Spedij: Wed Jun 28, 2006 1:43 pm Post subject: Maroni:se in itaglia ci foxe Zapatero si aprirebbe il dialogo
Roma - «Se la sinistra itagliana fosse quella di Jose Luis Zapatero o quella di Tony Blair, il dialogo verrebbe naturale». Lo dichiara, in un’intervista a Il Messaggero, Roberto Maroni, deputato della Lega nord, commentando l’approvazione dello statuto da parte dei catalani, attraverso il referendum approvato anche dallo stesso premier. Il che, a suo avviso, confermerebbe che “la sinistra in genere non è ostile al federalismo: è la sinistra itagliana che lo è», soprattutto in riferimento al referendum costituzionale itagliano del 25 e 26 giugno prossimi. «E si tratta - aggiunge Maroni - di un’anomalia rispetto al resto d’Europa».
«Qui non si tratta di difendere la Costituzione - afferma ancora - La tradizione politica europea, dimostrata da Blair e Zapatero, dice storicamente che la sinistra riformista è favorevole a una forma federale dello Stato, mentre la destra è invece legata a un modello centralista e nazionalista. Da noi, invece, avviene il contrario».
«La sinistra itagliana, a iniziare dagli anni ’90 - spiega l’ex ministro del Welfare - si è scoperta nazionalista. Prima bruciavano le bandiere italiane in piazza, prima Dario Fo faceva gli spettacoli in dialetto. Poi si sonos coperti imporvvisamente tutori della Patria e del centralismo».
La spiegazione di tutto questo per Maroni è che «quando la Lega è entrata sulla scena politica, l’unico modo che hanno trovato per contrastarla è stato quello di tradire anche i loro ideali e di voltare le spalle al federalismo. L’anomalia si è compiuta del tutto quando la destra itagliana, tradizionalmente nazionalista e centralista, si è fatta federalista».
Quanto alla possibilità di un dialogo con questa sinistra in itaglia, Maroni ricorda che «siamo sempre disposti a dialogare con tutti» ma «con la sinistra itagliana, se va avanti così, mi sembra molto difficile». Sono quindi i movimenti di sinistra «che devono uscire da quell’arroccamento nel quale si sono messi. Noi diciamo le stesse cose che diceva Pujol in Catalogna. Lui, Pujol, sulla base di quelle cose dialoga con Zapatero. A noi ci dicono che dobbiamo andare in galera. Se la sinistra itagliana fosse quella di Zapatero (emendata dagli eccessi di altro tipo) o di Blair, il dialogo verrebbe naturale».
Il federalismo della Catalunya, secondo Maroni, «è il più adattabile alla realtà itagliana. Loro lo hanno chiamato federalismo progressivo. Lo Stato centrale stabilisce quali settori di competenza possono diventare di esclusiva gestione regionale, e le Regioni a loro volta valutano se sono in grado di acquisire l’autonomia gestionale in quegli stessi settori. Per una realtà complessa e variegata come l'itaglia - conclude - è la miglior strada da seguire».
Spedij: Wed Jun 28, 2006 1:44 pm Post subject: FEDERALISMO FISCALE TRA PRINCIPI E REALTÀ
FEDERALISMO FISCALE TRA PRINCIPI E REALTÀ
19/06/2006
Non è un caso che il referendum del prossimo 25-26 giugno sia stato incentrato sulla devolution, cioè sul trasferimento di poteri dal centro alla periferia. Ora il federalismo è un fenomeno prismatico, di cui la devolution è una faccia che si congiunge con altre altrettanto rilevanti. Ridistribuire le competenze tra Stato e Regioni vuol dire azionare una cinghia di trasmissione che smobilizza anche i rapporti tra Regioni ed enti locali. Ma vuol dire anche, all’estremo opposto della colonna vertebrale dello Stato, ridisegnare il Parlamento e gli organi centrali per accogliere il nuovo sistema delle autonomie. È il caso del principio di sussidiarietà e del Senato federale, nodi principali dell’intricato tessuto normativo che dovrebbe riconnettere tutti questi fattori in un quadro coerente che non può prescindere dalla questione del finanziamento di Regioni ed enti locali. Il travaso di competenze legislative esclusive alle Regioni implica perciò una ristrutturazione anche delle loro competenze fiscali. Il primo dato di fatto, anche politico, è la riforma del Titolo V della Costituzione. È questa la sede del principio dell’autonomia finanziaria, sia di entrate che di spesa, oltre che per le Regioni, anche per gli enti locali, tutti organi ai quali è riconosciuta la possibilità di stabilire propri tributi ed entrate. La riforma del centrodestra trasferisce sostanziali legislative esclusive sull'organizzazione della Sanità, l'organizzazione scolastica e la polizia locale. Se il referendum sarà approvato, questo trasferimento costringerà le Regioni a un corposo intervento fiscale. Davanti alla cristallina chiarezza del dettato costituzionale (articolo 119) si dischiude però una selva oscura di questioni irrisolte, riconducibili all’attuazione concreta, troppo polverosa e abbandonata alla sperimentazione locale, che non sempre produce frutti maturi. Lasciare intonsa la questione dell’attuabilità del federalismo fiscale significa conservare ancora riserve sul suo stesso significato, dettate dallo scarto tra principi e realtà. Il vantaggio di collimare più efficacemente la rappresentanza degli interessi locali e, pertanto, permettere ai cittadini una sorveglianza più oculata sui loro amministratori, è neutralizzato da due persistenti circostanze sfavorevoli. Se i deficit dei bilanci locali continuano a poter essere scaricati sul bilancio statale ottenendo trasferimenti più ingenti, e la fornitura dei servizi non deriva da imposte locali, allora il federalismo fiscale resta solo una maschera che copre altro. Il cammino della realtà ha quindi tracciato una sorta di zig-zag dove l’esuberanza fiscale di alcune Regioni ha scatenato la reazione restrittiva dello Stato. L’attuazione del federalismo fiscale ha preso avvio con l’aumento dell’addizionale Irpef introdotto da alcune Regioni e l’incasso dell’Irap, nonché da molti Comuni, e con l'imposizione dei ticket sui prodotti farmaceutici, che già mostravano strutture delle aliquote molto diverse da Regione a Regione. Allo stesso modo le Province incassano l’Ipt, così come i Comuni con l’Ici e con l’addizionale comunale Irpef. Già questi primi passi hanno lasciato disparità negli effetti. A parità di aliquota, il gettito fiscale regionale subisce nette distorsioni a causa della variabilità della base imponibile, essenzialmente dipendente dal reddito medio. Senza adeguati trasferimenti dello Stato, il sistema