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I cittadini della Val Padana
occidentale non hanno mai mostrato eccessivo entusiasmo per le loro origini celtiche (1). Se eccettuiamo il lavoro di un numero tutto sommato minoritario di studiosi o intellettuali, infatti, notiamo con facilità che troppo poco si è scritto sulle radici galliche dei popoli cisalpini. I libri didattici "ufficiali" destinati alle scuole elementari o medie (o superiori, purtroppo), tendono a svalutare l'importanza degli antichi celti (spesso bollati con il razzistico epiteto di "barbari") e, contemporaneamente, ad esaltare le imprese di Roma. Non è facile che un giovanissimo allievo venga a conoscenza dei massacri condotti dalle legioni dell'Urbe, mentre è frequente che la scuola si preoccupi di sottolineare la presunta rozzezza di tutte le antiche popolazioni europee non rientranti nell'area grecoromana.
Il centralismo "da operetta" adottato, dal 1861 in avanti,
(1) Si parla di Val Padana occidentale (o Valle del Po occidentale) perché il Veneto non è considerato parte delle regioni di origine celtica, comunemente identificate in Piemonte, Lombardia, Emilia e Romagna. Si suole includere in questo elenco anche la Liguria, le cui radici non sono propriamente celtiche ma il cui idioma è di fatto assimilabile alle lingue celtoromanze.
dallo stato cosiddetto liberale e culminato tragicamente con il ventennio fascista, costrinse per decenni i giovani studenti ad accettare, spesso inconsciamente, un patetico culto della romanità. Questa tendenza, esasperata in modo clamoroso dalla dittatura, si sviluppò parallelamente ad un tanto ridicolo quanto pericoloso spirito di emulazione: nel moderno Regno d'Italia si volle vedere la prosecuzione ideale della Roma dei Cesari e, conseguentemente, se ne volle imitare l'espansionismo. A questa perniciosa esigenza obbedirono le aggressioni italiane in Africa orientale: l'assunzione da parte del Re d'Italia del titolo di "Imperatore", scippato al monarca locale, permise alle autorità italiane di proclamare grottescamente la rinascita dell'Impero a Roma. Contemporaneamente si moltiplicavano in tutto il Regno scritte murali che incitavano la popolazione al raggiungimento di una "Italia romana".
Dopo la guerra e il ritorno delle istituzioni democratiche, l'ostracismo nei confronti di ciò che risultava differente dalla storiografia "ufficiale" riuscì a sopravvivere. Le odiose imposizioni autoritarie proprie della dittatura erano in buona parte passate agli archivi; tuttavia, il centralismo culturale non fu sostanzialmente smantellato. Certo è che l'interpretazione univoca e totalmente priva di spirito critico di alcuni periodi o avvenimenti storici rimase, nella maggioranza dei casi, l'unica chiave di lettura permessa nelle scuole della Repubblica. Crebbe quindi, nelle popolazioni che non potevano vantare chiare origini latine una chiara volontà di assimilazione culturale, accompagnata da un senso di malcelato disagio per tutto ciò che potesse essere ricondotto ad un passato barbarico.
Quasi nulla si fece per conoscere realmente le antiche culture che erano preesistite alla romanità e che, nella stragrande maggioranza dei casi, le erano non difficilmente sopravvissute. Così, dal 1800 ad oggi abbiamo visto prosperare società di cultura celtica in Irlanda, Galles, Bretagna, Scozia, Cornovaglia, Man, Galizia e Asturie e la storia gallica ha suscitato grandi passioni in Vallonia e persino in Francia (seppure talvolta a fini strumentali), mentre in quella che fu ufficialmente definita Gallia Cisalpina il fenomeno si è spesso rivelato marginale.
L a timida inversione di tendenza che è sembrata manifestarsi in questi ultimi anni non può cambiare questo giudizio:

non è sufficiente organizzare qualche festa celtica, ascoltare con maggiore interesse la musica tradizionale locale o scegliere la Bretagna come meta di ferie per rovesciare la disastrosa situazione che ha privato generazioni e generazioni della propria storia. Una storia che cominciò in un'epoca compresa pressappoco tra l'età del bronzo e l'età del ferro e che vide le prime migrazioni di celti a sud dell'arco alpino. Le successive calate, che provocarono scontri tra le popolazioni galliche e gli etruschi per il controllo politico, militare e commerciale della vasta pianura subalpina, fondarono la civiltà celtopadana che resiste ancor oggi, pur tra mille difficoltà. La fondazione ad opera dei celti insubri di Mediolaanon (l'odierna Milano, che assurse presto a centro più importante del territorio cisalpino) e l'istituzione di floridi commerci stabilizzarono la presenza gallica a sud delle Alpi, proprio nel periodo in cui i celti erano stanziati in una vasta parte d'Europa; le istituzioni degli abitanti della pianura padana si svilupparono rapidamente ed i contatti commerciali con le altre popolazioni conobbero un buon successo. Furono i primi scontri bellici con i romani, diventati quasi "vicini di casa" a segnare la progressiva perdita di autonomia e di libertà dei Galli cisalpini.
