| Ha, infatti, caratterizzato larga parte dell'Europa, generando la "Romània" degli studiosi (da non confondere con la Romania-Stato balcanico contemporaneo, che pure ne è parte) e perfino il resto dell'impero.
Addirittura prima dell'inizio della romanizzazione di cospicue porzioni dell'odierna Italia settentrionale, era in pieno svolgimento la romanizzazione dell'Hispania e della Gallia Narbonensis_ Non è un caso se l'elogio rivolto a Roma da Rutilio Namaziano, nel 416 ("Pesisti patriam diversis gentibus unnm"), non è scaturito dal calamo di un italo o di un latino ma da quello di un gallo, oltretutto transalpino.
Per "romanizzazione" si intende, ovviamente, la lenta conversione al costume, alle leggi e soprattutto alla lingua di Roma (il latino): ima conversione che, tuttavia, proprio quando stava per compiersi integralmente (nel IV secolo, gli idiomi autoctoni, perlomeno quelli relativi all'Italia, erano tutti, escluso il greco, ormai estinti) dava i primi segni di sfaldamento: un fenomeno anch'esso irreversibile che ha prodotto un nuovo mosaico a tessere appena più larghe. Va anche rammentato (il solito Devoto lo ha messo bene in evidenza) che, già in "età predioclezianea", la romanizzazione linguistica appariva non più unitaria a causa della molteplicità dei centri d'irradiazione. Si cominciava, infatti, a formare quello "spartiacque" linguistico decisivo che ha diviso in seguito la Romània occidentale da quella orientale. Tale spartiacque, allora ancora interno al latino, passava proprio sul confine tra la Padania e I'Appenninia: cioè all'interno dell'Italia-regione convenzionale, quasi a
ribadire un destino di separatezza (e, insieme, una sorta di unità prolungata della Padania con la vasta romanità transalpina). Esso rinnovava l'antica frattura tra Gallia cisalpina e Italia, riemersa con la divisione tra Italia annonaria e Italia suburbicaria.
Con il crollo dell'impero, assistiamo a due fenomeni paralleli: la "deromanizzazione" di alcune porzioni del territorio romano (parti della Rezia e della Dalmazia, il Norico, la Pannonia, l'Africa) ad opera dei "barbari"; e la frammentazione inesorabile del superstite territorio romanizzato (la Romània, appunto) in entità linguistiche ed etniche, segnalate dalla comparsa dei numerosi "volgari", del tutto nuove (ormai soltanto neolatine). Quest'evento rivoluzionario non ha comunque seguito né le displuviati né tantomeno gli attuali confini tra gli Stati. Ha dato invece origine a situazioni complesse, solo in parte modificate dalla nascita degli antichi e moderni Stati "nazionali" e dalla loro volontà di riaggregazione autoritaria.
Se dai dati più propriamente linguistici e culturali si passa a quelli genetici, nell'ipotesi che questi conservino una loro importanza, la situazione appare ancora più sorprendente. E stato, infatti, dimostrato che la situazione dell'Italia-regione convenzionale, quale appariva nel V secolo a. C., è rimasta ancora oggi sostanzialmente la stessa (nonostante la sensibile immigrazione dal Sud della penisola e dalle isole verso la Padania, avvenuta negli anni Sessanta del XX secolo). L'indagine scientifica che va sotto il nome di Biological History of European Population, in corso sotto l'egida della CEE, ha rilevato che l'Italia meridionale e la Sicilia conservano sorprendentemente un'impronta "greca", quella settentrionale una "celtica", la Toscana una "etrusca", la Sardegna una "sarda". Ciò significa che il mutamento linguistico, intervenuto nel corso del tempo (i "egreci" non parlano più il greco, né gli "etruschi" l'etrusco) non rivela alcuna corrispondenza con un eventuale
mutamento del patrimonio genetico. I titolari di quest'indagine, Alberto Piazza dell'Università di Torino e Paolo Menozzi dell'Università di Parma, ne garantiscono la serietà, così come appare insospettabile l'ispirazione agli studi compiuti, con risultati a dir poco brillanti, da Luca Cavalli Sforza, autore del
fondamentale The Hislory and Geography of Human Genes (1995),
noto anche al pubblico intellettuale italiano. Questi dati sono stati del resto confermati nel 1994 da uno studio della Società italiana di Immunoematologia.
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