economico sarà sottoposto a forti divari dell’imposizione fiscale e, quindi, dell’erogazione dei servizi. Si aprirebbe uno scenario in cui il divario fiscale produce anche un profondo divario sociale, attivando flussi migratori che accentuano, anziché equilibrare, queste disparità fiscale. Le iniziative fiscali locali sono piombate come macigni nella voragine dei conti pubblici. L’unica, possibile, misura per contenere lo sfondamento della spesa pubblica è stato finora un susseguirsi di interventi estemporanei, a partire da tagli alla spese locale, dal ribasso dei tetti di spesa per gli enti locali con un inasprimento del patto di stabilità interno. Tutto ciò in assenza di una legge-quadro che disciplini le articolazioni del sistema tributario. L’innalzamento automatico dell’aliquota Irap per le Regioni con spesa sanitaria in deficit è l’ultimo di questa serie di freni azionati dallo stato con la Finanziaria 2006. La compartecipazione al fondo perequativo dello Stato diventa allora l’extrema ratio con cui ossigenare i polmoni locali, riducendo le disparità ma vanificando così i benefici del decentramento fiscale. Insieme ai trasferimenti statali, la compartecipazione al gettito dei tributi erariali dovrebbe essere la salvaguardia per quegli enti con minore capacità fiscale per abitante, mentre invece il suo ricorso è divenuto una prassi generalizzata. Ecco il lato debole del gracile federalismo fiscale in salsa itagliana, che coinvolge marginalmente le periferie nella gestione dei fondi, al costo però di imporre vincoli, impedendo lo sviluppo di una attiva imposizione fiscale. Ancora una volta, il fattore scatenante è la mancata attuazione di concreti strumenti affinché ogni ente locale possa esercitare la sua autonomia fiscale. Si è quindi creata una situazione di tensione tra Stato controllore ed enti che si barcamenano a far quadrare bilanci, sempre più stretti in entrata ma larghi in uscita, mediante un gettito sul quale non hanno potere. Se queste siano le prove generali del federalismo fiscale è ancora prematuro da comprendere. La maggioranza di oggi è la stessa che ha introdotto il federalismo fiscale in costituzione e ora può introdurlo anche nella realtà, completando la “sua” riforma con gli strumenti operativi necessari. Votare sì o votare no al referendum non è quindi una scelta per inserire o escludere il federalismo fiscale, che invece c’è già ma non è attuato correttamente. Di fronte alla limpidità della costituzione e alla crisi delle casse centrali e locali, il dibattito politico continua a sbadigliare sul federalismo fiscale, relegandolo a nota marginale sull’agenda politica.
Spedij: Wed Jun 28, 2006 1:44 pm Post subject: «La Lega sta nella Cdl anche se vince il si»
«La Lega sta nella Cdl
anche se vince il si»
«L'ALLEANZA della Lega con la Cdl non è in discussione, anche in caso di sconfitta della coalizione nel referendum costituzionale del 25 e 26 giugno. Il federalismo è la "parola magica" della riforma costituzionale sulla quale dovranno esprimersi gli elettori». Sono considerazioni che il leader della Lega Umberto Bossi consegna a Famiglia Cristiana in un un'intervista che sarà pubblicata sul numero di oggi in edicola. E «se passa la parola magica federalismo nella Costituzione — ha aggiunto il capo della Lega — tutto il resto è conseguente. A quel punto lì è fatta, si può fare qualunque cosa, compresa una magistratura eletta dal popolo». Qualunque dovesse essere il risultato del referendum, dice Bossi, l'alleanza di centrodestra non ne risentirà. «I miei alleati stanno dandosi da fare per il sì, concretamente», ha detto Bossi. «Anche Casini ha messo i suoi manifesti». Per quanto riguarda le «altre vie» cui aveva accennato la settimana scorsa (e che avevano alzato un polverone di polemiche) che potrebbero aprirsi se la strada democratica per fare le riforme verrà preclusa dalla vittoria del no, il Senatur esclude azioni di forza e spiega che la vittoria del sì vorrebbe dire che «chi voleva fermamente la via democratica è stato premiato». «Quella roba lì che ho detto — ha spiegato — ha fatto effetto e dovevo dirla», ma non era l'annuncio di azioni di forza. «Io penso di più a disegni di legge popolari, a colpi di mezzo milione di firme. Poi vediamo se è così facile non fare le riforme». Umberto Bossi, sempre per cercare di raffreddare le polemiche su quelle affermazioni che hanno destato una dura reazione da parte della maggioranza, ha tenuto a precisare che quella del Nord «è brava gente» e «non prenderebbe mai il fucile». Tuttavia sottolinea anche che «è scontenta» e «arcistufa», perché «s'è accorta che dopo anni di lotta non cambia niente, che continua a pagare tasse non per i servizi dei suoi Comuni e della sua regione, ma per mantenere lo Stato». «Spero — ha auspicato Bossi — che anche il Sud voti per il sì, altrimenti il Nord vede il Sud come antagonista politico». Inoltre, per Umberto Bossi, i risultati della nazionale ai mondiali di calcio non potranno cambiare l'atteggiamento dell'elettorato verso il referendum. «Una vittoria della Nazionale può fare sentire itagliano chi si sente già itagliano», e «chi non si sente tale non è che può cambiare idea per una partita di calcio. Noi leghisti ci sentiamo itaglian, ma non di questa itaglia, di un paese diverso, ci sentiamo figli e nipoti di quelli che hanno fatto l'itaglia andando a morire sul Piave, combattendo per il tricolore ma parlando in dialetto».
Spedij: Wed Jun 28, 2006 1:45 pm Post subject: LE ACLI PER IL "NO" AL REFERENDUM
LE ACLI PER IL "NO" AL REFERENDUM
Contrari al metodo usato per approvare le riforme
Scendono in campo pronunciando il “no” al referendum del 25 e del 26 giugno le Acli di Capitanata. I motivi di contrarietà riguardano il metodo con cui è stata approvata la riforma che è inaccettabile in quanto sono le norme costituzionali a fondare l’identità nazionale e non possono essere modificate se non con una maggioranza qualificata e trasversale. La presidenza provinciale delle Acli afferma che le riforme della Carta Costituzionale devono essere coerenti a prescindere dai rapporti di forza parlamentare. La riforma in questione, al contrario, appare viziata da una logica di scambio avvenuto attraverso una sommatoria eterogenea delle varie posizioni in materia costituzionale presenti nei partiti che componevano la maggioranza di centro destra.
