare come un’anomalia rispetto al resto d’itaglia. Il “sì” del lombardoveneto si basa sulla convinzione che solo una riforma costituzionale in senso federalista può darci uno Stato moderno e adeguato ai bisogni del Nord. “Insomma la questione settentrionale rimane in piedi”.

http://www.comune.seregno.mi.it
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PustaaSpedij: Wed Jun 28, 2006 3:07 pm    Post subject: Il 61,3% dice no alla devolution Respondegh cunt una citaziun

Nord allineato, il sì prevale in Lombardia e Veneto
ROMA - Una valanga di no cancella definitivamente e senza incertezze possibili la riscrittura della Costituzione del centrodestra. Il 61,3 per cento degli itaglian ha sonoramente bocciato la devolution di Bossi e la grande riforma del governo Berlusconi. Il Sì ha avuto il 38,7%. Un risultato al di là di ogni previsione, reso ancora più significativo dall'alta percentuale di votanti, il 53,3 per cento, la più alta da 10 anni a questa parte in un referendum, ma anche dalla sostanziale omogeneità in tutto il Paese.
Il no stravince infatti al Sud (con oltre il 70 per cento) e al Centro, ma vince anche nel Nord con il 52,6 contro il 47,4 per cento. Complessivamente il sì vince in due sole regioni su 20, Lombardia e Veneto (ma non a Milano e Venezia), rispettivamente con il 54,6 e il 53,3 per cento.
E in 23 province su 110. Il voto favorevole alla riforma del centrodestra prevale poi anche nel voto degli itaglian all'estero (con il 52,8 contro il 47,2 di "no"), i cui risultati sono arrivati anche questa volta con estrema lentezza, contrariamente a quanto avveniva per il resto dell'itaglia, e a tarda sera si avevano ancora i risultati di sole 88 sezioni su 111.
La forte affluenza è stata salutata con soddisfazione dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che era esplicitamente intervenuto per invitare gli itaglian ad andare a votare per il referendum. «Davvero una bella giornata», ha commentato così ieri, «tutto bene: dall'alta partecipazione al referendum al risultato della Nazionale». E il presidente della Repubblica ha anche telefonato a Oscar Luigi Scalfaro, come ha rivelato lo stesso ex capo dello Stato e presidente del Comitato per il no: «Mi ha telefonato per darmi un abbraccio». Ma a Scalfaro ha telefonato ieri sera anche Romano Prodi, per ringraziarlo per l'impegno nella campagna elettorale e fargli le sue congratulazioni.
Anche il governo tira del resto un sospiro di sollievo. Per la maggioranza di centrosinistra si chiude infatti nel migliore dei modi questa lunghissima parentesi elettorale.
«Non ho mai pensato che questo referendum fosse un test sul nostro governo, come invece hanno tentato di far credere i leader dell'opposizione», ribadisce Prodi. Certo però un altro insidioso ostacolo è stato superato. Il presidente del Consiglio sottolinea il «giudizio inappellabile» su una legge «sbagliata e pericolosa» espresso dagli itaglian, ma non smentisce quanto offerto durante la campagna elettorale: l'impegno al dialogo con l'opposizione, e in generale a fare in modo che nel futuro non si possa più cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza semplice, gli uni contro gli altri. «Siamo molto soddisfatti di questa vittoria netta ed inequivocabile», esulta anche Piero Fassino. Con il voto di ieri, per il segretario Ds è stato «spazzato via un brutto pasticcio» e respinto «chi proponeva lo sfascio delle istituzioni». «Rammaricato», si dice al contrario Silvio Berlusconi secondo il quale «si è persa un'occasione storica, per far funzionare meglio e ammodernare il Paese».
D'altra parte, le prime letture del risultato di ieri dicono senza possibilità di dubbi che anche una parte del centrodestra ha votato contro le direttive dei suoi leader.
Troppo poco il 38,5 di sì, specie se raffrontato con il risultato delle politiche dove il centrosinistra ha prevalso per un soffio, qualche decina di migliaia di voti. Non a caso nelle scorse settimane c'era stato chi aveva previsto che sopra il 50 per cento di affluenza avrebbe potuto vincere il sì. Invece il 50 per cento è stato abbondantemente superato, ma la maggioranza di no è stata comunque schiacciante.
Quasi un plebiscito nel Sud dove i no sono stati il 74,8 per cento contro il 25,2 di sì. Risultati non molto diversi nelle Isole, con il 70,6 contro il 29,4, e al Centro con il 67,7 contro il 32,3, ma un'affermazione netta del no c'è stata complessivamente anche al Nord, roccaforte della Casa delle libertà.
Fra le regioni, è la Calabria ad aver fissato il record di no con ben l'82,5 per cento, mentre a Napoli città ha raggiunto il 78,2. Ma oltre il 70 per cento di no sono stati fatti segnare anche in Toscana (71). E a un pelo dal 70 per cento, esattamente al 69,9 sono arrivati anche in Sicilia dove pure nelle ultime politiche la Casa delle libertà ha fatto registrare ancora una forte maggioranza. E sopra la media nazionale sono stati anche nel Lazio con il 65,4 contro contro il 34,6.
Più bassa anche la percentuale di votanti (il 36 per cento) fra i nostri connazionali all'estero rispetto a quella itagliana, ma anche in questo caso si tratta di un dato largamente provvisorio.
Andrea Palombi
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PustaaSpedij: Wed Jun 28, 2006 3:07 pm    Post subject: La Lombardia blinda la devolution Respondegh cunt una citaziun

