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Vittoria schiacciante: passa il nuovo statuto che allarga l’autonomia. Le previsioni della vigilia sono state rispettate: la Catalogna vuole essere autonoma. I catalani hanno approvato il nuovo statuto di autonomia con una maggioranza schiacciante il 73,9% dei voti, tre elettori su quattro. Il referendum, fortemente voluto dal primo ministro José Luis Rodriguez Zapatero, è stato votato da poco meno della metà degli aventi diritto, il 49,4%: l’affluenza alle urne oggettivamente ridotta ha dato modo al leader del Partito popolare, Mariano Rajoy, massimo oppositore dello statuto autonomista, di affermare che «i catalani non hanno sostenuto il progetto di Zapatero» perché due su tre non avrebbero votato a favore dello statuto. Nel precedente referendum di ratifica dello statuto, quello del 1979, la partecipazione era stata del 59,7% e i sì l’88,1%.
Il sì è stato sostenuto dai partiti del governo regionale - i socialisti catalani del Psc del presidente Pasqual Maragall e i rosso-verdi di Icv - nonché dai centristi di Convegencia i Uniò.
Contro lo statuto hanno chiesto il voto gli indipendentisti della Sinistra repubblicana di Catalogna (Erc), ritenendolo troppo “annacquato”, e come detto il Partito popolare, che invece lo considera “incostituzionale”, eccessivo e “un pericolo” per l’unità della Spagna ed che ha inutilmente chiesto un referendum sul testo a livello nazionale.
L’Erc ha sottolineato «la bassissima partecipazione», invitando tutti alla riflessione. Ma è possibile che molti suoi elettori, nonostante il partito abbia fatto campagna per il no, abbiano poi scelto di votare a favore.
L’affermazione dell’autonomismo in Catalogna potrà dare anche un impulso alle trattative riguardanti i Paesi Baschi. Il programma di Zapatero punta a una “Spagna plurale” con una sempre maggior forza alle autonomie, e per questo ha dato un costante e forte appoggio allo statuto e al presidente catalano Maragall. Pur non riuscendo a convincere gli oltranzisti dell’Erc, che sotto la guida di Josep Lluis Rovira e la forte pressione della base si è opposta al testo, giudicato troppo edulcorato, tanto che l’Erc è uscito dal governo Maragall, costringendo a elezioni anticipate e mettendo in dubbio anche il suo appoggio all’esecutivo nazionale di Zapatero.
Rovira nel chiudere la campagna elettorale aveva invitato a votare no, per dare la possibilità alla Catalogna di aspirare allo stesso livello di autogoverno del Paese Basco. Il premier si presenterà prossimamente in Parlamento per annunciare «l’apertura immediata» del negoziato con l’Eta da parte di un gruppo di mediatori già scelto.
Il testo del nuovo statuto - che pure ha scontentato gli autonomisti più esigenti che avrebbero preferito una più precisa definizione della Catalogna come “nazione” - rappresenta un enorme passo avanti per il federalismo fiscale, uno dei pilastri su cui si deve basare la reale autonomia regionale. Delle imposte versate dai cittadini catalani, la metà resterà nel bilancio regionale: prima l’Irpef era trattenuta dalla Generalitat di Barcellona per il 33% e l’Iva per il 35%. I soldi spesi dai cittadini catalani resteranno quindi per una parte soddisfacente nelle loro tasche, per investire sul proprio territorio.
Entro due anni dall’approvazione dello statuto sarà costituita l’Agenzia tributaria catalana, che sarà un organismo concorrente fra Stato e Regione. Via libera anche ad un consistente piano di investimenti statali pari al peso dell’economia catalana sul Pil spagnolo (18,5%), che in euro dovrebbero ammontare a circa tre miliardi.
Altro tema su cui il governo regionale avrà competenza sarà quello della definizione dei flussi immigratori, che saranno quindi gestiti direttamente a Barcellona, anziché a Madrid. Inoltre, anche in campo giudiziario la Catalogna avrà una maggiore autonomia con l’aumento delle competenze del Tribunale superiore regionale.
Dal punto di vista culturale, la lingua ufficiale sarà il catalano, ma sarà obbligatorio il bilinguismo con il castigliano: in varie zone della regione, soprattutto in quelle periferiche di Barcellona, la lingua più usata resta infatti lo spagnolo, essendo la popolazione costituita in buona parte da immigrati interni provenienti da aree più povere della Spagna.
La regione, al di là del fatto che il termine esatto sia stato usato solo nel preambolo dello statuto, diventa a tutti gli effetti una nazione, con un proprio inno e una propria bandiera, e non è più finanziariamente dipendente dal governo spagnolo. Grazie al nuovo sistema fiscale, infatti, i proventi generati da tasse e tributi sono gestiti dal governo locale, che ha anche diritto ad avere rapporti con l’Unione europea. Lo statuto, comunque, sottolinea l’«unità indissolubile della Spagna», che viene definita «patria comune e indivisibile».
Funt: La Padania
Spedij'l Lunedì, 26 giugno @ 01:16:45 CEST de Amministratur
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