Le Acli di Capitanata ritengono, inoltre, che vada combattuto il dispotismo del primo ministro e un federalismo di facciata che presenta una sorta di testa di ponte nella Costituzione del retropensiero secessionista di alcune forze politiche che non hanno il coraggio di dichiararlo apertamente.
Questo falso federalismo incide pesantemente sullo stesso meccanismo di formazione delle leggi e cerca di sottrarre indipendenza ad ogni organismo costituzionale. Tutto il disegno della riforma ridimensiona sensibilmente le figure indipendenti in molti organismi fondamentali, come nel caso del presidente della Repubblica che non avrà più il potere di sciogliere le Camere, così come nel caso del Consiglio Superiore della Magistratura in cui potranno essere nominate persone che non hanno alcuna competenza giuridica.
Le Acli intendono, quindi, confutare gli slogan propagandistici dei sostenitori della riforma ed esprimono il proprio dissenso davanti a una riforma costituzionale che non migliora la governabilità e la partecipazione popolare e non promuove il principio di sussidiarietà e non valorizza la società civile. Le Acli, infine, ritengono che in questo momento sia prioritario sostenere le ragioni del “no” e auspicano una maggiore consapevolezza dei cittadini affinché non siano oggetto di strumentalizzazione, pena l’indebolimento e l’isolamento dei territori regionali itaglian.
Spedij: Wed Jun 28, 2006 1:46 pm Post subject: Referendum: le ragioni di Forza itaglia e dell'On. La Loggia
Referendum: le ragioni di Forza itaglia e dell'On. La Loggia
FERMO - L'incontro l'altra sera al Royal di Lido di Fermo: "Un sì per non bloccare la spinta riformista del Paese e non cedere ai conservatori"
Da oltre un quarto di secolo si cerca di cambiare e ammodernare la vecchia costituzione del ’48, per adeguarla alle mutate esigenze della società. Dalla Commissione Bozzi a quella De Mita, Jotti e D’Alema sono ben sette le legislature gettate al vento con inconcludenti discussioni. Tutte le forze politiche, in primo luogo quelle che oggi dicono no al referendum, hanno tentato inutilmente di cambiare la seconda parte della Costituzione, quella relativa alla organizzazione e al funzionamento delle Istituzioni.
Con queste premesse si è presentato l’On. Enrico La Loggia ad un incontro pubblico che si è tenuto ieri sera presso la sala congressi dell’Hotel Royal organizzata dal coordinamento comunale di Forza itaglia sul “Perché votare SI’ al referendum del 25/26 giugno”. A fare gli onori di casa il Coordinatore regionale di Forza itaglia On. Remigio Ceroni, l’On Francesco Zama e il Sindaco di Fermo Saturnino Di Ruscio.
“Dobbiamo arrivare al 2001 – ha affermato La Loggia - per promulgare la devoluzione realizzata dal solo centrosinistra con la modifica del titolo V della Costituzione (che riguarda le competenze di Regioni, Province e Comuni). Una modifica peggiorativa che ha aumentato i costi e l’inefficienza delle istituzioni, ha accresciuto conflitti tra Stato, Regioni ed Enti locali, creando un federalismo rissoso e confuso (oltre 400 infatti le questioni che deve dirimere la Corte Costituzionali per effetto dell’entrata in vigore della normativa del 2001). Essa ha addirittura soppresso dalla costituzione il principio della tutela dell’interesse nazionale e ha sottratto allo Stato materie come l’energia e le grandi infrastrutture, attribuendole alla competenza concorrente delle regioni, con il rischio di paralisi in settori vitali per lo sviluppo del paese. Per queste ragioni il centro destra ha proposto una riforma organica della parte seconda della Costituzione, delineando un insieme coerente di modificazioni, tra cui la correzione della modifica del 2001, la forma di governo, la riduzione di 175 parlamentari, un nuovo tipo di federalismo. Se prevarranno i no - ha concluso l’On. La Loggia - la riforma sarà respinta. In tal caso la spinta conservatrice sarà fortissima e probabilmente rimarrà immutata la vecchia Carta Costituzionale, non più adeguata ad affrontare le sfide che i tempi ci impongono, insieme alla pessima modifica del 2001. Se prevarranno i sì, la riforma sarà approvata e ci sarà anche tempo e modo per migliorarne alcuni aspetti tecnici, in quanto l’entrata in vigore sarà graduale”.
mercoledì 21 giugno 2006, ore 09: fm.ilquotidiano.it
Spedij: Wed Jun 28, 2006 1:52 pm Post subject: Maturità: 'I temi? Affossano il referendum'
PROTESTA LEGHISTA
'I temi? Affossano il referendum'
Il quotidiano La Padania accusa: 'Hanno assegnato Mazzini, nemico numero uno del federalismo... Vogliono creare un clima contrario alla riforma'
ROMA, 22 giugno 2006 - "A quattro giorni dal referendum confermativo della riforma della Costituzione, fra le tracce assegnate per il tema di maturità, una riguardava il pensiero del nemico numero uno del federalismo, Giuseppe Mazzini. Così si mette a segno un secondo 'atout', dopo quello già ampiamente strombazzato di assegnare, nell'ambito del premio Strega, uno speciale riconoscimento proprio alla Carta fondamentale del 1948".
E' la "denuncia" fatta dal quotidiano leghista 'La Padania' in un articolo pubblicato in prima pagina. "Sembra davvero - prosegue - che i poteri forti si muovano di concerto per esaltare la nobile purezza di una Costituzione che pare scritta sulle tavole della Bibbia".
"Un minimo di senso del decoro e del ridicolo - si legge - avrebbe dovuto consigliare, ai fautori del 'no' nella consultazione di domenica e lunedì prossimi, di non scadere in invasioni di campo, al di fuori del dibattito politico basato su considerazioni tecnico-giuridiche, oltre che politiche in senso generale".
"E invece è avvenuto il contrario - continua il quotidiano - la volontà precisa è quella di creare una sorta di clima, di atmosfera favorevole alla bocciatura della riforma, attraverso questi mezzucci".
"Che poi - osserva ancora il giornale del Carroccio - tanto mezzucci non sono: perché lo Strega è il più ambito tra i premi letterari di casa nostra, mentre la scelta del tema su Mazzini, mette di fronte una folta platea di studenti alla necessità di ragionare e scrivere secondo l'impostazione già programmata dagli ispettori del ministero".