VITTORIA DEI SÌ
La Lombardia blinda la devolution
L’area più produttiva del Paese vota a favore delle riforme
SIMONE GIRARDIN
Nel naufragio del referendum confermativo sulla riforma costituzionale, a strappare un sorriso alla Lega ci pensa la Lombardia (e il Veneto) dove i sì hanno stravinto sui no. Un dato che dimostra la volontà dell’area produttiva più incisiva del Paese di scegliere la via delle riforme.
E in fondo era il dato che premeva di più alla a Bossi e soci: cioè l’approvazione della devolution da parte dei cittadini del Nord.
«Un forte segnale che la questione settentrionale è sempre più aperta e presente «anche se qualche nostro alleato ne è riluttante», come spiegava ieri il senatore della Lega Piergiorgio Stiffoni. Ora è sempre più evidente che non possono essere dimenticate «le giuste istanze di quella zona d’itaglia che produce gran parte del pil di tutto il paese e questo - attacca Stffoni - deve essere anche un monito per l’attuale governo: non dimenticate i cittadini del nord.
E che il voto sopra il Po sia stato favorevole alla riforma lo sottolinea anche il vice presidente del Gruppo Lega Nord Federazione Padana. Andrea Gibelli: «Le parti più avanzate del Paese hanno votato sì».
Dunque la Lombardia tira la volata a chi chiede un cambiamento dell’assetto costituzionale e produttivo del Paese. Ma nè allora la Bicamerale, nè oggi la riforma varata dal centrodestra e il successivo referendum ri sono riusciti ad agevolare.
In una giornata segnata da una sconfitta di dimensioni enorme al Sud, in particolare in Sicilia, e al Centro dove il no ha trionfato, la Cdl e la Lega riescono a rafforzare il proprio radicamento politico nel Nord dove governa.
La Lombardia (nonostante il risultato negativo del Milanese) e il Veneto su tutti, due regioni dove la vittoria del sì è stata netta, confermano il trend. E lo si legge anche in province sempre del Nord (Emilia Romagna esclusa) che messe insieme fanno gran parte del prodotto interno dell’itaglia.
In alcune città lombarde si sono toccate punte insperate. Come a Bergamo, dove governa la sinistra, con il sì che ha sfiorato il 55 per cento. In provincia si è saliti al 63%. Positiva anche Varese e limitrofi dove i sì sono stati il 59,2%. Bene anche il Bresciano (58,5%), Monza, Pavia, Lodi, Cremona, Lecco. Due le note stonate: Mantova e Milano. la prima dove i no hanno superato il 55 per cento. E nella provincia di Milano dove i sì sono stati sconfitti di misura 48,2% al 51,8%.
È un risultato non del tutto positivo perchè da un lato accentua il divario che sembrava potesse essere colmato tra il Nord produttivo e il Mezzogiorno e conferma il mancato raggiungimento dell’obiettivo che sta alla base del progetto politico della Cdl, ovvero l’unificazione su basi nuove - federalismo solidale e premierato - del Paese. L’obiettivo non è stato centrato e adesso si apre una fase nuova che dovrà partire da una riflessione radicale sulle ragioni della sconfitta.
Una riflessione che non sarà facile. Anche le conseguenze non appaiono scontate. Ci si interroga sulle ragioni che hanno portato, ad esempio, Pierferdinando Casini a disertare l’ultima fase della campagna referendaria. Non vengono escluse ripercussioni in Alleanza nazionale. Nella stessa Forza itaglia qualcuno rumoreggia. Tutti si chiedono come si muoverà, a questo punto, Umberto Bossi. Domenica c’è Pontida. E qualcuno pensa ad uno strappo da parte del partito del Senatur. Nulla è scontato. Ma Bossi è in forma e crede che le cose possano ancora cambiare. Che dalla Lombardia e dal Veneto si possa ripartire per riformare il Paese.
Ci crede Bossi. Ci crede la Lega che andrà avanti a testa bassa a lavorare come solo lei sa fare in regioni produttive come quelle del Nord.
Lombardia e Veneto insegnano: qui, dove c’è una mentalità di economia dinamica, hanno vinto i sì. Ha vinto il no dove prevale il concetto di statalismo e assistenzialismo. Di chi, come il Mezzogiorno, non ha compreso la validità e la necessità anche per il Sud della riforma costituzionale.
Dunque testa bassa e lavorare: «Tenteremo ancora» tuona Bossi. In fondo «anche in Scozia e in Galles hanno tentato più volte».
La Padania
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PustaaSpedij: Wed Jun 28, 2006 3:08 pm    Post subject: La Devolution promossa all'estero Respondegh cunt una citaziun