Il declino del popolo celtico cisalpino iniziò nell'anno 390 a.C., quando un plotone di mercenari galli, ingaggiati da un magistrato del posto per "regolare" affari interni, si trovava ad assediare Chiusi, importante città fortificata del regno etrusco. Quando i chiusini chiesero aiuto a Roma, il Senato preferì astenersi da un impegno di tipo militare ed inviò in Etruria alcuni diplomatici, incaricati di mediare imparzialmente tra le due parti in conflitto.
Ciò non fu: gli inviati romani, trasgredendo gli ordini ricevuti, aggiunsero le loro forze a quelle dei chiusini e, per mano del legato Quinto Fabio, si resero responsabili dell'omicidio di un comandante dell'esercito gallico. Gli assedianti, venuti a conoscenza dell'avvenimento, pretesero che lo stesso Quinto Fabio fosse loro consegnato. Tuttavia, le istituzioni di Roma risposero in maniera altamente provocatoria: non solo negarono l'estradizione del legato ma, anzi, concessero a lui e ai suoi fratelli l'incarico tribunizio militare con potere consolare. L'affronto fece sì che i Galli, tolto l'assedio a Chiusi, facessero rapido rientro ai loro villaggi per chiedere rinforzi in vista di un massiccio intervento militare contro Roma.
Il seguito è piuttosto noto: nel 387 a.C. il re Brenno guidò i suoi Galli senoni (stanziati pressappoco nell'attuale territorio romagnolo/pesarese) alla conquista di dell'Urbe e, dopo aver preteso e ottenuto ingenti riparazioni di guerra, lasciò indisturbato la città pronunciando beffardo la sua celebre sentenza: "Vae Victis!" (2).
(2) "Guai ai vinti!". Tito Livio, op.cit., libro V, cap. XLVIII.
I Romani erano stati sconfitti (3) ed umiliati su due fronti: da una parte la disfatta militare, netta, inequivocabile, il cui spiacevole ricordo non avrebbero mai superato totalmente, neppure nei momenti di maggior fulgore dell'Impero; dall'altra la più sorprendente resa sul piano di un pur rudimentale diritto internazionale a un popolo che era da loro considerato poco più che primitivo.
I Galli, appellandosi in modo così naturale a quel "diritto delle genti" (4) che i romani, ancor oggi definiti padri della moderna giurisprudenza, ignoravano o calpestavano coscientemente, dimostravano di essere un popolo sufficientemente progredito. Ciò diede molto fastidio ai futuri dominatori del mondo, che ritennero assai umiliante il fatto di avere preso lezioni di diritto dai Galli.
Il primo conflitto galloromano fu, comunque, il primo capitolo di una lunghissima serie. Gli equilibri erano desti
(3) La sconfitta militare dei romani fu inequivocabile. La leggenda, riportata da Livio, secondo cui Marco Furio Camillo raggiunse e batté i Galli in ritirata, è priva di qualsiasi fondamento: Polibio e Diodoro Siculo non ne fanno parola; anche due grandi storici moderni come Gerhard Herm e Theodor Mommsen concordano nel non attribuirvi alcun crisma di veridicità. Non è escludibile che la leggenda sia stata inventata da Livio per minimizzare la più grande sconfitta di Roma; più probabile è che sia sorta a livello popolare come inconscio processo di rimozione nei confronti di una disfatta militare.
(4) "Ius gentium". Tito Livio, op.cit., libro V, cap. XXXVI.
(5) La terza guerra sannitica (298U29O a.C.) vide i romani contrapposti a una coalizione di celti, etruschi ed italici (tra cui sanniti, lucani ed umbri).
(6) La parte della Gallia Cisalpina al di là del fiume Po.

nati a rovesciarsi irreversibilmente: fu così che nel 285 a.C., dopo aver vinto la terza guerra sannitica (5), i romani operarono un genocidio scientificamente condotto ai danni della popolazione dei Galli senoni.
Qualche decina di anni dopo, le legioni, con il decisivo aiuto dei collaborazionisti celti cenomani, sfondarono anche in Gallia Transpadana (6) riportando, nel 222 a.C., una cruenta vittoria sugli insubri, la cui prima conseguenza fu la conquista romana di Milano. Dopo la battaglia, gli occupanti decisero di permettere
una vasta colonizzazione del territorio insubre da parte dei cenomani, che, però, furono posti in una chiara condizione di vassallaggio e senza diritto di cittadinanza romana. Non fu, quindi, una grande sorpresa vedere i galli (cenomani compresi) unirsi compatti ad Annibale quando, nel 218 a.C., il condottiero africano valicò le Alpi con i suoi elefanti. In caso di vittoria cartaginese, si sarebbe prospettata l'alternativa tra la restaurazione dell'indipendenza celtica o un'altra allettante prospettiva: l'istituzione di un legame federale tra la Gallia e Cartagine (e la conseguente acquisizione della cittadinanza punica da parte dei cisalpini) (7).
Inizialmente, nonostante l'indisciplina dei Galli, Annibale inanellò vittoria su vittoria, liberò la Gallia occupata e sembrò minacciare molto seriamente la stessa città di Roma.