Spedij: Wed Jun 28, 2006 1:53 pm Post subject: Il governo dei No
Il governo dei No
di Renzo Rosati
27/6/2006
Romano Prodi
Gli itaglian hanno mostrato di non gradire la scorciatoia della spallata per far cadere Prodi. Ma grave errore sarebbe continuare in un'opera di smantellamento delle riforme del governo precedente: devoluzione, droghe, riforma Moratti, grandi opere, tasse, decreti sull'ambiente... Forum
Quella del no è stata una vittoria senza se e senza ma. Lo è stata sia per dimensioni sia per peso politico: difficile credere che il 61,3 per cento degli itaglian abbia voluto solo esprimere il proprio dissenso sulla riforma federalista; più plausibile che abbia contato la capacità di mobilitazione del centrosinistra e una sorta di rigetto in settori dell’elettorato della recente strategia dell’asse Berlusconi-Bossi. Strategia centrata sulla cosiddetta spallata: far cadere il governo di Romano Prodi con una sorta di rifiuto del Paese. Magari per vendicare la «vittoria usurpata» del 9 aprile.
SCORCIATOIA
Gli itaglian hanno mostrato di non gradire questa scorciatoia, così come avevano fatto alle amministrative del mese scorso. Prodi e l’Unione hanno confermato di saper reggere a simili prove di forza o spallate che siano: ed è la terza volta che ci riescono, considerando anche le battaglia per il Quirinale, la Camera e il Senato.
Qui però si fermano (e non sono pochi) i motivi di soddisfazione per il centrosinistra. L’errore che Prodi potrebbe commettere è di inebriarsi di no, continuando, attraverso annunci e pronunciamenti sollecitati all’opinione pubblica, in un’opera di smantellamento delle riforme del governo precedente. Magari per mascherare le difficoltà che l’esecutivo in carica ha di fronte.
LISTA
La lista dei no su cui il centrosinistra si sta cimentando è lunghissima. Dopo la devoluzione ci sono le droghe cosiddette «leggere», la riforma Moratti, le grandi opere, le tasse, fino ai decreti sull’ambiente che il ministro Alfonso Pecoraro Scanio ha deciso di cancellare gettando nell’incertezza aziende, comunità locali, operatori turistici.
ECONOMIA, LAVORO, PENSIONI
Se il no nel referendum è stato programmato, adesso si attenderebbe qualche sì, o meglio qualche atto di governo. Che cosa ha intenzione di fare, non di disfare, Romano Prodi sull’economia, sul lavoro, sulle pensioni? Si tratta solo del menù «tanto per cominciare», per affrontare il buco di bilancio. Poi il centrosinistra dovrà chiarire e possibilmente attuare la propria politica sociale, fiscale, nell’istruzione e nell’informazione, nonché le scelte per l’estero.
INUTILE CERCARE TRADITORI
Al tempo stesso anche l’opposizione ha abbondante materia per riflettere. Archiviata la spallata, è inutile cercare traditori e tradimenti. Il perché ci viene dal risultato di Milano, metropoli culla e simbolo del berlusconismo, che un mese fa ha scelto come simbolo un personaggio scomodo come Letizia Moratti; ma dove nei giorni scorsi si erano pronunciati per il no settori importanti della classe dirigente e della società civile come le gerarchie della Chiesa e Comunione e liberazione. Non si tratta qui di una trasmigrazione a sinistra di consensi moderati; si tratta di un diverso orientamento dei moderati stessi rispetto alle tattiche di Bossi e Berlusconi.
QUESTIONI CONCRETE
Il centrodestra potrà contrastare Prodi in Parlamento e naturalmente di fronte all’opinione pubblica: ma su questioni concrete, l’economia innanzi tutto. Non mancheranno le occasioni né i margini della rivincita. Ciò che il Paese ha mostrato di chiedere è che il governo cerchi di governare, se ne è capace; e che l’opposizione faccia il proprio lavoro.
Il Segretario della Quercia
Piero Fassino
ROMA. Esplode l’itaglia al rigore degli azzurri, ma per fortuna la vittoria contro la devolution è stata tutt’altro che di misura: «E’ andato a votare il 53 per cento degli itaglian, ed è la prima volta che un referendum torna ad avere, dopo tanti anni, una tale partecipazione. E per giunta, al termine di una stagione elettorale intensissima». Comincia da qui il segretario della Quercia Piero Fassino, uno dei pochi leader politici ad essersi speso in una sia pur brevissima campagna referendaria. «Guardi, siamo di fronte a un risultato straordinario: vittoria del No netta, diffusa in tutto il Mezzogiorno, chiarissima nell’itaglia centrale con un contributo decisivo delle cosiddette regioni rosse, e chiara anche nel Nord dove la riforma della Cdl ha vinto solo in 2 regioni su 7».
Però i Sì hanno prevalso in ampie zone della Lombardia e del Veneto. Questo sembra riconfermare la geopolitica dell’itaglia uscita dalle ultime elezioni: è un dato di cui l’Unione dovrebbe preoccuparsi?
«Veneto e Lombardia sono importanti, e sono due delle quattro regioni governate dalla destra, ma non sono tutto il Nord. Non è che Torino, Genova, Trieste e Trento stiano sotto l’equatore... E il No ha vinto a Milano, provincia e Brianza comprese. E’ poi noto che Lombardia e Veneto sono le zone in cui è più forte la Lega, che è quasi un partito a radicamento regionale. La diffidenza contro lo Stato e le istituzioni, l’avversione a Roma e a tutto ciò che è pubblico nelle vallate lombardo-venete è un sentimento antico, e si è manifestato anche stavolta. Eppure il Sì in quelle zone è prevalso di strettissima misura».
Lei ha sempre detto che la vittoria del No avrebbe favorito un processo di convergenza tra maggioranza e opposizione in tema di riforma della Costituzione. Ma il primo ostacolo non sarà proprio l’implosione della Cdl, con la Lega che magari esce dalla coalizione, come ha a suo tempo annunciato?