Il voto estero non finisce di riservare sorprese. In occasione delle elezioni legislative del 9 e 10 aprile era stato determinante per la vittoria dell'Unione al Senato, e ieri è stata l'unica «macrosezione» a dire sì al referendum sulle modifiche della Costituzione in chiave federalista. I Sì sono arrivati al 52,1% mentre i No si sono fermati al 47,9%. Particolarmente schiacciante la vittoria del Sì in America Latina, dove a metà scrutinio i voti favorevoli alle modifiche erano il 63,

2% e i No il 36,8%. In Europa, invece, lo spoglio delle schede ha mostrato un costante vantaggio di circa dieci punti dei No. L'Estero è stato però complessivamente una delusione per il governo, a poco più di due mesi dall'apporto significativo degli «stranieri» nelle elezioni che hanno portato al centrosinistra la vittoria.
itaglian all'estero già delusi dal governo Prodi? Certamente non sarà piaciuta la decisione dell'abolizione del ministero degli itaglian all'estero. Nonostante l'appoggio significativo dei concittadini fuori patria per la vittoria dell'Unione,

infatti, Romano Prodi, ha deciso di delegare la pratica estero a un viceministro, Franco Danieli, spegnendo le speranze di chi aveva sostenuto tanto generosamente i candidati della sinistra. Un'altra chiave di lettura potrebbe essere che in molti dei Paesi dove si è votato per il referendum itagliano, come molte Nazioni del continente americano, il federalismo ha lunghe tradizioni alle spalle.
Tra gli Stati esteri dove il voto favorevole è stato più alto c'è il Brasile. A scrutinio quasi definitivo i Sì erano il 74,
1% e i No 25,9%. Vicini al 74% (73,8%) anche i Sì in Cile. Alto il numero di voti favorevoli in Venezuela: 64,5% Sì e 35,5% No. Hanno vinto i Sì anche in Spagna (53,8%) e Regno Unito (52,5%).
L'affluenza a metà scrutinio si è fermata sotto il 27% (26,6%). Ma in alcune regioni è stata importante, come in Argentina, dove ha superato il 40%. A Mar del Plata sono andati alle urne più del 50% degli elettori.


http://www.ilgiornale.it
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PustaaSpedij: Wed Jun 28, 2006 3:10 pm    Post subject: Devolution - «Il sì vince sopra il Po» Respondegh cunt una citaziun

COME LA SCOZIA, IL GALLES E LA CATALUNIA: CI RIPROVEREMO
«Il sì vince sopra il Po»
Bossi: «Nessun popolo ha mai vinto facilmente». E ai suoi dirigenti dice: «Nessuno si deve muovere»
Igor Iezzi
Sopra il Po, nel Paese che produce e che lavora ha vinto il sì. A livello nazionale il no ha portato a casa il successo con oltre il 61%, ma la Lega Nord non si sfiducia. «Si va avanti comunque» è stato il commento di Umberto Bossi, stanco ma non domo e pronto a continuare la battaglia.
«Certo fa un po’ tristezza - ha spiegato Bossi - vedere questo Nord... anche se a maggioranza la parte avanzata del Paese ha votato sì, mentre ha votato no la parte che crede nell’assistenzialismo. Ma si va avanti comunque - ha aggiunto -. Anche scozzesi, gallesi e catalani hanno tentato più volte. Tenteremo ancora, forse la gente ha bisogno di maturare».
Il risultato poteva essere migliore ma anche peggiore, «nessun popola ha mai vinto facilmente». Il Nord ha mandato un segnale a Roma. Chi pensava che Umberto Bossi fosse pronto a lasciare si sbaglia, e di grosso. Ad affermarlo lo stesso Bossi che, arrivato nella redazione de La Padania per infondere coraggio prima di partecipare a una cena ad Arcore con Berlusconi, Tremonti, Giorgetti e Calderoli, cita la grande battaglia che gli insubri fecero contro i romani. Scesero fino a Roma e la saccheggiarono. Ma furono traditi da alcuni popoli alleati del Nord che credettero alle promesse romane. Mentre tornavano in Patria, più o meno all’altezza di Livorno, i romani, che avevano stretto alleanza con le popolazioni del Sud, li accerchiarono. I capi dell’esercito, i generali, piuttosto che chinarsi ad una sconfitta e subirne l’onta, preferirono suicidarsi. Il risultato fu drammatico. Gli insubri, senza nessuno più in grado di guidarli, persero la guerra finale e chi li tradì, credendo alle promesse romane, alla fine fu sottomesso.
Un errore madornale, fa notare il segretario federale della Lega Nord, un errore da non ripetere, se non si vuole condannare il proprio popolo alla resa finale. Privare un esercito di chi ha la capacità, il coraggio e l’esperienza di guidarlo in battaglia equivarrebbe a suicidarsi. Perché, come hanno insegnato gli insubri, privarsi della guida vuol dire rassegnarsi ad una sconfitta. E non è quello che ha intenzione di fare Umberto Bossi. «Chi è il dirigente di un movimento di liberazione popolare non può dimettersi. Chi è stato eletto da un congresso non ha la facoltà di scegliere autonomamente. Chi è un dirigente - ha detto con chiarezza il leader del Carroccio - appartiene al movimento di liberazione popolare e al suo popolo». Parole riferite, quelle pronunciate da Umberto Bossi, anche alle voci circolate su presunte dimissioni di alcuni segretari e di Giancarlo Giorgetti, che guida la Lega Lombarda. Bossi lo ha ripetuto più volte ed è stato chiaro. La battaglia si continua.
Alcune considerazioni occorrerà farle e Pontida sarà l’occasione giusta. A cominciare dal risultato quasi plebiscitario che il Sud ha attribuito al No. Un chiaro indicatore della paura che il mezzogiorno ha di abbandonare l’assistenzialismo, pagato e mandato avanti con i soldi del Nord e della Padania. «Sopra il Po il sì è stato del 55%, come si sapeva e come si poteva arguire. Ma sono un po’ deluso del resto del Paese che se ne frega di cambiare le regole e la Costituzione» ha spiegato Umberto Bossi. Ma la Lega non molla e Umberto Bossi non molla. Come gli altri Paesi che hanno lottato contro governi e Stati poco democratici, come la Scozia, il Galles e la Catalunia, la Padania ci riproverà. E andrà avanti nella sua lotta. L’occasione era storica ma non sarà l’ultima. L’importante è ora «rimanere saldi sulle gambe», ha sottolineato il segretario federale, e non farsi prendere dallo sconforto. Il «55% sopra il Po» è un buon inizio, è un buon risultato per continuare a camminare sulla strada che porterà la Padania e i popoli del Nord ad essere liberi. Come ha detto nel pieno della campagna referendaria «il nostro dovere è consegnare ai nostri figli un mondo migliore». Non sarà facile, ma «la libertà non te la regala nessuno, occorre conquistarla». La battaglia va avanti, fino a quando saremo liberi.


