| Pubblichiamo alcuni stralci del discorso pronunciato ieri alla Camera dei deputati dal capogruppo della Lega Nord Andrea Gibelli.
Con il voto alla Riforma Costituzionale facciamo entrare la "Casa delle Libertà" nella storia del Paese introducendo un cambiamento epocale realizzato dopo 60 anni di immobilismo. Il voto di oggi rappresenta le ragioni di un’alleanza politica nata 5 anni fa per cambiare un Paese prigioniero di un sistema costituzionale che, nei fatti, gli ha impedito di essere competitivo e moderno...
Presidente Berlusconi, mi rivolgo a Lei come leader della coalizione con le parole scritte più di 150 anni fa da Carlo Cattaneo: «Ogni popolo può avere molti interessi da trattare in comune con altri popoli; ma vi sono interessi che può trattare egli solo, perché egli solo li sente, perché egli solo li intende. E v’è inoltre in ogni popolo anche la coscienza del suo essere, anche la superbia del suo nome, anche la gelosia della avita sua terra. Di là il diritto federale, ossia il diritto dei popoli; il quale debba avere il suo luogo, accanto al diritto della nazione, accanto al diritto dell’umanità». Queste parole, scritte nel XIX secolo, sono per noi oggi il lume all’identità perduta dell’Europa, in contestazione a un modello di Stato continentale tecnocratico e indifferenziato, che oggi comincia a far sentire il suo peso sul senso di appartenenza dei popoli europei...
Di fronte all’omologazione delle diversità i popoli rispondono con la rivoluzione federalista, cioè tentano di preservare e mantenere intatte le proprie tradizioni, le proprie radici, le proprie identità, cioè quel senso di appartenenza che ha fatto nascere in Europa quei principi fondanti che oggi si vogliono “relativizzare”. I principi che rappresentano la cultura di riferimento dell’Europa non sono concetti astratti ma sono la traduzione delle radici, delle identità e delle tradizioni dei popoli europei. Annullare i popoli vuol dire annientare la cultura di riferimento che ha fatto dell’Europa la patria delle libertà e dei diritti e lasciare il campo ai rigurgiti comunisti e post-comunisti che considerano la tradizione e l’identità il retaggio di uno oscuro passato, per proporre nell’uguaglianza indistinta un sogno utopistico già sconfessato dalla storia.
Oggi i nemici del federalismo e della devoluzione usano termini che denigrano un processo irreversibile... È paradossale notare che i nemici del federalismo e della devoluzione continuino oggi a propagandare l’idea che con il federalismo la Lega Nord proponga la divisione del Paese. Non è un caso che in Europa l’esperienze di maggior progresso economico e sociale si sviluppino all’interno di paesi federali. Infatti, la ristrutturazione di poteri e di libertà che primariamente nei cantoni svizzeri e poi nelle comunidades autonomas spagnole, nei laender tedeschi e austriaci, nelle comunità e regioni belghe, nelle Devolution di Scozia, Galles e Irlanda del Nord, stanno assumendo forme sempre più precise e motivazioni adeguate alle necessità di un mondo caratterizzato ormai, e in forma definitiva, dal pluralismo culturale e decisionale e dalla varietà rispetto all’uniformità.
Anche di devoluzione si parla a sproposito, come si fa a criticare il trasferimento di poteri e competenze dallo Stato centrale alla periferia come fa la sinistra italiana senza avere l’onestà intellettuale di vedere un modello di riferimento nella Gran Bretagna di Tony Blair, un leader laburista che proprio in questi anni sta riformando il paese dando più poteri alla Scozia e al Galles. Infatti il Regno Unito, che rimane tale al di là di tante chiacchiere nostrane, con l’approvazione dei progetti voluti dal governo nel 1997 ha imposto un’accelerazione storica che ha visto nella decentralizzazione dei poteri un modo per sviluppare democrazia diretta e autogoverno nelle comunità territoriali. Mentre la Gran Bretagna faceva scelte coraggiose diventando un faro di riforme istituzionali e sociali, noi abbiamo sonnecchiato con le riforme di Bassanini, l’inconcludenza di Romano Prodi e il suo Euro.
Evidentemente con il federalismo e la devoluzione meno potere avrà l’ultimo partito-Stato, cioè i DS, avrà meno peso quella cultura catto-comunista che vede nell’identità non un fatto sociale ma un dato rigorosamente e vergognosamente privato. Noi invece riteniamo attraverso il concetto di federalismo per devoluzione un modo per spiegare come uno stato iper-centralizzato e iper-burocratizzato, e quindi non federale, può trasformarsi gradualmente in uno stato federale. Non una riforma di facciata come quella del centrosinistra, ma una riforma che cambierà il volto del Paese.
La lezione di Carlo Cattaneo dopo più di 150 anni è ancora viva e straordinariamente attuale, ma per poterla concretizzare ha necessitato di un movimento politico che ha portato il federalismo all’interno delle discussioni parlamentari, cioè ha avuto bisogno della spinta che negli ultimi trent’anni la Lega Nord ha tradotto in nome di questi ideali e un “patto politico” per un “idem sentire” con chi voleva abbracciare questo progetto...
La Lega ha una parola sola, non ammette tentennamenti ma sa riconoscere chi rispetta gli accordi e se, ci fosse ancora nel centrodestra qualcuno che avesse un dubbio sulla necessità storica di un cambiamento come questo nessuna delle parole che potrei aggiungere a queste possono valere quanto le seguenti: «Qui ho sentito linguaggi diversi dal nostro, eppure quelle lingue non ci erano straniere perché parlavano del più grande bisogno dell’uomo, quello della libertà, quello del diritto a potersi riconoscere nella propria gente, quello del dovere di partecipare alla storia degli altri popoli, non come distruzione, non come sopraffazione, ma, come collaborazione e solidarietà»...
Non quindi l’Europa dei finanzieri ma anche l’Europa della piccola e media industria e dell’artigianato, convinti come siamo che la vita la devono fare gli uomini. Noi non abbiamo paura di dire quello che pensiamo, perché siamo forti della forza dell’onestà, dell’obbiettività, della fratellanza». Queste parole sono state stampate, volantinate, pagate dal popolo di Pontida. Se ho iniziato il mio intervento con le parole di Carlo Cattaneo, non posso che concluderlo con chi le ha pronunciate il 9 dicembre 1989, cioè Umberto Bossi.
Funt: http://www.lapadania.com/PadaniaOnLine/Articolo.aspx?pDesc=49454,1,1
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