«Credo che questa sconfitta, la terza in un crescendo di risultati per la destra sempre più negativi, dovrebbe porre una riflessione che mi auguro sia autocritica. Mentre lei e io parliamo, si son fatti sentire con dichiarazioni solo Bondi e Cicchitto, gli ascari di turno. A caldo, nessuna reazione da Berlusconi, Fini, Casini. Può darsi che nella Lega prevalga l’arroccamento, ma spero invece che si apra un dibattito, che Bossi non si chiuda in un atteggiamento secessionista. La Cdl ha perso le politiche e sperato di poter riequilibrare quel risultato con una vittoria nelle grandi città e al referendum: non è andata così, complessivamente si è trattato per loro di una grande sconfitta. Adesso che la lunga sequenza elettorale è terminata spero che elaborino il lutto, e si apra una discussione vera al loro interno».
La Lega, lei dice. Sa che la sinistra dell’Unione già sospetta traffici tra i riformisti e i leghisti in materia di federalismo...
«La nostra posizione è chiara, da sempre. Nel programma dell’Unione c’è un federalismo vero, pieno, federalismo fiscale e Senato federale compresi. E abbiamo detto sin dall’inizio che chiamare gli itaglian a votare No al referendum era l’unico modo per aprire la strada delle vere riforme costituzionali».
C’è un punto che riguarda la maggioranza: ha vinto il No senza se e senza ma, o il No riformista? Glielo chiedo perché Bertinotti ha già a suo tempo ventilato una pausa di riflessione, prima di rimetter mano alla Carta comune...
«Ripeto: tutta l’Unione ha chiesto il No in nome della volontà di aprire un percorso riformatore. E’ significativo che l’abbia detto anche Scalfaro, un uomo che viene caricaturalmente dipinto come chiuso a qualsiasi correzione costituzionale, mentre non è così. D’altra parte, il programma dell’Unione parla chiaro. Lo hanno firmato tutti i partiti del centrosinistra, compresa Rifondazione. Se quel programma vale per il ritiro dall’Iraq, vale anche per le riforme costituzionali».
Lei ha ripetuto molte volte che il punto di partenza sarà la modifica dell’articolo 138 della Costituzione, di modo che non sia più possibile riformarla a maggioranza semplice. Questo sarà dunque il primo banco di prova nel dialogo con l’opposizione. Ma se la Cdl non parteciperà quella modifica, cosa farete?
«Noi siamo convinti che la Costituzione non si cambia sulla base delle convenienze di una maggioranza di governo, ma sulla base delle esigenze di stabilità e modernizzazione del sistema democratico. Dunque bisogna introdurre la maggioranza qualificata, che induca a cercare larghe intese in materia di riforme istituzionali. Confermiamo quell’impegno. Se con il centrodestra si arriverà a condividere la modifica del 138 bene, altrimenti noi cercheremo comunque con loro un confronto sulle riforme. Si può avere una larga condivisione anche senza modificare il 138, basta che ci sia la volontà politica».
Quando si aprirà il confronto, quale sarà la sede? Una nuova Bicamerale, una Convenzione, o semplici modifiche da apportare alla forma di governo, al federalismo, al bicameralismo?
«Discutiamo in modo aperto anche la sede. Non ci sono proposte a priori, tra le molte in campo. Un’Assemblea costituente, che mi sembra molto complessa dal punto di vista procedurale. La possibilità di adottare il modello della Convenzione europea. Oppure si può procedere in Parlamento sulla base dell’articolo 138, meglio se modificato. Se vogliamo fare le riforme insieme, con la Cdl bisogna condividere anche lo strumento, oltre che il progetto di riforma costituzionale».
Cosa farete se la Cdl si chiuderà al dialogo, a partire dalla modifica del 138?
«Vedremo. Ma intanto dico: perché dobbiamo partire dall’idea di una loro chiusura? Io mi auguro che dopo questa sconfitta riflettano. E avendo il centrodestra sempre detto che vuole riformare le istituzioni, non credo che i suoi leader si arroccheranno. Smentirebbero davanti ai cittadini e ai loro elettori la tanto proclamata volontà riformatrice».
Spedij: Wed Jun 28, 2006 1:58 pm Post subject: Maroni:Vediamo se le aperture dell'Unione son serie
Maroni (Lega): Vediamo se le aperture dell'Unione al dialogo sono serie
Martedì, 27 giugno
''Vogliamo capire se queste aperture ci sono. Se sono serie, perche' finche' c'e' uno spazio... trattiamo''. Parole del leghista Roberto Maroni, pronunciate con un interlocutore particolare: Piero Fassino, segretario dei Ds. Occasione un convegno sulla ''Questione settentrionale'' organizzato a Roma dalla Fondazione David Hume.
Per la Lega, ''tutti sono interlocutori, tutti quelli che vogliono il federalismo'', ha aggiunto Maroni sottolineando che ''Fassino e Prodi dicono che vogliono il dialogo, ma Giordano ma anche i Verdi e il Pdci non sono della stessa opinione... E io tra Prodi e Giordano credo che conti politicamente di piu' Giordano perche' e' lui che comanda al centrosinistra, e Prodi puo' contare solo su se stesso e pochi altri...''.
Comunque, ha affermato Maroni ''le riforme si fanno in Parlamento e allora vorremo sapere se c'e' una voce univoca del centrosinistra perche' altrimenti vorrebbe dire che sulle riforme l'Ulivo e' contro Rifondazione e allora dov'e' la maggioranza?''.
Ancora sul dialogo e sulla possibilita' di aprirlo col centrosinistra, ad una domanda esplicita in questo senso, Maroni ha affermato: ''Il nostro obiettivo era e resta il federalismo e per raggiungerlo siamo disponibili sia al diavolo che all'acqua santa! Potrei ricordare che in passato abbiamo dialogato col centrosinisatra e se questo dialogo e' fallito non e' per colpa nostra,. Il nostro obiettivo resta il federalismo. Quello che e' avvenuto (col referendum) ci obbliga a una riflessione seria. L'obiettivo e' il federalismo,, tutto il resto e' tattica... Stare al governo o all'ooposizione non ci importa tanto... Se stare all'oopposizione serve a fare il federalismo, allora dico di Si'''.
Nonostante il referendum, ''la questione settentrionale c'e' -ha detto ancora Maroni- ed e' stata riaffermata ieri, ma si pone in termini diversi rispetto a quelli a cui la Lega era stata abituata. Quindi dobbiamo cambiare. SE questo comportera' un riassetto all'interno della Casa delle liberta', non lo so. Ci penseremo quest'estate e poi daremo una risposta. Bossi dara' una risposta, come sempre''.