[Data pubblicazione: 27/06/2006]
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PustaaSpedij: Wed Jun 28, 2006 3:14 pm    Post subject: Los italianos rechazan en referéndum Respondegh cunt una citaziun

Los italianos rechazan en referéndum la reforma de la Constitución impulsada por Berlusconi
La victoria del 'no' en el norte ha sido menos abultada que en el sur, donde superó el 74%
AGENCIAS - Roma
ELPAIS.es - Internacional - 26-06-2006


El presidente itagliano, Giorgio Napolitano, deposita su voto en un colegio electoral de Roma. (EFE)
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Los italianos han rechazado en referéndum una reforma constitucional de gran calado, que buscaba implantar un modelo federalista, con mayor autonomía para las regiones, al tiempo que reforzaba los poderes del primer ministro. Los cambios en la Carta Magna, los más importantes del último medio siglo ya que afectaban a 50 artículos, fueron impulsados por el anterior ejecutivo de centroderecha liderado por Silvio Berlusconi, por lo que la victoria del no supone todo un alivio para el actual Gobierno de izquierdas de Romano Prodi. Un contundente 61,5% de los votantes ha rechazado los planes de Berlusconi, porcentaje que en el norte fue menos abultado que en el sur, donde ha superado el 74%. Esta diferencia se debe al temor de las regiones más pobres de que el federalismo aumentara las desigualdades sociales con el norte rico.

Según los datos del Ministerio de Interior, ha votado en contra el 61,7% de los que han acudido a las urnas mientras que a favor lo ha hecho el 38,3%. A este referendo estaban convocados durante dos días 47,1 millones de ciudadanos y ha acudido a votar el 53,6%. Aunque no era necesario un mínimo de participación, el ministro de Interior, Giuliano Amato, ha subrayado la importancia de que haya votado la mayoría. El dirigente socialista ha recordado que hacía diez años que no se alcanzaba el quorum en un referendo. El no era la opción que respaldaba el Gobierno de Prodi, mientras que el centroderecha que lidera Berlusconi pedía a los votantes que apoyaran los cambios, que fueron aprobados en el Parlamento durante la pasada legislatura, en la que la coalición conservadora que lidera el magnate de la televisión privada tenía mayoría.

Tras conocerse los resultados, Prodi ha señalado en rueda de prensa: "Ahora es nuestro deber abrir el diálogo con todas las fuerzas políticas". Para el primer ministro, las reformas de la Constitución tienen que hacerse "con el acuerdo más amplio posible y no a golpe de mayoría", en referencia a la manera en que Berlusconi logró aprobar durante la pasada legislatura la reforma de la Carta Magna. La rechazada reforma de la Constitución tenía elementos de corte federalista, que preveían dar a las regiones potestad legislativa en lo relativo a la sanidad, educación y seguridad social, cambios defendidos a capa y espada por la Liga Norte, aliada de hierro de Berlusconi.