Ma quando, vittima dei suoi stessi errori, il comandante cartaginese fu costretto a tornare in Africa, i Galli cisalpini restarono soli, in balia di loro stessi.
Le legioni tornarono in Gallia per scatenare una tremenda caccia all'uomo; i cenomani ritornarono 'nei ranghi' per evitare, pur in modo non troppo onorevole, il massacro e si allearono nuovamente con i romani; le altre tribù galliche, invece, iniziarono a condurre un'insolita guerra partigiana su vastissima scala che li vide sconfitti solo dopo il 70 a.C (8).
I Galli si erano, quindi, trasformati in 'resistenti'; l'abilità nella conduzione di guerrillas e di imboscate divenne una loro peculiare caratteristica (9). La conquista romana del paese celtico, comunque, era destinata ad estendersi: prima fu annessa la Gallia Narbonense (corrispondente a parte del sud dell'attuale Francia); poi fu la volta dei celtiberi (situati nella parte nordoccidentale della penisola ibe
(7) Ottenere la cittadinanza di uno stato prestigioso come Cartagine era considerato un onore dai Galli.
(8) In pianura il grosso dei combattimenti finì verso il 175 a.C.; nelle zone appenniniche, invece, i celti, insieme ai Liguri, diedero battaglia fino a dopo il 70 a.C.
(9) È impressionante il modo in cui i lontanissimi discendenti degli antichi celti abbiano conservato, quasi fosse un'inconscia eredità, questa prerogativa fino al secolo corrente: basta pensare alla conduzione della guerra d'Indipendenza irlandese o della Resistenza italofrancese durante la seconda guerra mondiale.
rica) fiaccati da Pompeo (77U71 a.C.) e stroncati da Cesare (61 a.C.); infine vennero conquistate la Gallia Transalpina (58 U 50 a.C.) e la Britannia (a più riprese, dal primo sbarco di Cesare nel 54 a. C. alla spedizione di Agricola, terminata nell'84 d.C.).
L'occupazione romana della Gallia, unita al seguente periodo di germanizzazione, ha accomunato Francia e Val Padana occidentale nella cultura comunemente chiamata celtoromanza (o galloromanza), nata dalla fusione tra il sostrato celtico e diversi superstrati (fondamentali quelli latino e germanico). Le lingue parlate in Piemonte e in Lombardia, ad esempio, possono essere ricondotte alla grande famiglia "capitanata" dalla lingua francese.
Esiste ancora, quindi linguisticamente e culturalmente una forte identità celtoromanza. È dunque possibile una collaborazione transfrontaliera tra i vari popoli che si riconoscono in questa comune identità? La risposta è, naturalmente positiva. A patto che i cittadini delle Gallie si impegnino (e l'impegno deve essere soprattutto personale) a non perdere ciò che è restato loro della plurimillenaria eredità celtica. I più grossi problemi vengono dalla Repubblica Italiana, rimasta ancora romanocentrica, anche dal punto di vista culturale; tuttavia, la probabile evoluzione federale verso cui questo stato sembra finalmente essersi incamminato potrebbe risolvere parecchie incognite in questo senso. Più complicata la situazione della Francia, che da un lato riconosce ed esalta le radici galliche del paese e dall'altro nega il diritto di autodeterminazione a un gran numero di nazioni incluse nel proprio territorio (compresa la Bretagna, appartenente ai paesi di lingua e cultura celtica). Nel Belgio francofono, il nazionalismo gallico è stato spesso blandito per pura rivalità nei confronti della parte fiamminga dello stato; si confida che la recente trasformazione federale di Bruxelles riesca a incanalare le energie in un senso unicamente costruttivo. Infine, la Svizzera, per molti versi paese modello in campo mondiale. Nella Confederazione Elvetica, le quattro culture presenti sul territorio rappresentano l'orgoglio di un paese che vede nella pluralità una inesauribile ricchezza. Berna, quindi, non corre il minimo rischio di omogeneizzazione culturale; sta agli abitanti di Ticino e Romandia ripescare le radici celtiche delle proprie regioni rinunciando ad abusare dell'imprecisa definizione di "paesi latini" che troppo spesso attribuiscono ai luoghi da essi stessi abitati. A parte questa considerazione, non è difficile convenire che la Svizzera, oltre a rappresentare il modello istituzionale per qualsiasi stato europeo, potrebbe in futuro guidare la rinascita culturale celtoromanza e la conseguente collaborazione transfrontaliera tra i vari popoli di origine gallica, seguendo, magari, l'esempio della Celtic League (associazione che raggruppa tutte le nazioni di lingua celtica: Irlanda, Galles, Scozia, Cornovaglia, Man e Bretagna) o della associazione che organizza il festival interceltico di Orient (a cui sono ammesse, oltre che i paesi precedentemente citati, anche la Galizia e le Asturie).
Il tempo sarà il miglior giudice di questo importante processo, ma la reale responsabilità spetterà in gran parte ai singoli cittadini.
Funt: La Libera Compagnia Padana, www.laliberacompagnia.org - Autur: Maurizio
Montagna, Quaderni Padani n.2
Spedij'l Lunedì, 25 luglio @ 14:38:46 CEST de Amministratur
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