Una bacchettata infine e' stata data da Maroni al suo collega di partito Francesco Speroni che ieri aveva detto che l'itaglia e gli itaglian fanno schifo: ''Capisco la sua delusione ma la sua reazione emotiva non la condivido. Certo l'amarezza e' forte, ma la colpa e' nostra se gli itaglian non ci hanno votato. Non abbiamo saputo comunicare. Quella di Speroni e' stata una battuta infelice. Dobbiamo fare il mea culpa, abbiamo sbagliato noi: non siamo stati capaci di convincere i cittadini a sud del Po''.
Spedij: Wed Jun 28, 2006 1:59 pm Post subject: Fassino: ora approviamo insieme il federalismo
Fassino: ora approviamo insieme il federalismo
26/06/2006 23.30.00
[Notizie dall´itaglia]
(ANSA) -ROMA, 26 GIU- Dopo 'la bocciatura di un brutto pasticcio' l'Unione vuole 'mettere mano' alle riforme insieme alla Cdl, cosi' Fassino allo 'Speciale Tg1. Il segretario dei Ds ha spiegato che il centrosinistra ha detto no al quesito referendario 'non in nome dell'imbalsamare la Costituzione, ma per fare le riforme a partire dal federalismo e dai principali Organi dello Stato'. 'Ora -ha proseguito- il centrosinistra cerchera' un confronto con il centrodestra'. CIC (Riproduzione Riservata)
Spedij: Wed Jun 28, 2006 2:00 pm Post subject: L'itaglia NON CAMBIA MAI
di VITTORIO FELTRI
Referendum: vincono i no dei vecchi pannoloni. Solo Lombardia e Veneto dicono sì Ai Mondiali i soliti azzurri del solito Lippi sull'orlo del disastro. Poi il rigore
Non c'è molto da stupirsi per quanto accaduto ieri. Riflette fedelmente lo stato del Paese che, date le sue caratteristiche, non può dare di più. La Nazionale di calcio ha vinto a stento contro l'Australia, promossa ai quarti di finale nel modo in cui tutti hanno potuto costatare: molto cuore,un po' di culo e testa rintronata. E il referendum confermativo bocciato seccamente, cioè con uno scarto di voti tale da rendere superflua ogni discussione. La Costituzione non sarà quindi modificata e la riforma di Bossi torna al mittente con l'ordine di cassarla. Segno evidente che il Paese non è maturo per uscire dal pregiudizio sinistreggiante secondo il quale la Carta non si tocca, a menoche non sia la sinistra a farlo. In praticahanno trionfato i tromboni resistenziali, i nonni della Patria, la dittatura dei pannoloni. In estrema sintesi l'itaglia ha confermato di essere la solita decrepita Italietta incapace di adeguarsi ai tempi e alle esigenze mutate dei cittadini. Il nostro Pallone è marcio e lo sapevamo. Ma è pur sempre migliore della politica antiquata e bolsa; nei momenti topici se non altro fa casino e di riffe o di raffe qualcosa porta a casa. Poi si vedrà. Mentre il resto - gli uomini delle istituzioni - genera malinconia se non disperazione. Si perde in un bicchier d'acqua; alla fine annega nei luoghi comuni e nella banalità. E il giudizio vale tanto per l'attuale maggioranza come per l'opposizione. Il governo Berlusconi ha provato a dare una spallata al vecchiume, ma lo ha fatto con grande ingenuità. Ha introdotto elementi importanti di federalismo e ha tentato di semplificare la vita pubblica; bisogna dargliene atto. Tuttavia doveva sapere che una volta approvati gli emendamenti in Parlamento, secondo le procedure speciali relative alla materia, la pratica non era conclusa poiché in extrema ratio esiste la facoltà di ricorrere al referendum. Giudizio popolare inappellabile. Rischio che la Cdl ha voluto affrontare con faciloneria pur essendo risaputa la ritrosia dei connazionali dinanzi a qualsiasi cambiamento delle regole fondanti la Repubblica. Spiegazione più dettagliata. La parola stessa: federalismo, fa paura al Mezzogiorno; suscita perplessità al Centro (prevalentemente rosso: Emilia, Toscana, Umbria, Marche) e terrore in Molise, Abruzzo, Calabria eccetera; idem nelle Isole. Ora, come si potesse pensare di aggiudicarsi un referendum stante la composizione sociologica del Paese, rimane un mistero buffo. Ricordo una mia polemica durante un programma tivù con Gianfranco Fini. Gli dissi: occhio, perché la sconfitta al plebiscito è scontata. E lui, piccato: non ho la sfera di cristallo, ma non credo proprio che la partita sia persa in partenza. Ragazzi. Per fare due calcoli non serve un cervellone da scienziati; è sufficiente un minimo di pazienza e aver conquistato la licenza elementare. Ecco i numeri. Gli aventi diritto al voto erano (sono) 48 milioni e rotti. Nord (est e ovest): 22 milioni e rotti. Centro: 9 milioni e rotti. Sud: 11 milioni e rotti. Isole: 5 milioni e rotti. La somma dei votanti del Centro, del Sud e delle Isole è 26 milioni. Il Nord, ripeto, conta su 22 milioni. Differenza a sfavore dei settentrionali (sotto il profilo numerico): 4 milioni. A prescindere dall'affluenza alle urne, la quale peraltro è stata superiore alle stime del giorno prima, è ovvio che il Sì non aveva alcuna probabilità di passare. Nonostante ciò i craponi del centrodestra hanno preteso la verifica e sono andati a sbattere contro il muro, rompendosi il naso. Da notare che nella Cdl erano palesi opinioni contrarie alla rettifica costituzionale: per esempio dell'Udc (almeno in parte) e di Alleanza Nazionale, nella sua componente sudista. L'esito dunque non poteva che essere un trionfo del No per questioni di mera aritmetica. Una figuraccia cercata e ostinatamente perseguita. C'è di più. I referendum hanno stufato la gente. L'esercizio del voto ha stancato gli elettori di centrodestra, delusi dagli ultimi risultati. Fissare al 25 giugno la data delle consultazioni, ovvero in una stagione nella quale il mare attrae più del seggio, è stato un suicidio. Sarebbe stato più conveniente far coincidere le politiche con il referendum. Sono dettagli, forse ininfluenti. Confesso di aver tracciato la mia croce sul Sì nella convinzione fosse necessario cancellare il vecchio e aprire al nuovo. Ma ero consapevole del mio velleitarismo. E non solo del mio. Débâcle annunciata meglio sopportata. Mi dispiace per Bossi e per Berlusconi. Nonché per tutti gli itaglian, però è utile rassegnarsi: chi è causa del suo male pianga se stesso. Io non piango; sacramento. Non è la sinistra che mi fa paura, bensì i cretini, e i cretini sono una moltitudine. Ad maiora. Non ci resta che Lippi. Siamo nelle sue mani. Oddio in che mani siamo.