"Lo volveremos a intentar"

Umberto Bossi, líder de esta formación de tintes racistas, que aboga por una itaglia federal y que hace años incluso llegó a proclamar el Estado de la Padania (nombre que da a las regiones del norte), ha señalado sobre la victoria del no que, "en cualquier caso, se sigue adelante" y ha señalado que "ha votado sí la parte más avanzada del país". "También escoceses, galeses y catalanes lo han intentado más veces. Lo volveremos a intentar", ha añadido Bossi. No es más que la resignación ante un resultado aplastante, ya que en días anteriores aseguró que si el sí ganaba en las regiones del norte acudirían a la ONU para "hacer valer" sus derechos. Hoy, cuando ya tenía el no, ha amenazado con irse a vivir a Suiza, "que al menos es un Estado federal". Su brazo derecho, Francesco Speroni ,ha llegado a acusar a los italianos de "dar asco".

El no se ha impuesto en la mayoría de las regiones, con la excepción de las norteñas Lombardia y Véneto, aunque en las capitales septentrionales más importantes también ha ganado el rechazo. Estos datos han llevado al centroizquierda a asegurar que el norte no es tierra de hegemonía de la Liga Norte y de sus aliados berlusconianos y que esto abre el camino de los cambios. La reforma preveía el cambio de 54 de los 139 artículos de la Constitución de 1948, que además del traspaso de competencias a las regiones en ciertas políticas -seguridad (policías locales), educación y sanidad-, contemplaba una reducción del número de diputados y senadores en 2016.

Además, incluía cambios a partir de la próxima legislatura (en 2011) para que el primer ministro pudiera nombrar y revocar ministros (ahora necesita el visto bueno del presidente de la República) y para disolver las Cámaras. La reforma habría afectado también al Tribunal Constitucional, ya que el Senado federal tendría potestad para elegir a cuatro de sus quince miembros y la Cámara de Diputados a tres, frente a los cinco que eligen actualmente entre los dos. El triunfo del no ha caído como un jarro de agua fría en las filas conservadoras y, aunque todos los dirigentes hablan de cohesión y unidad, el fracaso puede llevar a una fuerte discusión interna y a cuestionar el liderazgo de Berlusconi.

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PustaaSpedij: Wed Jun 28, 2006 3:15 pm    Post subject: Gana el 'no' al federalismo en el referéndum itagliano Respondegh cunt una citaziun

Gana el 'no' al federalismo en el referéndum itagliano y Berlusconi pierde su ultimo objetivo


La victoria del 'no' en el norte fue menos abultada que en el sur, donde superó el 74%
ROMA, 26 (de la corresponsal de EUROPA PRESS C. Giles)

El 'no' a la reforma constitucional que hubiera introducido el federalismo en itaglia ganó en el referéndum celebrado entre ayer y hoy por un contundente 61,5%, lo que supone una nueva derrota electoral para el centro-derecha de Silvio Berlusconi, que había redactado la ley durante su legislatura.

Según los datos oficiales, el 'no' apoyado por la coalición del presidente Romano Prodi ganó por un 61,5%, mientras que el 'sí' se quedó en un 38,5%. Los italianos rechazan así la reforma que pretendía introducir una radical reforma de la segunda parte de la Constitución con el cambio de 54 de sus 139 artículos.

La ley se basaba sobre todo en una introducción de una especie de federalismo en el país, con la concesión de competencias en materia de seguridad (policías locales), educación y sanidad, pero además cambiaba el funcionamiento del Parlamento con la creación de un Senado regional. Asimismo, daba un mayor poder al presidente del Gobierno y recortaba los del jefe de Estado.

La aprobación de la reforma federalista era uno de los puntos principales para el apoyo a Berlusconi de la Liga Norte. La victoria del 'no' supone así un nuevo revés para la coalición de Silvio Berlusconi, que ya perdió en las elecciones generales y a la que tampoco le fue bien durante las últimas administrativas.

ALTA TASA DE PARTICIPACION

Respecto a lo que se creía ayer al cierre de la primera jornada electoral, la afluencia a las urnas, donde estaban llamados a votar más de 47 millones de italianos, alcanzó un alto porcentaje respecto a las anteriores consultas y llegó al 53,6%, si bien no se necesitaba quórum al ser un referéndum confirmativo.

Al referéndum se llegó debido a que cualquier reforma constitucional debe ser aprobada por al menos dos tercios del Parlamento, y esto no ocurrió porque el centro-izquierda se negó a apoyarla.

Los resultados han demostrado que el 'federalismo' fue mejor recibido en el norte, donde el porcentaje del 'sí' fue mucho más alto (con un 47,4%, frente al 52,6% del 'no') e incluso ganó el 'sí' en Lombardía (54,6) y en Veneto (55,6). Además, el norte fue la zona más concienciada y la tasa de participación fue de un 60,3%.

Por el contrario, donde menos se votó fue en el centro y en el sur (sólo un 42,6%) pero sin embargo se alcanzaron porcentajes que superaron el 70% a favor del 'no'. En el centro, el 'no' recibió un 67,7% y en el sur la media fue del 74,8%, con el récord de un 82,5% en la región de Calabria.

