| [continua da: capitolo 31] (...)Sull'Italia nazional-naturale, grava del resto una pesante ipoteca, solo in parte, come si è visto, giustificata: quella di Roma.
Secondo Giuseppe Prezzolini, "la differenza reale tra la civiltà italiana e le altre consiste in ciò: la classe intellettuale italiana credeva che il suo popolo non fosse solo il discendente naturale, autentico, ma in verità il solo erede legittimo di Roma. Essa sperava in una resurrezione in Italia dell'antico potere di Roma
(...) Questa credenza
assunse una tale forza nelle classi colte dell'Italia che lasciò tracce nel loro pensiero nel corso dei secoli". In realtà, come si è detto, Roma è la madre dell'intera Francia, Spagna, Portogallo, Romània, e non soltanto la mamma d'Italia (e rimane aperta la ricerca dei padri). Prezzolini ha messo il dito su una piaga che segna (e non soltanto a livello folcloristico) anche l'ultima versione dello Stato italiano, quella "democratica e repubblicana uscita dalla Resistenza" (non a caso definita in molte occasioni "secondo Risorgimento"). L'inno della repubblica, ripescato nel repertorio risorgimentale in sostituzione dell'assai più maestosa Marcia reale (ed esplicitamente intitolato ai "Fratelli d'Italia"), andrebbe mutato, come da più parti si auspica, non soltanto perché è musicalmente infelice ma anche a causa del testo, insopportabilmente retorico e perfino offensivo. Offende soprattutto quell'elmo di Scipio", forgiato in esclusiva per i "figli di Roma" (di una Roma cui Dio stesso
avrebbe poco cristianamente concesso in perpetua "schiavitù" la "vittoria"). Ogni repubblica che si rispetti deve, infatti, rispetto agli sconfitti, dai quali discendono poi (è il caso italiano) quasi tutti i suoi cittadini. I "fratelli d'Italia" hanno insomma pieno diritto alla citazione parallela, nel loro inno di riconoscimento statale, del diadema di Porsenna (perlomeno coloro che risultano ancora imbottiti di geni etruschi), della spada di Brenno (un omaggio davvero sportivo ai celii sepolti in una parte di loro) e perfino dello specchio di Archimede (un saluto ammirato alla memoria degli italioti e dei sicelioti i cui discendenti condividono oggi la stessa cittadinanza legale degli abitanti di Testacelo e di Trastevere).
Non può essere, infatti, dimenticata, in uno Stato mediamente consapevole, la lunga, talvolta accanita resistenza dei popoli "preitaliani" alla conquista e alla dominazione di Roma: a cominciare dagli altri latini passando poi agli italici, agli etruschi, ai celii e così via.
Purtroppo, di questa lotta si sa troppo poco.
Ha scritto in proposito E. T. Salmon, che soltanto "qualche informazione [...1 è filtrata attraverso i pregiudizi e l'indifferenza dei romani ed è sopravvissuta. Ma ciò è avvenuto attraverso una sorta di filtro romano". Salmon sintetizza così la ricetta degli annalisti della città eterna: "Inventare e moltiplicare le vittorie dei romani e sopprimere o attenuare le sconfitte, era per loro pratica sistematica, automaticamente applicata". Il "filtro romano" ha tuttavia durevolmente accecato gli intellettuali e i politici del nostro e degli altrui paesi: ieri come oggi (e forse domani).
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