Spedij: Wed Jun 28, 2006 2:02 pm Post subject: Referendum: zanon (an), riparta dal veneto la riforma
Referendum: zanon (an), riparta dal veneto la riforma
27/06/2006 16:06
Venezia 27 giu. (Adnkronos) - "La politica regionale non puo' stare a guardare sul futuro del Federalismo". Lo afferma, in una nota, il Consigliere Regionale veneto di An, Raffaele Zanon che annuncia di aver chiesto formalmente al Presidente della Commissione Statuto Francesco Piccolo di avviare il percorso per ridisegnare la Carta Costituzionale del Veneto (ovvero lo Statuto) con l'obiettivo di conferire alla regione quelle forme particolari di autonomia che "ormai i veneti reclamano con forza vista cosi' l'affermazione del Si in questa parte d'itaglia".
Spedij: Wed Jun 28, 2006 2:59 pm Post subject: La devolution del Centrodestra
La devolution del Centrodestra
27/6/2006
di Luigi La Spina
La prima sconfitta, la notte dell’11 aprile, era stata quasi una mezza vittoria: Berlusconi, con un recupero elettorale imprevedibile, aveva smentito tutti i sondaggi e aveva insidiato, fino all’ultima scheda, il ritorno di Prodi a Palazzo Chigi. La seconda, al test elettorale di fine maggio, invece, era stata netta, ma il terreno sul quale si svolgeva il confronto, quello del voto amministrativo, era, per tradizione, molto difficile per il centrodestra. La terza sconfitta, quella di ieri sul referendum costituzionale, rischia di essere davvero la peggiore per il leader di «Forza itaglia». Perché spezza l’asse fondamentale di quella alleanza politica sulla quale Berlusconi prima aveva costruito la rivincita nelle elezioni del 2001 e, poi, aveva governato per tutta la scorsa legislatura: l’intesa con la Lega di Bossi.
E’ vero, come ha riaffermato Prodi nel suo commento all’esito della consultazione, che la maggioranza dei votanti, dicendo «no» al progetto di modifica di importanti parti della nostra Costituzione, non ha espresso un giudizio sul suo ministero. Sarebbe quindi sbagliato che il centrosinistra interpretasse il verdetto come l’espressione di un robusto consenso popolare ai primi passi del governo. Ma la notevole e inaspettata affluenza alle urne e il forte distacco tra chi ha voluto la conferma di quella riforma e chi la sua cancellazione ha due, entrambi importanti, significati: il primo, quello più ovvio, di negare alla classe politica la legittimità di operare drastiche modifiche alla Carta che dal 1948 regola le nostre istituzioni senza un’ampia intesa parlamentare e senza un vasto consenso nell’opinione pubblica. Il secondo, non meno essenziale, squassa le fondamenta sulle quali si è retta, negli ultimi dieci anni, la «Casa delle libertà».
E’ sbagliato e abbastanza superficiale considerare la cosiddetta «devolution» come un prezzo che Berlusconi ha pagato a Bossi in cambio della rinuncia leghista alla richiesta di secessione del Nord e al costante, incrollabile sostegno di quel partito al suo secondo ministero. Come se il leader di «Forza itaglia» fosse convinto dell’inevitabilità della sconfitta referendaria per una riforma costituzionale che, in fondo, non entusiasmava neanche lui, oltre che molti settori del centrodestra. Senza arrivare ad augurarsi la vittoria del «no», ma pronto ad addossare la responsabilità della sconfitta solo alla spinta estremistica di chi ne ha fatto il simbolo di una identità partitica e la ragione di una intesa politica.
La garanzia di riuscire a portare alla piena attuazione il progetto di mutamento costituzionale bocciato invece ieri dal voto popolare, non era solo un espediente tattico per assicurarsi la vittoria alle elezioni. Costituiva il pegno di una alleanza più ampia e più ambiziosa, fondata sulle richieste e sulle speranze di un raggruppamento sociale ben individuato, quello dei ceti che, soprattutto nel Nord, ma non solo nel Nord, chiedevano alla Stato di farsi da parte, per lasciare il campo alle capacità vincenti di un capitalismo sfrenatamente liberista, aggressivo e spregiudicato. La «Casa delle libertà» si reggeva, insomma, sul nucleo di questa intesa, di cui la Lega non era l’orpello folkloristico, come Fini, Follini e Casini si sono amaramente accorti nella scorsa legislatura, ma il cemento essenziale. Ad An e Udc restava il compito di aggregare al carro trainante dell’allenza berlusconiana le truppe, più o meno rassegnate, dei moderati e dei conservatori di varie tendenze.
Ecco perché l’esito del voto sul referendum, al di là della sorte della cosiddetta «devolution», lancia un grave segnale a Berlusconi. Indica che la stragrande maggioranza del Sud non accetta più, in nome dell’anticomunismo e del moderatismo, di farsi trascinare dalle pretese autonomistiche del partito di Bossi. Ma la risicata prevalenza del «sì», limitata al Lombardo Veneto e con la significativa eccezione di Milano, suona un altro campanello d’allarme per Berlusconi, persino più inquietante. Vuol dire che è fallita la mobilitazione tra gli elettori del centrodestra più fedeli al progetto originario e costitutivo dell’alleanza. Forse perché quello Stato di cui si chiedeva la sostanziale ritirata, sembra ora utile, invece, per aiutare i cittadini del Nord a competere sui mercati internazionali, adeguando le infrastrutture, assicurando regole non penalizzanti per le nostre merci, proteggendo i più deboli con un welfare, magari più leggero, ma capace di garantire il futuro e la sicurezza dei cittadini.
Se il centrodestra si limiterà a consolarsi della bocciatura sulla riforma costituzionale addebitandola solo alla più ridotta affluenza alle urne rispetto alle politiche, rischia di proseguire sulla strada della collezione di sconfitte. Ma anche Prodi e il suo governo non possono rassicurarsi troppo: questo voto toglie al centrosinistra qualsiasi alibi al compito di governare. E non sarà facile.