El centro y el sur de itaglia temió que la 'devolución' de competencias, que tendrían que ser administradas con las arcas regionales, aumentase las diferencias entre el norte y el sur, como argumentaba el centro-izquierda.

El ex ministro de Reformas y miembro de la Liga Norte, Roberto Calderoli, manifestó que el resultado del referéndum supone que una parte de itaglia quiere cambiar y la otra no, y añadió que el norte --que él considera son sólo las regiones sobre Emilia Romagna-- 'ganó el 'sí''. Dentro de la coalición del centro-derecha, los ex democristianos del UDC aceptaron el resultado y pidieron respeto por los electores.

DIALOGO PARA INTRODUCIR REFORMAS

Por otra parte, el presidente del Gobierno lanzó un llamamiento para que después del referéndum se pueda dialogar con la oposición con objeto de poder realizar reformas. 'Las reformas de la Constitución se realizan con el acuerdo amplio del Parlamento y no a golpes de mayoría', anotó.

Para el secretario de Democráticos de Izquierdas, Piero Fassino, se ha tratado de una 'victoria importante y significativa, primero por la alta participación y después, porque el 'no' prevalece en la mayoría de las provincias italianas, también en el norte, donde se dice que tiene su hegemonía el centro-derecha'.

Mientras, el presidente de DS y ministro de Asuntos Exteriores, Massimo D'Alema, comentó que 'ahora es necesario abrir un diálogo serio sobre el futuro del sistema político e institucional del país'.

El gran perdedor del día fue el líder de la separatista Liga Norte, Umberto Bossi, quien comentó que le daba 'tristeza' ver el resultado 'aunque la parte más avanzada del país había votado 'sí'' y añadió que continuarán adelante. 'También escoceses, galeses y catalanes lo han intentado más veces. Lo volveremos a intentar, quizás la gente tiene ganas de madurar', explicó Bossi.

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PustaaSpedij: Wed Jun 28, 2006 3:16 pm    Post subject: Ilvo Diamanti: il referendum e l'equivoco del federalismo Respondegh cunt una citaziun

Ilvo Diamanti: il referendum e l'equivoco del federalismo
Commento di Ilvo Diamanti su Repubblica.

Politica: Ecco, infine, l´ultimo appuntamento di questa lunga stagione di campagna elettorale permanente. Il referendum sulla riforma della Costituzione votato dalla maggioranza di destra, nello scorso autunno. E, dopo tanto fragore, dopo tanta passione, stupisce il tono dimesso delle ultime settimane.

Favorito dalla prudenza della Cdl e soprattutto di Berlusconi, dopo che il voto amministrativo di maggio aveva sortito un risultato deludente, per loro. Che lo avevano presentato come una rivincita "contro il governo di sinistra". Il referendum costituzionale, per questo, è stato "deflazionato" dalle attese.

Ricondotto al suo significato originario, di referendum costituzionale. Il limitato tasso emotivo di questa campagna elettorale, però, riflette un altro problema. Questo referendum. Non ha un oggetto preciso, un tema dominante. Non importa se comprensibile e chiaro: il divorzio, l´aborto, il nucleare, il finanziamento ai partiti, il maggioritario. Oppure più complesso: la fecondazione assistita. No. Affronta materie diverse. Difficili da comprendere. E da riassumere. Anche perché il tema originario della riforma ha perduto centralità e chiarezza. Ci riferiamo alla materia devolution. Argomento condiviso e dibattuto da tempo. Alla base delle tensioni che hanno provocato la crisi e il successivo sfascio della prima Repubblica. La devolution. Residuo linguistico e polemico della "questione settentrionale": la sfida all´identità e all´integrazione nazionale lanciata dalle aree economicamente più dinamiche. Le zone di piccola impresa del Nord. Il "piccolo Nord", in conflitto con Roma e Torino. Capitali del potere politico ed economico. La QS. Interpretata, fin dagli anni Ottanta, dalla Lega. Veicolo e amplificatore della protesta di quest´area. Contro lo Stato centrale. Perché, dell´autonomia - e, anzi, dell´indipendenza - del Nord, la Lega ha fatto la propria "missione". La propria bandiera, da agitare nell´agone politico ed elettorale.

Da ciò i limiti, oltre che il significato, di quasi vent´anni di dibattito "istituzionale" sulla redistribuzione dei poteri fra centro e periferia. Fra Stato e autonomie territoriali. Perché, da un lato, questa rivendicazione riflette l´esigenza di adeguare le istituzioni alla diversità di modelli culturali ed economici presenti nel Paese. Ma, dall´altro, diviene, fin dall´origine, un´ideologia. Uno strumento di lotta politica. Usato per attrarre il consenso degli elettori del Nord. Sempre più instabili - e insoddisfatti - dopo la fine della Dc. Da ciò il sussultorio andamento della riforma dello Stato, in itaglia. Avviato dalla Lega. E, quindi, accolto da altre forze politiche. Per interesse, più che per convinzione. Per necessità, più che per scelta consapevole. Inseguendo la Lega sul suo terreno. Così, a ogni fiammata indipendentista, a ogni provocazione leghista corrisponde una fase di iniziativa politica e istituzionale, da parte degli altri soggetti politici. Al successo della Lega, nel 1992, e alla fine della prima Repubblica, segue la legge 81 del 1993, che istituisce l´elezione diretta dei sindaci. Mentre l´ulteriore crescita elettorale e la sfida secessionista della Lega, nel 1996, innesca le riforme del centrosinistra, disegnate da Bassanini, che redistribuiscono le competenze dal centro alla periferia. E favorisce l´avvio, in sede bicamerale, della riforma federalista. Ancora, alla vigilia delle elezioni politiche del 2001, l´approvazione, da parte del centrosinistra, della riforma del titolo V della Costituzione è incentivata, almeno in parte, dal tentativo di rispondere all´insoddisfazione del Nord.

Poi, negli ultimi cinque anni, prende avvio l´era della devolution. Che coincide con il ritorno della Lega al governo. La Lega. Che aveva imposto il tema del federalismo, quando era impronunciabile. Per abbandonarlo, quando è divenuto patrimonio politico diffuso. E lo ha sostituito, via via, con altre parole. Indipendenza, secessione. Per ritagliarsi uno spazio antagonista e irriducibile. Fino a ritrovarsi da sola, alla fine negli anni Novanta. Con il rischio di diventare inutile. Fenomeno politico periferico e declinante. Insediato e assediato nelle valli del Nord. Da ciò la scelta di Umberto Bossi di ricucire i rapporti con il Polo. E di entrare nella Casa delle Libertà. Da inquilino esigente. Trasformando la "Lega di lotta" in "Lega di governo". Associando il linguaggio populista e la pratica politica tradizionale. Non più portabandiera del Nord che assedia Roma. Ma lobby del Nord a Roma. Dove agisce per garantirsi il consenso del Nord.

Ecco: il processo riformista, su una materia calda e critica, come l´assetto dei rapporti fra centro e periferia, ha risentito profondamente di queste tensioni. E di questo vizio d´origine. Dove le logiche del consenso politico prevalgono su quelle del progetto istituzionale. Le spinte particolari e congiunturali condizionano ogni progetto. Ne è uscito una sorta di riformismo involontario. Incerto e ondivago. Dai contorni mobili e dai contenuti fluidi. Un "federalismo preterintenzionale", abbiamo detto altre volte. Dove le regole mantengono ampi margini di indeterminatezza. Dove le parole più che definire suggeriscono. Dove i titoli contano più dei testi. Devoluzione. Piace, forse, alla Lega perché fa rima con "rivoluzione". Oppure "dissoluzione".

Anche se questa riforma, con buona pace dei suoi critici, oltre che dei suoi estensori e sostenitori, nulla ha di rivoluzionario. Non spezza, non frantuma il Paese, più di prima. È solo confusa. Frutto di compromessi e di particolarismi. La devoluzione. Che attribuisce competenze "esclusive" alle Regioni. In materie sulle quali le regioni avevano già poteri preponderanti. Scuola e sanità. E istituisce il "Senato federale", a cui spetterà il compito di legiferare nelle materie di interesse territoriale. La devoluzione. Reintroduce il limite dell´interesse nazionale (abrogato dalla riforma del 2001) che permette alla Camera e al governo stesso di intervenire sulle decisioni del Senato federale. E, reciprocamente, dà la possibilità al Senato federale di intervenire sulle iniziative della Camera ritenute in contrasto con gli interessi regionali. In più: questa riforma prevede l´istituzione di commissioni paritetiche, fra Camera e Senato, quando e dove si manifestino conflitti irrisolti, fra i due rami del Parlamento. Perché, evidentemente, nonostante le intenzioni dichiarate dal legislatore, persiste un´ampia zona di materie concorrenti, fra Stato e regioni. Insomma: questa riforma non differenzia compiti e ambiti delle Camere. Ma li complica. Li intreccia. Fino al rischio della paralisi. E la rappresentanza delle Regioni... Difficile immaginare che possa venire espressa davvero da senatori eletti più o meno come avviene oggi, direttamente dai cittadini e in numero proporzionale alla popolazione. Contemporaneamente ai consigli regionali. Ma in modo distinto. Insomma, una sorta di elezione nazionale, anche se regionalizzata. Ancora: l´autonomia finanziaria, il federalismo fiscale... Previsto, ma al tempo stesso vincolato, in modo da non generare «incremento della pressione fiscale complessiva». D´altronde, in questa fase assistiamo al ritorno dello Stato nazionale. Che accentua i controlli finanziari e normativi sugli enti territoriali (come denunciano da tempo comuni e regioni). Per rispondere ai problemi di bilancio interni, all´instabilità economica, finanziaria e all´insicurezza globale.