Spedij: Wed Jun 28, 2006 3:00 pm Post subject: Referendum, il no segna il 54%
Referendum, il no segna il 54%
Il muro a Norma: no al 71%. A San Felice per la riforma il 59%
Latina (27/06/2006) - Per la prima volta nella recente storia politica all'insegna del dominio di centrodestra, la provincia di Latina non è in controtendenza con il dato nazionale.
Anche i pontini andati alle urne si sono espressi in maniera contraria alla riforma costituzionale, cosi come accaduto nel Lazio e nel resto d'itaglia, dove la devolution è stata bocciata rispettivamente con il 65,5 % e il 61,7%.
Un risultato che diventa importante anche alle luce dell'affluenza, elevata contro ogni aspettativa.
Alle urne in barba al mare e ai mondiali di calcio, gli elettori esprimono dissenso alla riforma voluta dal centrodestra con una evidente connotazione politica.
L'esito del referendum può scardinare le convinzioni della Casa delle Libertà, intaccata anche nella roccaforte pontina.
Complessivamente a bocciare la devolution è stato il 54,2% dei votanti, pari a 117.076 schede contrassegnate con il no. Matita sul si, invece, per il 44,7% delle schede, pari a 96.605 voti. Un 10% di distacco che parla da se'.
In coerenza con il colore delle amministrazioni il si espresso a Latina ( 49,, San Felice Circeo ( 59%), Fondi ( 52,4%). Rimonta ideologica, invece, per i no che arrivano da Aprilia (59%), Norma ( 71%), Maenza ( 61%), Cori ( 73%), Gaeta (69%). Si tratta di comuni dove il centrodestra spadroneggia senza lasciare terreno ai rivali.
Un capitolo a parte merita il risultato riguardante la città di Latina. Qui ha votato il 53% degli aventi di diritto, pari a 52.011 latinensi sui 96.606 votanti iscritti.
Nel capoluogo prevalgono i sì per appena 241 voti. E' l'unica città con schede contestate: una.
Una vittoria di misura che fa bene al morale, come si evince dalle parole di Claudio Moscardelli.
"Nonostante le grande mobilitazione informativa da parte del Centro Destra a livello nazionale e locale - dice l'esponente della Margherita - i cittadini della provincia hanno voluto respingere una riforma costituzionale sbagliata e contro l'interesse di tutti gli itaglian.
Questo è il segnale di un giudizio negativo del nostro elettorato nei confronti della Destra che ha venduto l'anima a Bossi e al leghismo in ordine alla Devolution.
Un elettorato che ha giudicato severamente anche i settori centristi della Casa della Libertà che hanno consentito a Berlusconi lo scempio della Costituzione con una concentrazione di poteri in mano al Capo del Governo che non avrebbe avuto uguali in tutto il mondo democratico occidentale, tanto da risultare superiori persino a quelli del Presidente degli Stati Uniti d'America.
Dunque - conclude la nota di Moscardelli -anche i cittadini di Latina hanno bocciato la riforma Bossi - Berlusconi esprimendo con ciò anche il formarsi di un'opinione pubblica critica nei confronti del Centro Destra, per la prima volta maggiorataria in provincia di Latina".
Michele Marangon
Spedij: Wed Jun 28, 2006 3:01 pm Post subject: vince l’itaglia del non cambiamento
Solo Veneto e Lombardia in netta controtendenza
Costituzione, devolution e premierato vince l’itaglia del non cambiamento
di Francesco Vizzani
C’è poco da fare, gli itaglian non si sono fidati dei cambiamenti costituzionali operati dalla Cdl nella scorsa legislatura. Si vedrà in un secondo momento se la colpa è stata di chi non è riuscito a comunicare bene o se proprio nel merito i cambiamenti sono stati percepiti come poco convincenti. O se la retorica trombonesca dei vari Scalfaro e compagnia cantante sono stati determinanti. Il fatto inequivocabile è che, tranne che in Veneto e Lombardia (con la sola eccezione di Mantova), roccaforti elettorali della Lega nel Nord itaglia, la media nazionale con cui gli itaglian hanno respinto al mittente le riforme istituzionali comunemente conosciute come devolution e premierato ha superato il 60%.E stavolta neanche l’alta affluenza, che ha abbondantemente doppiato il 50% necessario (in altro tipo di referendum, non in questo) per il quorum ha rappresentato un segno di inversione di tendenza per un voto che molti sapevano già segnato sin dall’inizio. Con questo ennesimo gran rifiuto, da parte del popolo itagliano, della politica e delle riforme avviate nella quinta legislatura, la Cdl si prende l’ennesimo schiaffone politico. E forse qualcuno adesso comincerà a porsi il problema del rinnovo di una classe dirigente ormai autoreferente e chiusa nelle proprie astruse convinzioni da stato etico.
Alle 17,31 in 51.657 su 60.978 il no era ormai al 62,20%. Con punte di oltre l’80% nel sud itaglia e di 72 nelle isole, e con picchi del sì intorno al 47 per cento al settentrione. Il centro invece è rimasto nella media nazionale. Tra tutte le reazioni stizzite, la più discutibile, in ambito leghista è stata quella dell’ex stewart Francesco Speroni, affidata e non smentita al sito affaritaliani.it: “gli itaglian fanno schifo e l'itaglia fa schifo, perchè non vuole essere moderna e hanno vinto quelli che vogliono vivere alle spalle degli altri”. Il coordinatore di Forza itaglia, che un domani qualcuno potrebbe chiamare a rispondere come principale artefice dell’ennesima disfatta elettorale, Sandro Bondi si consola così: “considerato che ha votato meno della metà degli elettori e tenuto conto del voto ideologico espresso dalle Regioni rosse, il risultato impone una riflessione su due questioni decisive per il futuro del Paese: la prima riguarda le ragioni per le quali il Mezzogiorno non ha compreso la validità e la necessità anche per il Sud della riforma costituzionale; la seconda riguarda il crescente divario del Nord rispetto al resto d’itaglia, una divaricazione che pone una questione politica nazionale che nessuno può ignorare.
Solo la Casa delle Libertà - come dimostrano le prime reazioni della sinistra - ha la possibilità di tenere insieme questi diversi fili nel quadro di un progetto politico di cambiamento e di rinnovamento dell’itaglia”. Ironia della sorte, continua a produrre problemi, la balzana idea di fare votare gli itaglian all’estero nella maniera voluta in fretta e furia per fare contento Mirko Tremaglia. Anche ieri sono state segnale irregolarità e questo aggiunge la beffa al danno.
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