Per tutte queste ragioni, è difficile non provare qualche brivido di fronte a questa devoluzione. Che investe il linguaggio, oltre alla forma dello Stato. Solo che il rischio non è la secessione, ma la confusione. Tanto che (Indagine nazionale del LaPolis dell´Università di Urbino, appena conclusa; 1500 interviste) assistiamo a una significativa dissociazione semantica, tra "federalismo" e "devoluzione". Circa il 30% di coloro che approvano il "federalismo" non amano la "devoluzione". Ad una quota analoga di quanti approvano la "devoluzione" non piace la parola "federalismo".

Qui sta il problema. A (molti di) coloro che, come noi, si definiscono, da sempre, "federalisti", sentirsi chiamare "devoluti" fa una strana impressione. Non ci piace. Come il "nuovo-ad-ogni-costo". E non ci spaventa l´accusa di essere dei conservatori. Tanto più - tanto meno - dopo quindici anni di riforme involontarie e incidentali. Noi, cittadini di uno Stato di necessità. Precipitati in una "Repubblica preterintenzionale". Vorremmo avere il modo e il tempo di capire. Quale Stato stiamo diventando. Siamo diventati. E in che stato siamo ridotti.


La Repubblica
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PustaaSpedij: Wed Jun 28, 2006 3:18 pm    Post subject: Altro che federalismo!Lo spreco è nei ritardi del centrosini Respondegh cunt una citaziun

Altro che federalismo! Lo spreco è nei ritardi firmati centrosinistra

di Giovanni Calabresi - 26 giugno 2006

Il fatto che il Nord itaglia stia facendo salire la percentuale dei votanti per il referendum costituzionale è molto eloquente. La dice lunga sull'importanza delle riforme non solamente sul piano della modernizzazione del Paese e sul piano istituzionale, ma anche economico e produttivo. Il Nord industriale necessità di libertà: «libertà di» e «libertà da».Una libertà che, però, per essere piena, dovrà veder coniugare il federalismo territoriale ed amministrativo a quello fiscale, senza il quale non vi sarà vera autonomia.

Qualcuno - in modo strumentale - parla di appesantimento per le casse dello Stato, ma sarà ben difficile che il federalismo pesi sulla spesa pubblica più di 50 anni di assistenzialismo targato centrosinistra, un pozzo senza fondo, uno sperpero di denaro pubblico non finalizzato alle opere strategiche - come nel caso della spesa dedicata alle grandi opere o alla modernizzazione della sanità itagliana, come è avvenuto durante il Governo Berlusconi, bensì alla garanzia di privilegi come le baby pensioni, tanto per fare un esempio. Proprio ieri, mi è capitato in mano un numero di Quattroruote in cui si ricostruiva la storia del mensile di motori ed auto più famoso d'itaglia. Nel numero del 1967 si illustrava il disegno del Ponte sullo Stretto di Messina e se ne parlava come di opera necessaria. A distanza di quasi 40 anni, siamo ancora lì a parlarne, dato che il Progetto del Governo di centrodestra per collegare la Penisola alla Sicilia - peraltro identico a quello illustrato nel vecchio giornale di cui sopra - è sotto attacco incrociato di una sinistra che si preoccupa dei costi del federalismo, senza preoccuparsi di quelli dovuti ai ritardi nella modernizzazione del Paese.

Per usare un termine efficace e doveroso, oserei dire che è «vergognoso»: 40 anni e niente di fatto. Allo stesso modo sono almeno 30 anni che si parla di Variante di valico ed i governi di centrosinistra che si sono alternati hanno portato a casa un bel nulla. Solo le dimissioni di Antonio di Pietro, Ministro dei lavori Pubblici, nel primo governo Prodi, proprio a causa dei continui stop ad un progetto che serviva e serve a salvare la vita a centinaia di itaglian. Solo Silvio Berlusconi ha dato il via ai cantieri.

Costi del federalismo, dunque? Solo un paravento dei soliti signori della sinistra, per poter continuare a dire no a tutto e a tutti e a spendere a modo loro, per aumentare ministeri e deleghe a sottosegretari vari, in nome del solito do ut des elettoralistico. Tanto, coloro che contano veramente sono quei tre o quattro signori targati Goldman Sachs ed amici del Presidente del Consiglio in carica. Questo è il federalismo della sinistra; non territoriale, non amministrativo, non fiscale, bensì lobbistico. Il potere pubblico consegnato nelle mani di una miriade di gruppi legati alla finanza internazionale, in modo da nascondere, al momento opportuno, grazie all'amicizia con le più disparate agenzie di rating internazionali, lo stato in cui verseranno, fra un po' di tempo, i conti dello Stato. Altro che «buco» lasciato dal Governo Berlusconi... Da ora a poco tempo, si apriranno vere e proprie voragini, in nome delle clientele.

Intanto, a più di 60 giorni dall'avvento del nuovo governo, vi sono solamente 7 provvedimenti avviati e tutti preda di veti incrociati. Questi signori non sono capaci neanche di utilizzare il periodo della cosiddetta luna di miele dei 100 giorni. In compenso, Nomisma targata Prodi, sta per infilare uno dei suoi come Capo del Sismi, il Servizio segreto militare. Mica male , eh?

Giovanni Calabresi
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